Diego Zurli
© Fabrizio Troccoli

Il Trasimeno non è immediatamente traducibile in un concetto semplice. Non è cioè soltanto un luogo dove vivere e lavorare, ma è un continuo sistema di adattamento tra l’uomo e la natura. Più che in altri posti. E in quanto tale non prevede una soluzione. Ma una relazione. Che però non può interrompersi mai. Soprattutto dal punto di vista della laboriosità. Questo concetto l’ha espresso Diego Zurli, architetto e riferimento delle istituzioni pubbliche di questa Regione, per molti anni in diversi territori. Al quale abbiamo chiesto un personale punto di vista. Tra cui appunto quello del Lago  di cui si è ripetutamente  interessato, dopo aver maturato una breve ma intensa  esperienza di amministratore nella Giunta Provinciale guidata da Marcello Panettoni. 

Zurli, quale è la soluzione del Lago Trasimeno?

Le rispondo con un’altra domanda: la soluzione di quale problema? Se l’obiettivo è stabilizzare i livelli del lago con apporti d’acqua esterni, la scelta più efficace resta la diga del Chiascio, già oggetto di studi, tra cui quelli coordinati dal professor Lucio Ubertini. Rispetto a Montedoglio presenta meno criticità, poiché quest’ultimo è già ampiamente sfruttato da Umbria e Toscana per usi irrigui e idropotabili. Servono però investimenti consistenti e tempi lunghi, per cui occorre aggiornare fin da subito i progetti esistenti. Prima ancora delle opere, è necessario definire una strategia complessiva per il Trasimeno: turismo, economia, agricoltura e servizi fanno parte di un unico sistema e vanno affrontati insieme. Il completamento dello schema irriguo di Montedoglio, finanziato nel 2000, fu pensato non per immettere acqua nel lago ma per eliminare i prelievi dal bacino, migliorandone così l’equilibrio idrologico. Ubertini sosteneva che usare quell’acqua direttamente per il lago sarebbe stato come «dare lo champagne alle galline». Eppure oggi quelle reti irrigue sono poco utilizzate, nonostante sia accertato il legame tra prelievi e squilibrio del lago. Infine, il Trasimeno va considerato nel suo complesso, anche nel rapporto storico tra popolazione e territorio. Non va dimenticato che, nel corso della sua storia, il lago ha sofferto più spesso per livelli troppo alti che per quelli troppo bassi.

Cosa intende?

Che in passato a creare le maggiori difficoltà per le comunità insediate sono stati gli alti livelli idrometrici al punto che, per regimarli,  fu costruito il nuovo emissario; e se non fosse stato per la lungimiranza del senatore Guido Pompili, il Trasimeno sarebbe stato prosciugato come accadde per il bacino del Fucino. Ma, fortunatamente, le condizioni al contorno e il contesto erano differenti. Ci sono stati periodi in cui c’è stata meno acqua di adesso, come recentemente nel 2003 o come nel 1958 quando però si viveva solo di agricoltura e di pesca e non c’era il turismo di oggi. E così via. Ma i livelli alti, quando si sono verificati, hanno creato problemi assai più seri provocando allagamenti fino ai confini dei centri abitati che impedivano il deflusso della rete fognaria e la riduzione della superficie coltivabile. Questo è in parte accaduto anche nel 2005 quando alla fine si decise, a malincuore, di aprire l’emissario.

Bene, fatto ordine rispetto al fatto che il Trasimeno va affrontato per aspetti diversi cominciamo dal primo..

Io non ho ricette da suggerire e non appartengo alla categoria dei tuttologi da tastiera. Ma, visto che me lo chiede, penso che la scarsità d’acqua, soprattutto in presenza di mutamenti climatici ormai conclamati e di ricorrenti siccità, non è da considerare soltanto in base a quanta acqua occorre aggiungere al bacino. Ma anche a quanta ne viene tolta. Non lo dico io, lo dice il Piano Stralcio Trasimeno che ormai giace dimenticato in qualche cassetto e che forse andrebbe riletto con attenzione perché offre spunti e proposte ancora valide. Ad esempio per quanto riguarda la stessa agricoltura.

E allora arriviamo a questo punto…

Cominciamo col dire che tutto ciò che è stato realizzato si deve innanzitutto all’agricoltura e alle risorse che, attraverso l’Eaut, il ministero delle Politiche agricole, con Governi di diverso orientamento, ha garantito con lungimiranza. Questo non va dimenticato e sono certo che, se la soluzione per migliorare l’equilibrio idrologico del Trasimeno sarà il Chiascio, arriverà ancora una volta grazie all’agricoltura. Appena si attraversa il confine con la Toscana, in Val di Chiana, si vede però come la disponibilità dell’acqua di Montedoglio abbia favorito la nascita di un distretto agricolo di rilievo nazionale. Le grandi reti adduttrici hanno attirato importanti player del settore, a partire da Bonifiche Ferraresi, l’unica azienda agricola italiana quotata in Borsa. In Valdichiana si è insediata anche Aboca e si stanno sviluppando nuovi distretti irrigui: a nord con produttori ortofrutticoli come Illuminati, a sud con il vivaismo di Margheriti e altri comparti dedicati a produzioni ad alto valore aggiunto. Nulla di paragonabile, purtroppo, mi sembra di vedere sul versante umbro del confine regionale: temo che siamo rimasti un po’ indietro.

Un esempio dietro casa insomma?

Giova infatti ricordare che la Valdichiana un tempo non troppo lontano era una immensa palude. Grazie alla straordinaria opera di bonifica realizzata con sofisticati sistemi di regimazione idraulica e per mezzo della tecnica delle colmate, per volontà del Granduca Ferdinando III di Lorena e sotto la guida di Vittorio Fossombroni, una terra malarica e inospitale a partire dalla fine del 1700 è stata trasformata nel granaio della Toscana.  Il canale Maestro fu deviato da sud a nord, e con esso anche fossi e torrenti tributari.   Ciò che intendo dire è che ciò che serve è innanzitutto una visione, sapendo che, con buona pace di qualche irriducibile ambientalista, ci sono contesti in cui lo stato di natura non può essere sempre conservato. Per semplificare molto, si può  dire che le parole d’ordine sono quasi sempre e comunque la stesse e hanno a che fare con il processo di adattamento alle condizioni di un contesto di notevole complessità; e da una continua e incessante opera di manutenzione, per conservare quello che faticosamente si è riusciti a strappare alla natura. 

Che vale anche per il Trasimeno?

Credo che questo valga quasi sempre. Sia geograficamente che storicamente. Territori   con caratteristiche come quelle di cui stiamo discutendo – di “bonifica” se la definizione non suoni sgradevole  –   impongono alle comunità e alle loro istituzioni un  continuo adattamento che muta al mutare delle esigenze delle comunità stesse. Territori “di bonifica” complessi e delicati come la laguna di Venezia o il delta del Po – inizialmente non proprio ospitali – per fare solo qualche esempio, richiedono costante manutenzione. Purtroppo, dopo la pessima riforma che ha depotenziato la Provincia di Perugia, da almeno 20 anni la manutenzione delle darsene, delle rotte di navigazione, del reticolo idrografico, oltre a tutto il resto al Trasimeno, è risultata piuttosto carente. E un brutto giorno ci siamo svegliati con le darsene interrate e le rotte non più percorribili: le acque ricche di trasporto solido hanno funzionato da colmata. Senza una manutenzione continua la naturale tendenza di un ecosistema “per metà lago e per metà palude” è quella di riprendersi quello che nei secoli le comunità hanno faticosamente conquistato. Se lo lasci agire compie esattamente quello che naturalmente è portato a fare. Poi possiamo anche prendercela con i livelli bassi, che certo non aiutano, ma forse dovremmo riflettere attentamente su cosa avremmo potuto fare e non abbiamo fatto negli anni.

Quindi come andrebbe organizzata la benedetta manutenzione?

A me pare che oggi si stia cercando, non senza evidenti difficoltà, di recuperare il tempo perduto. Non so dire esattamente se le soluzioni messe in atto risolveranno tutte le criticità. Ma il cambio di passo mi pare evidente. Mi pare anche di capire che siamo a un punto critico, quindi bisogna agire:  rimettere in funzione  le draghe e le taglierine – come faceva sistematicamente la Provincia – e liberarci da  meccanismi e procedure talvolta esasperanti in modo da semplificare e velocizzare ciò che va fatto. Guardando anche alle soluzioni adottate altrove, a Venezia, nel delta del Po, nelle grandi aree di bonifica, senza considerare tali compiti alla stregua di un evento straordinario. Perché il tema è esattamente questo: convivere con un ecosistema complesso in una ottica ordinaria senza ricorrere ogni volta alla categoria dell’emergenza. E ai commissari. Liberare le rotte della navigazione, manutenere il reticolo idrografico liberandolo da sedimenti e vegetazione, controllare meglio gli attingimenti, dragare le darsene, le foci deve semplicemente tornare ad essere la normalità.

Una volta superata l’emergenza?

Superata l’emergenza e ristabilita una condizione di normalità, il tema diventa la scelta di un nuovo modello economico e turistico per il lago. Non è il mio mestiere e non ho ricette, ma conosco molti operatori che da anni svolgono un lavoro straordinario nel turismo, oggi principale fonte di reddito del territorio, pur sapendo che non si può vivere soltanto di questo. Come per l’agricoltura, anche il turismo non può restare ancorato al modello dei campeggi degli anni Sessanta o delle ville costruite dai perugini sulle colline di San Feliciano che, come ironizzavano i magionesi, «si portano da casa anche l’acqua minerale». Occorre puntare su una maggiore qualità dei servizi e, fortunatamente, qualche esempio di successo nell’offerta turistica comincia già a vedersi. Credo che al Trasimeno, negli ultimi anni, siano mancate più le buone idee che l’acqua. È il momento di fare un passo avanti, prendendo esempio dalla visione di imprenditori e amministratori del passato, capaci di intuizioni come l’istituzione del servizio pubblico di navigazione, l’acquisizione al patrimonio pubblico di un’intera isola, il sostegno alla pesca professionale con la realizzazione del centro ittiogenico, oggi in parte inutilizzato, e lo sviluppo del turismo all’aria aperta attraverso i campeggi, un modello che oggi andrebbe aggiornato.

Cosa vuole dire?

Ripeto, non ho soluzioni da suggerire, ma penso che, più che sul tradizionale asset della balneazione,  occorra puntare su  su servizi che hanno a che fare con la bellezza dei borghi e del paesaggio, su un turismo esperienziale che faccia leva sul circuito del cibo, dei prodotti agricoli di qualità e della cucina di territorio, favorire la cultura identitaria e promuovere eventi che allunghino la stagione turistica un tempo limitata al solo periodo estivo.  Noto con piacere che questo si sta già facendo prendendo spunto da esempi di successo mutuati realtà a noi prossime nella vicina Toscana. Ma bisogna insistere con maggiore determinazione. E poi – lasciamelo dire – facciamola finita con questa insopportabile narrazione del “lago malato” ogni volta che si abbassa di qualche centimetro il livello idrometrico con i social che impazzano e rilanciano notizie, per lo più farlocche,  alimentando sfiducia e rassegnazione. Il Trasimeno è così, questa è la sua natura possiamo certamente migliorarla, ma non possiamo trasformarlo nel lago di Garda. Ma come è evidente, non è solo un problema di centimetri in più o in meno sul livello idrometrico di 257,33 sul livello del mare il quale, come non tutti sanno, è stabilito per convenzione dal Demanio.

Ci sono i presupposti affinchè un cambio di passo avvenga?

Spero di non farmi troppi nemici se affermo che bisogna definitivamente affrancare le comunità e le sue istituzioni  dalla storica propensione all’assistenzialismo. In passato – occorre ammetterlo – come per aree “bianche” della Valnerina anche per quelle “rosse” del Trasimeno il livello di assuefazione era piuttosto marcato. Oggi abbiamo una nuova classe dirigente – politica ma non solo –  che può rappresentare un fattore di discontinuità. Ma questo dipenderà molto dal rapporto tra cittadini e politici, operatori e amministratori. Ma, in conclusione, mi faccia dire un ultima cosa. Penso che purtroppo abbiamo la cattiva abitudine di rappresentare le cose peggio di come sono realmente. Basta leggere i principali indicatori – ad esempio sul turismo – per capire che le cose al Trasimeno non vanno così male. Ma se non mettiamo in campo nuove idee – e questo vale anche  per l’Umbria –  le cose purtroppo possono  peggiorare.  Quello che voglio dire è che il catastrofismo ricorrente, almeno relativamente al ciclico tormentone dell’abbassamento del livello idrometrico, non è pienamente giustificato. Una narrazione pessimista, oltre a orientare le scelte verso rimedi inefficaci,  rischia di auto alimentarsi, scoraggiando nuove iniziative imprenditoriali, gli investimenti, le buone pratiche e tutto ciò che può garantire un futuro  dignitoso ai nostri giovani.  Altrimenti, come purtroppo già sappiamo, se ne vanno altrove.

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