Come con tutti i pazienti fragili, anche con il Trasimeno le attenzioni e le preoccupazioni si concentrano nelle fasi più acute e critiche della malattia. In estate quindi, quando caldo ed evaporazione aumentano, insieme al bisogno di acqua per irrigare i campi colpiti dalla siccità, e il fiato del lago si fa sempre più corto.

Dopo averlo raccontato storicamente, ambientalmente, biologicamente e da numerosi altri punti di vista, Umbria24 ha provato, tramite la rete, a fare una ricognizione dei laghi che nel mondo, presentano caratteristiche interessanti e pratiche virtuose o fallimentari.

Anticipiamo alcune considerazioni. Nei modelli osservati emerge che la soluzione non sta tanto negli interventi dentro al lago, ma fuori. Come si rileva che puntare a un intervento risolutivo non porta a risultati validi e, a volte, neppure a un cambio di tendenza. Mentre più azioni integrate tra loro, nei tempi giusti e attraverso precise attività di monitoraggio, programmazione e misurazione dei risultati, possono rivelarsi più efficaci.

Alcune informazioni di base: il lago Trasimeno continua a mostrare una vulnerabilità strutturale tipica dei bacini poco profondi e dipendenti dall’equilibrio tra precipitazioni, evaporazione e afflussi minori. Oltre che per l’effetto antropico. Con una profondità media di circa 4–5 metri e una superficie di 124 chilometri quadrati, il lago umbro è particolarmente sensibile alle fasi siccitose. I bacini alpini, ad esempio, risentono in maniera significativamente minore di questi aspetti per il fatto di essere alimentati dallo scioglimento di neve e giaccio: le serie storiche indicano oscillazioni anche nell’ordine di oltre un metro tra periodi umidi e fasi critiche, con abbassamenti progressivi registrati in particolare tra il 2003 e il 2007, poi tra il 2017 e il 2020 e nuovamente negli ultimi anni, quando la tendenza è stata condizionata da precipitazioni irregolari e ridotta capacità di alimentazione degli immissari. Più indietro nel tempo si conoscono fasi ben più critiche di quelle attuali, quando cioè lunghe tratte della superficie potevano essere percorse a piedi. Ma anche il contesto antropico era differente, come le attività economiche che lo circondavano.

In diverse aree del mondo esistono bacini con almeno alcune caratteristiche simili al Trasimeno, ma le risposte alla crisi idrica mostrano esiti molto diversi: in alcuni casi si osservano recuperi significativi del livello, in altri solo oscillazioni temporanee, in altri ancora un collasso progressivo non invertito.

Per comprendere la natura di questa fragilità non è sufficiente osservare il dato idrometrico, ma è necessario collocare il Trasimeno all’interno di un quadro più ampio, che riguarda la gestione delle risorse idriche nei sistemi lacustri fragili a livello globale. Le principali organizzazioni internazionali che si occupano di acqua, dalla Fao all’Unesco, fino alla Convenzione Ramsar sulle zone umide e alle linee guida della World Bank, convergono su un punto centrale: la stabilità di un lago non dipende soltanto dalle condizioni climatiche, ma dalla gestione dell’intero bacino idrografico.

In particolare, la Fao sottolinea come la pressione agricola rappresenti una delle principali cause di alterazione dei bilanci idrici, mentre l’Unesco insiste sulla necessità di monitoraggi continui e serie storiche lunghe per poter governare i fenomeni e non soltanto reagire alle emergenze. La Convenzione Ramsar, invece, interpreta le zone umide come sistemi dinamici nei quali acqua, suolo e attività umane sono inseparabili, mentre la World Bank evidenzia nei progetti finanziati negli ultimi decenni che i risultati più duraturi si ottengono solo quando agli interventi infrastrutturali si affiancano riforme istituzionali e una governance quanto più unitaria possibile del bacino.

È proprio su questo punto che il confronto internazionale diventa rilevante. Il caso del lago Sevan, in Armenia, rappresenta l’esempio più significativo di inversione reale di una tendenza negativa su un grande lago naturale dolce. Tra metà Novecento e primi anni Novanta il livello del lago subisce una riduzione complessiva stimata in circa 18–19 metri, con una perdita drastica di volume e superficie. A partire dai primi anni Duemila, grazie a un insieme di interventi che comprendono la riduzione dei prelievi irrigui nel bacino e la regolazione dei deflussi attraverso infrastrutture come il tunnel Arpa–Sevan, il sistema inverte la tendenza e recupera circa 2–2,5 metri tra il 2002 e il 2010. In questo caso il dato decisivo non è l’opera singola, ma la modifica del bilancio idrico complessivo e la presenza di una governance centrale in grado di intervenire sull’intero sistema.

Un secondo modello è quello del Lago Chilika, in India, un sistema costiero salmastro con superficie variabile tra 900 e 1.100 chilometri quadrati. Tra gli anni Ottanta e Novanta il lago subisce una progressiva perdita di funzionalità idraulica a causa dell’interramento del canale di collegamento con il mare, con effetti pesanti sulla circolazione interna delle acque. A partire dal 2000, con l’istituzione della Chilika Development Authority, viene avviato un sistema permanente di manutenzione basato su dragaggi e gestione continua dei flussi. In questo caso non si registra tanto un aumento del livello dell’acqua, quanto il ripristino della funzionalità del sistema idrologico, elemento che la letteratura internazionale considera spesso più importante del solo dato idrometrico.

Un caso diverso ma altrettanto significativo è quello della laguna di Venezia, che non è un lago ma un sistema idraulico complesso in cui la gestione dell’acqua è storicamente legata alla regolazione dei fiumi immissari, alle opere di deviazione e alla manutenzione continua dei canali. Nel tempo, la deviazione dei principali corsi d’acqua ha ridotto il rischio di interramento, mentre oggi la gestione è affidata a un sistema tecnico e istituzionale articolato che include strutture pubbliche e organismi dedicati alla manutenzione e al controllo dei flussi. Ma soprattutto ai monitoraggi delle mutazioni dei fondali attraverso tecnologie di ultima generazione che permettono successivi interventi puntuali. Anche in questo caso il principio è lo stesso: la stabilità non deriva da un intervento una tantum, ma da una manutenzione programmata e continua.

Nei Paesi Bassi il modello è ancora più radicale, perché l’acqua non è considerata un elemento naturale da subire, ma una variabile completamente regolata da infrastrutture. Attraverso il sistema coordinato da Rijkswaterstaat, il livello dell’acqua viene gestito tramite dighe, chiuse e sistemi di drenaggio che eliminano la variabilità naturale e trasformano la gestione idraulica in una funzione permanente dello Stato. È un approccio che sposta completamente il problema dal piano ambientale a quello infrastrutturale.

Accanto ai sistemi che funzionano, esistono quelli che mostrano equilibrio instabile o oscillazioni senza stabilità strutturale. Il lago Balaton, in Ungheria, con una profondità media di 3–4 metri, oscilla frequentemente anche di oltre un metro tra fasi secche e umide, pur disponendo di una regolazione parziale attraverso il suo emissario. Il lago Chapala, in Messico, alterna fasi di recupero temporaneo anche superiori al metro a nuovi periodi di calo, in un contesto segnato da forti prelievi lungo il bacino del fiume Lerma e da una governance frammentata. Il lago Urmia, in Iran, ha subito tra il 1995 e il 2013 una perdita superiore all’80–90 per cento del volume, con un parziale recupero successivo legato a interventi di riduzione dei prelievi agricoli, ma senza stabilità strutturale. Il Great Salt lake negli Stati Uniti e il lago Chad in Africa centrale rappresentano invece sistemi ancora più instabili, dove le variazioni sono fortemente dipendenti dalle condizioni climatiche e dalla pressione antropica, senza una vera capacità di recupero consolidato.

Nei casi estremi, come il lago d’Aral, la trasformazione è stata pressoché irreversibile. La deviazione dei principali fiumi immissari per l’irrigazione agricola ha prodotto una riduzione superiore al 90 per cento della superficie originaria, con la scomparsa di gran parte del bacino.

Se si osserva l’insieme di questi casi attraverso le chiavi interpretative indicate da Fao, Unesco e Ramsar, emerge che i sistemi che funzionano presentano una governance unificata o fortemente coordinata, una sorveglianza e monitoraggio costanti delle mutazioni dei fondali, una manutenzione continua del bacino idrico e un controllo effettivo dei prelievi a monte. I sistemi che falliscono sono invece caratterizzati da frammentazione istituzionale, interventi episodici, pressione agricola non regolata e assenza di manutenzione strutturale.

In questo quadro il lago Trasimeno si colloca in una posizione intermedia ma critica. Non è un sistema collassato ma non è nemmeno un sistema stabilizzato. È un sistema fragile in cui la componente naturale è ancora attiva e assolutamente predominante sulla capacità di gestione. Anziché di problema o difficoltà climatica è probabilmente più appropriato parlare di deficit di governance.

Le criticità operative, prima ancora che di opere di manutenzione, difettano probabilmente di registrazione dei cambiamenti nei fondali, capaci oltre che di fotografare l’esistente, di prevedere l’orientamento dei residui e quindi gli accumuli e gli interramenti. Premessa per la realizzazione dei piani di intervento. Che poi attivano le azioni autorizzative. La mancanza di dragaggi sistematici da anni, le difficoltà nella gestione dei fanghi, i rallentamenti burocratici oltre allo scaricabarile tra gli enti, determina un elefantismo incompatibile con l’attuale fase del lago. In questo contesto gli interramenti e l’emersione dei fondali non possono che essere interpretati come i sintomi più evidenti oltre che di una malattia cronica, dell’assenza di diagnosi e di terapia. L’immissione di acqua dalla diga di Montedoglio rappresenta un intervento recente e significativo, ma si inquadra come azione isolata soprattutto non preceduta da interventi integrati, pertanto non inserita come ‘voce’ di modelli considerati performanti.

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