di Daniele Bovi
Al Trasimeno ci si prepara alla fondamentale stagione estiva partendo da uno dei livelli idrometrici più bassi degli anni Duemila. Il primo gennaio i dati parlavano di -1,31 metri sotto lo zero idrometrico, mentre all’inizio di febbraio si sfioravano i 140 centimetri; una situazione che non è migliorata negli ultimi giorni e nelle ultime settimane, anche a causa delle scarse piogge.
I numeri Secondo l'ultimo bollettino dell'osservatorio dell’Autorità di bacino distrettuale dell’Appennino centrale, il Trasimeno si trova sostanzialmente in linea con i livelli critici estivi. Come mostra il grafico di Umbria24 che ricostruisce la serie storica dal 1968 al 2023 (le misurazioni vengono fatte ogni primo gennaio), per trovare un dato peggiore bisogna guardare agli anni peggiori del nuovo secolo: 2003 (-1,70 metri), 2007 (-1,37) e 2009 (-1,41). In generale, non solo al Trasimeno, senza piogge rilevanti nei prossimi mesi l'Autorità spiega che l'Umbria potrebbe piombare in uno stato di «criticità considerevole» per quanto riguarda la siccità.
Scenario Un quadro preoccupante in vista della stagione estiva, cruciale per il turismo e quindi per l'economia del comprensorio. «Quale può essere lo scenario per l'estate? Tenendo conto - spiega a Umbria24 Piergiorgio Manciola, professore di Costruzioni idrauliche e marittime e idrologia all'Università degli studi di Perugia - che il livello di evaporazione potrebbe essere lo stesso se non maggiore a causa del riscaldamento del sistema, e che le precipitazioni potrebbero diminuire, lo scenario potrebbe essere peggiore rispetto a quello dello scorso anno. Ovviamente si tratta di previsioni sulle quali c'è un livello di incertezza».
Più acqua Nessun dubbio invece sul fatto che l'unico modo per aiutare il Trasimeno sia quello di portare in qualche modo più acqua. «Il lago - dice Manciola - ha sete e ha bisogno di acqua». Nel corso dei decenni sono state prodotte tonnellate di carta e di progetti, nessuno dei quali è stato realizzato. Alla fine del 1993 venne redatto uno studio per l'ampliamento del bacino imbrifero del Trasimeno, prelevando acqua in quota da alcuni torrenti (come il Vallaccia e il Formanuova) anche attraverso un sistema di gallerie.
I progetti A redigerlo fu la facoltà di Agraria (all'epoca non c'erano i dipartimenti, introdotti con la riforma Gelmini, e a Perugia neppure Ingegneria) «ma il progetto - ricorda Manciola - contravvenne ad alcune impostazioni di base» e quindi non se ne fece nulla, anche per la sollevazione degli umbertidesi a proposito dei prelievi sul Niccone. Poi nel 2003 è stata la volta del progetto che riguardava l'apporto di acqua dalla diga di Valfabbrica e dal Chiascio. A realizzarlo oltre a Manciola i professori Lucio Ubertini e Stefano Casadei. L'idea era quella di collegare la diga al Trasimeno e di utilizzare in inverno le acque in esubero. Fino all'Anguilla le opere già ci sono e per completare il tutto servirebbero oltre 120 milioni. L'opera era stata inserita dalla Regione tra quelle da finanziare con il Pnrr ma le risorse non sono arrivate. Quindi, anche in questo caso, nulla da fare.
La soluzione Due anni fa poi l'Università nel suo secondo «brainstorming di Ateneo», al quale hanno partecipato decine di esperti, ha ribadito che la soluzione migliore è proprio quella dei 20 km di condotta dalla diga del Chiascio: immettendo tra gennaio e marzo 10 milioni di metri cubi si otterrebbe un aumento di almeno 10 centimetri senza intaccare la funzionalità intera del sistema della diga. Per tutti questi progetti una delle parole chiave è «chimismo», che rimanda alla preoccupazione per gli effetti che l'acqua di altri bacini potrebbe avere sul lago. Il problema però è che mentre ci si preoccupa degli effetti della cura il paziente rischia di morire: entro la fine del secolo infatti secondo gli esperti il Trasimeno rischia di prosciugarsi.
