di Mauro Agostini
Qualche giorno fa la sindaca Ferdinandi ha comunicato che il decennale del Festival Kum! si terrà a Perugia. È l’iniziativa voluta da Massimo Recalcati eminentemente dedicata al tema della cura, e l’edizione di quest’anno avrà al centro la violenza, quanto mai centrale nelle società e nella politica di oggi. La parola kum nel Vangelo è usata anche come invito a rialzarsi e credo che non sia un caso se la prima cittadina ha detto che il festival servirà anche a rafforzare l’identità di Perugia.
Qui siamo al cuore della riflessione che intendo proporre. Tra qualche settimana saranno due anni dall’insediamento della nuova giunta. Una nuova generazione guida oggi la città, nuova non solo per dato anagrafico, ma anche per cultura politica. Una cesura con il passato recente, i dieci anni di una amministrazione grigia e priva di iniziativa che ha consegnato una città senza qualità e con ampie aree di degrado. Una cesura anche nei confronti della tradizionale cultura civica della sinistra storica che non casualmente venne sconfitta nel 2014 incapace di un suo rinnovamento.
La carica di freschezza interpretata da Vittoria Ferdinandi ha già dimostrato di sapersi sperimentare positivamente in diversi ambiti, è ora maturo il tempo di impegnarsi nella questione delle questioni, il centro storico. Una sfida non semplice anche per la gravosità della situazione che si è chiamati a fronteggiare dopo dieci anni di incuria. Checché se ne dica, l’identità di una città è data dal suo centro storico, dalla sua capacità di vivere, dalla sua relazione con la città diffusa. Perugia è appunto in cerca di una sua identità. In un momento di passaggio che coinvolge la grande parte delle città storiche italiane.
Il centro storico è oggi un contenitore delle contraddizioni sociali della contemporaneità, non è più certamente il luogo della residenza dei privilegiati, come si diceva un tempo. Uno dei primi fattori di trasformazione è l’overtourism con il proliferare degli affitti brevi, fenomeno che influisce con forza sul mercato immobiliare e sulla disponibilità di alloggi per gli studenti. Evidente anche la diffusione di abitazioni marginali ricavate in ambienti a piano terra in cui l’unico accesso di luce e aria è dato appunto dalla porta di ingresso. Il tessuto sociale si sta profondamente modificando generando nuove domande sia in termini di servizi che di cura urbana.
È noto come la sostanziale abolizione della ztl alcuni anni fa ha ridotto il centro a un grande parcheggio a cielo aperto. Lo stato della pavimentazione delle vie – per inciso sarebbe opportuno ricordare soprattutto agli automobilisti che le percorrono a velocità non adeguate che sono vie e non strade – testimonia dello stress a cui sono state e sono sottoposte. È stata annunciata la ripavimentazione di Corso Vannucci, molto bene, ma se la nuova sarà ancora sottoposta al carico di mezzi di approvvigionamento che si vedono ogni mattina, quanto potrà resistere? E qui veniamo al tema della ztl. Questione non più rinviabile che va affrontata in un dibattito che coinvolge e vede protagoniste le varie componenti della città. Esistono biblioteche che dimostrano come la chiusura dei centri urbani fa migliorare la qualità e la redditività dell’attività commerciale. Un occhio attento può già notare come significative modifiche, tutte molto qualitative, stiano interessando l’offerta commerciale del Corso.
Quali sono gli interessi che interagiscono nella vita del centro storico? Sono sostanzialmente tre: i residenti, i commercianti, gli studenti e alcune funzioni pubbliche come l’amministrazione della giustizia. Altre funzioni, pubblica amministrazione e banche, hanno ormai un ruolo marginale. Il compito del potere pubblico è quello di contemperare le diverse esigenze nell’ottica dello sviluppo e della sostenibilità. Partendo da un presupposto, il centro non è il palcoscenico delle varie iniziative in un mix di grandi manifestazioni, turismo, movida notturna. Non è un luogo di cui usufruire o peggio da sfruttare. È il luogo della vita e della vivibilità. Di quella intelaiatura sociale che si sviluppa nel quotidiano e che genera la qualità civica, della civitas come insieme delle relazioni all’interno dell’urbs, la città fisica.
Ho sentito dire che senza la presenza dei giovani nei luoghi di intrattenimento serali del centro, la città sarebbe un deserto, giusto. Ma senza la residenzialità la città sarebbe un fantasma, o al meglio un museo all’aperto. Integrare queste funzioni è fondamentale anche ai fini della cura del bello. Integrare nel segno della sostenibilità. Sarebbe una sconfitta per tutti se si aprisse uno scontro tra le diverse componenti, più influenti quella commerciale e giovanile, assai meno quella dei residenti. I dehor sono accoglienti ma non possono né oscurare una caratteristica peculiare del Corso, la magnifica prospettiva ondulata che collega la Fontana Maggiore con Piazza Italia, né trasformarlo in una imbarazzante tavolata da gita fuori porta. La cura del bello è anche l’arredo urbano con un piano che preveda la rimozione di cartelli stradali, insegne, cartellonistica di vario genere che non hanno più ragione di esistere.
Kum è “cura” e “rialzarsi” al tempo stesso. L’identità è quell’incrocio positivo tra tradizione, innovazione, cultura urbana, studio, attività economica. Più volte si è detto e scritto della compresenza in città di grandi istituzioni e manifestazioni culturali ma è ancora insufficiente il contributo che viene, non uti singuli perché sono molto qualificate, ma come network. Il posto di Perugia è in un circuito nazionale e internazionale di cultura e turismo consapevole, di innovazione e sperimentazione, insomma in una frontiera avanzata, non in un illusorio tranquillizzante tran tran provinciale. Le grandi trasformazioni non vengono da operazioni verticistiche ma solo dal mix di qualificato potere istituzionale e mobilitazione sociale. È questo il momento.
