di Stefano Lupi*

Gentile Sig. Sindaco,
Mi rivolgo direttamente a Lei non solo per difendere le istanze di una categoria,
quanto per valorizzare un’idea condivisa di città. Lo faccio da Presidente di
Confcommercio, ma soprattutto da rappresentante di centinaia di imprenditori che ogni
giorno tengono aperte le proprie attività, investono, assumono, pagano le tasse e
contribuiscono alla vita della comunità cittadina. Il nostro territorio, già fortemente
caratterizzato se non inflazionato, dalla presenza di medie e grandi superfici di vendita non ha una carenza di offerta commerciale. Al contrario, siamo di fronte ad un sistema saturo, prossimo ormai al collasso. Mentre si continua a discutere di nuove aperture, di ulteriori insediamenti ed ampliamenti, assistiamo alla progressiva chiusura e desertificazione dei negozi di vicinato. Ogni saracinesca abbassata va oltre la fine di un’attività economica, significa una vetrina spenta, una strada meno frequentata, un quartiere più fragile, una relazione sociale che viene meno. Perdiamo irrimediabilmente un presidio di legalità, identità e qualità urbana.

Il commercio di vicinato è una componente essenziale della città: il negozio, l’artigiano, il
bar, il ristorante, l’attività specializzata sono parte di un ecosistema che rende una
comunità più viva ed attrattiva. Per questo riteniamo che il tema non possa essere
affrontato esclusivamente in termini di superfici disponibili, investimenti annunciati o
numero di posti di lavoro promessi. Fummo i primi a sostenere in tempi passati, che la
modifica del Dpac (documento di programmazione delle attività commerciali del Comune di Terni) da voi effettuata, avrebbe comportato un disallineamento urbanistico difficilmente sostenibile. Dobbiamo chiederci pertanto qual è il conto che la città deve pagare, quale sia il saldo complessivo di queste operazioni. Quanti nuovi posti di lavoro vengono creati? Quanti ne vengono persi nel commercio esistente? Qual è l’impatto sulla viabilità? Quali sono le conseguenze sul consumo di suolo? Quanto traffico aggiuntivo viene generato? Quale effetto produce un nuovo insediamento sulla rete commerciale dei quartieri e del centro cittadino? Sono domande concrete, non ideologiche.

Dobbiamo smettere di pensare che ogni nuova superficie commerciale rappresenti
automaticamente benessere. Lo sviluppo non è aggiungere metri quadrati di vendita,
bensì creare valore senza impoverire ciò che già esiste. Una città commerciale forte non
concentra l’offerta in grandi poli, impoverendo le altre zone, ma è quella che riesce a
mantenere un equilibrio tra grandi strutture, medie superfici e rete del piccolo commercio. Terni oggi ha bisogno di equilibrio. Ha bisogno di una politica commerciale capace di guardare al medio e lungo periodo, non soltanto alla singola pratica urbanistica o alla singola opportunità di investimento. Tutto ciò va inserito in un contesto di rilancio economico complessivo capace di generare reddito, sostenendo conseguentemente i consumi delle famiglie. Per questo chiediamo alle Istituzioni un cambio di approccio. Prima di autorizzare nuovi insediamenti, occorre valutare seriamente l’impatto cumulativo delle superfici commerciali già presenti sul territorio. Non possiamo analizzare ogni nuova apertura come se fosse la prima e l’unica. Terni è un sistema complesso: quello che viene deciso oggi si somma a ciò che è stato realizzato negli ultimi anni. Se in passato sono stati fatti degli errori occorre avere il coraggio e la forza di non replicarli.

Continuando ad aumentare l’offerta senza accompagnare proporzionalmente la domanda, avremo l’inevitabile redistribuzione dei consumi, con effetti particolarmente pesanti proprio sulle attività più piccole ed esposte. Non chiediamo di fermare il commercio, né di impedire gli investimenti. Chiediamo di governarli, con regole certe, programmazione e una visione complessiva. Chiediamo che il principio della libera iniziativa economica venga coniugato con una responsabilità altrettanto forte verso il territorio. Il Comune, insieme alle istituzioni regionali e alle categorie economiche, sociali e sindacali apra un confronto vero sul futuro di Terni, evitando ciascuno sterili partigianerie. Dobbiamo mettere al centro la rigenerazione del centro cittadino e dei quartieri, incentivare il riuso degli spazi commerciali esistenti, sostenere le imprese che già operano sul territorio e favorire nuovi modelli di commercio ed economici, capaci di coniugare innovazione e prossimità. Una città senza negozi è una città più povera, anche quando gli indicatori sulla carta raccontano di nuovi e potenziali investimenti. Noi non siamo contro chi investe, contestiamo l’idea che ciò significhi necessariamente costruire ulteriori nuove superfici di vendita. Abbiamo bisogno di investimenti che aumentino la qualità urbana, di imprenditori che trovino le migliori condizioni per aprire, ma anche di quelli che possano continuare a resistere e crescere. Ciò necessita di una strategia che renda il centro attrattivo, i quartieri vitali e l’intero sistema commerciale sostenibile.

Ecco perché Confcommercio Terni chiede una moratoria ragionata ed una verifica
complessiva sull’effettiva necessità di nuove medie e grandi superfici, accompagnate da
una valutazione seria degli effetti economici, urbanistici e sociali sul territorio. Non è una
battaglia contro qualcuno. È una riflessione per Terni, per una città che non vuole scegliere tra una presunta modernità e tradizione, tra grande distribuzione e piccolo commercio, ma vuole costruire un giusto equilibrio capace di far convivere sviluppo e identità. Il nostro appello è semplice: fermiamoci e guardiamo quello che abbiamo già costruito, chiedendoci quale città vogliamo lasciare alle prossime generazioni. Una comunità può avere molti centri commerciali, ma se perde i suoi negozi, rischia di cancellare una parte della propria anima.

* riceviamo e pubblichiamo la lettera aperta del presidente di Confcommercio Terni