«Oggi dobbiamo prendere decisioni eccezionali per tempi eccezionali. Siamo pronti a rischiare le nostre risorse per il futuro delle nostre aziende. Chiediamo che anche il mondo delle istituzioni, a partire dalla nostra Regione, prenda le decisioni che gli competono. Non in una logica di ricerca del consenso a breve periodo, ma nella logica di perseguire il bene comune di questa e delle generazioni future». È un’assemblea annuale di Confindustria strana, quella del 2020, come tutti gli eventi di questo periodo fortemente condizionato dal Covid. Niente convivialità, niente confronti né strette di mano. Tutto a distanza, via web. Ma, nel suo intervento, il presidente degli industriali umbri, Antonio Alunni, cerca lo stesso di scaldare l’orgoglio imprenditoriale, specie di chi opera nel manufatturiero «il solo settore – dice – che abbia resistito e resista alla pandemia. La ricchezza prodotta dall’industria è oggi il vero asse di resistenza del nostro Pil».
CRISI SENZA PRECEDENTI, GIOVANI E PRECARI PAGANO CONTO SALATO
Crisi economica e morale Il Covid, con la mazzata sull’economia, ha ricordato, è arrivata come strascico di una crisi economica partita nel 2008 e mai veramente superata. Ma «il maggior pericolo per tutto il mondo avanzato – secondo Alunni – è che adesso questa crisi economica generi una crisi morale». I segnali sarebbero separare «a lungo, e magari definitivamente, il reddito di ogni persona dal suo contributo reale al processo economico» o che si persegua «il ritorno allo Stato imprenditore su larga scala». Per il presidente degli industriali in questi frangenti «è necessario ed è giusto che la mano pubblica intervenga, anche in maniera estesa, per contrastare la crisi di interi settori economici, ed anche per sostenere la domanda ma vi sono modi diversi con i quali la mano pubblica può intervenire».
Pericolo statalismo Questi interventi dunque dovrebbero essere reversibili, senza alterare il peso relativo che i diversi settori economici avevano prima della crisi e «ogni intervento non deve perseguire un effetto redistributivo che depauperi alcune aziende o tipi di aziende». «Le risorse necessarie per perseguire finalità sociali di emergenza – ha sottolineato Alunni – devono essere reperite attraverso la tassazione generale, opportunamente rimodulata». Però «è evidente come questi tre principi siano largamente violati in molte delle azioni che il Governo ha assunto sin dall’inizio della pandemia. Particolarmente preoccupante è l’espansione della mano pubblica nella proprietà delle aziende» con «l’evidente rischio del ritorno a una precisa ideologia statalista che credevamo finita per sempre. Come industriali, come imprenditori, abbiamo il dovere di opporci a tutto questo».
Formare classe dirigente Una delle cose necessarie per ripartire, invece, è «favorire, nei nostri territori, la formazione di una nuova classe dirigente responsabile, che capisca profondamente i principi dell’economia moderna e dei mercati nella quale essa si realizza. Troppe volte le posizioni antindustriali derivano semplicemente dal fatto che non si conoscono questi principi. Lo possiamo fare organizzando corsi di formazione, incontri, scambi. In un modo pienamente collaborativo, e mai di contrapposizione». Un’altra è «aiutare le pubbliche amministrazioni mettendo a disposizione personale tecnico per superarne le carenze «in modo non invasivo, e sempre rispettoso della sfera di autonomia che esse devono avere».
Burocrazia amica Restando nell’ambito dei rapporti col pubblico, Alunni si è rivolto direttamente alla presidente Tesei, chiedendo «un quadro legislativo e regolamentativo che favorisca la creazione di ricchezza, e non la ostacoli» cioè «una macchina burocratica efficiente e veloce nelle sue decisioni». «Quello che noi chiediamo – ha specificato – non è l’assenza di regole né di evitare le regole. Quello che noi vogliamo sono regole che siano alla pari di quelle di Paesi come la Germania o l’Austria. Noi non vogliamo meno Stato né vogliamo meno pubblica amministrazione. Noi vogliamo uno Stato migliore, noi vogliamo una pubblica amministrazione migliore».
No alla decrescita Infine un secondo richiamo alla «crisi morale». «Uno dei modi in cui si manifesta – ha affermato Alunni – è il fatto che l’idea di un progresso continuo della società è andata a svanire. La vera tragedia è che questi sentimenti si stanno diffondendo e sono considerati come una cosa buona e giusta. Lo testimonia l’ideologia della “decrescita felice”. Una ideologia non solo sbagliata, ma contraria ai principi dello sviluppo civile e sociale. Perché è grazie alla crescita economica che la durata della vita si è straordinariamente allungata in tutti i Paesi del mondo, che la vita delle generazioni presenti ha una qualità incomparabile con quella delle generazioni passate, che i conflitti sono diminuiti, e i rapporti tra le persone e le classi sociali non hanno più il carattere di scontro che avevano in passato. L’industria – ha concluso – è il testimone morale del progresso. È nostro compito ricordare questa verità a tutto il Paese, a tutti i cittadini. Perché l’Italia deve e può ritrovare quell’afflato verso il progresso e la crescita che l’hanno portata, dopo la tragedia della guerra, a diventare un Paese più prospero, più civile, più colto».
