di Valerio Marinelli*
Si apre la campagna delle primarie e la tensione tra i candidati sale. Naturale. Primarie piatte e silenziose non sarebbero la “festa della democrazia”- come sono state definite- ma il suo funerale. La conflittualità, dunque, quando sana, non spaventa: fa parte del gioco. C’è di che preoccuparsi, invece, se i candidati del centrosinistra badano più a evidenziare le distanze che a mettere in chiaro gli elementi comuni di un progetto politico che deve saper andare oltre le contingenze della fase pre-elettorale. Come sempre, il successo delle primarie si misura in primo luogo dalla partecipazione: già da ora mi sento di lanciare un appello ai cittadini a recarsi ai gazebo. In questo mese c’è l’occasione di rimettere in sintonia con la politica- e mi auguro quanto più possibile con il PD- un’ampia fetta di elettorato deluso e frustrato, che ha bisogno di capire che la politica (e i politici) non è tutta uguale, che le diverse opzioni di scelta sono il sale della democrazia, che un futuro migliore non si realizza senza un concorso diffuso e responsabile delle persone, in grado si spingere dal basso la trasformazione. Le primarie divengono allora una chance per il Paese. E, pensate con il doppio turno, sono una chance anche per rifondare un centrosinistra di governo, pienamente legittimato, casa di tutti i progressisti.
In un momento così delicato della vita della Repubblica, l’estrema semplificazione del messaggio a fini elettorali, il personalismo anima della campagna, la subordinazione dei contenuti alle forme di una comunicazione che preferisce persuadere anzichè convincere, mi paiono vie deboli e rischiose, perchè sostanzialmente inadeguate alle complesse richieste dei tempi. Questo è un motivo per il quale non sosterrò il progetto di Renzi. Ce ne è almeno un secondo, però: mi sembra che su molti aspetti presenti come nuove impostazioni e ricette politiche post blairiste ormai datate. In particolare i campi dell’economia e del welfare dovrebbero, al contrario, riportare i tratti salienti dell’innovazione di un centrosinistra già pronto a guardare oltre la crisi. Renzi ha comunque il merito di svolgere una funzione importante all’interno del dibattito pubblico e di allargare la base dei consensi del PD. Il tema del ricambio della classe dirigente, poi, è giustissimo, ma- a mio giudizio- è un errore tradurlo in termini così superficiali. Sosterrò quindi Bersani, seppure con schietto spirito critico. Un sostegno che passa dalla considerazione della sua esperienza personale, che lo rende all’altezza dei ruoli di governo; dalle priorità programmatiche, stese in questi tre anni in un intenso e partecipato lavoro al quale ho dato un contributo diretto; dalla condivisone strategica di organizzare un centrosinistra plurale piuttosto che tentare di indentificare nel PD l’intero panorama del centrosinistra.
Le criticità fanno capo a tre questioni: a) Bersani non è riuscito nella missione di infondere al PD una vera e propria “identità collettiva”. Per un centrosinistra di governo, che intende lavorare meglio che nel passato, questa è un ingrediente assai importante, quasi una condizione basilare. b) Il programma è di alto profilo, ma per renderlo davvero efficace è decisivo adottare una cultura, un’angolatura, una proiezione politica in grado di superare con nettezza i consumati paradigmi della sinistra socialdemocratica novecentesca. Questo è, senza dubbio, un punto sul quale ancora Bersani deve dare prova di lungimiranza. c) Sul tema del ricambio della classe dirigente, mentre Renzi propone più una sostituzione che un rinnovamento (sfumatura tutt’altro che secondaria), a Bersani non può sfuggire l’esigenza -ormai ineludibile, urgente, pressante- di rifondare la classe politica, perchè di questo c’è bisogno, di questo si tratta. Rifondare una classe politica è ben più complicato che cambiare qualche decina di volti noti, logorati da anni di contraddizioni e sconfitte. E’ uno sforzo che, senza ambiguità o incertezze, Bersani è chiamato a compiere per il Paese prima che per il partito. Un impegno i cui risultati vanno resi visibili già a partire dalla composizione delle liste per il Parlamento: ineccepibile decidere i candidati parlamentari attraverso procedure trasparenti e partecipative, o magari tramite primarie, ma nulla, proprio nulla, potrà surrogare una ferrea, solida, convinta, condivisa volontà di rinnovamento.
Una volontà alla quale Bersani non deve dare l’idea di sottrarsi, neanche per un istante, pena la concreta possibilità di minare la credibilità di un progetto di fronte a un’opinione pubblica che in molte occasioni ci ha urlato in faccia come la pensava. Sarebbe sciocco ritenere che per rifondare una classe politica possa bastare una tornata elettorale con il solo impegno del PD. Il lavoro da promuovere è in realtà spinoso e profondo quanto profondo è il problema. Un salto generazionale è condizione indispensabile, sebbene comunque non sufficiente. Occorre rilanciare il profilo intellettuale della politica, equamente distante dai politici politicanti come dai tecnici o come pure da Soloni bravi soltanto a innamorarsi delle proprie parole. Rilanciare il profilo intellettuale della politica significa dare origine a una classe dirigente strettamente connessa a una progettualità con grandi ambizioni di presenza culturale nella società. Rilanciare il profilo intellettuale della politica vuol dire preparare una classe dirigente a intuire, maturare e fermentare le nuove mentalità, i nuovi bisogni di una società in rapida, costante, a volte confusa evoluzione. Infine, il forte legame culturale di una classe politica con un progetto rafforza il vincolo etico che deve collegare l’esercizio delle responsabilità pubbliche con le forme della sovranità popolare. In altri termini, la rifondazione di una classe politica non è scindibile dalla rifondazione etica della politica. Il resto è artificio buono a stupire all’inizio e a deludere subito dopo. La partita è appena iniziata, ed è ciò che conta. Sarà lunga e il gioco sarà duro. Una partita dagli esiti non scritti, che ha bisogno di un surplus di sensibilità e attenzione da parte di un centrosinistra che, se al governo, avrà il compito storico- in questo caso fuor di retorica- di cambiare il Paese.
*Coordinatore dei Dipartimenti Pd

