Il Sant'Ercolano a testa in giù all'Edicola 518 di Perugia

di Maurizio Troccoli

Non ci si rifugi nel sarcasmo – come puntualizza Francesco Gatti – per fare una legittima critica. Ma Varasano, persona gentile e rispettosa, sull’arte contemporanea, a Perugia ha già fatto sufficienti guai. Sarebbe consigliabile astenersi. E invece, dichiaratamente estraneo a questo linguaggio, passando davanti a Edicola 518 dichiara il graffito di Sat’Ercolano a testa in giù «incomprensibile» e «lontanissimo dalla mia sensibilità». Tradotto: la migliore promozione che gli ideatori si sarebbero potuti aspettare. Perchè poi tra personaggi ostili alle ‘teste in giù’ che richiamano un Mussolini oltraggiato – guai a nominarle -, altri che si cinturano a protezione di una ‘chiesa’ dileggiata e altri ancora che contestano la stessa rappresentazione del ‘rotolamento della testa del martire’ – che, dicono, si sarebbe potuta rappresentare diversamente – ovvero il buonismo noto, cos’altro sarebbe se non bigottismo o provincialismo, rispetto a una delle intuizioni più frizzanti del recente passato a Perugia?

Apparirà pretestuoso ricordare la fine che gli ex assessori Varasano e Severino hanno fatto fare a palazzo della Penna, trasformandolo in un decadente mausoleo della nostalgia, di recente ripreso e rilanciato con qualche idea dentro che assomiglia alla spinta delle origini dell’allora buon assessore Andrea Cernicchi. Una chiesa intelligente, quale l’attuale vescovo Maffeis degnamente rappresenta a Perugia, sa interpretare il valore di questo graffito e forse quello che più teme è il recinto stretto dentro cui taluni provano a trascinarla. Come sa intendere l’impatto di questo graffito e il fatto che funzioni, proprio su quella saracinesca che si arrotola. Non conteranno nulla i capricci di chi si sentirebbe offeso fino al punto di farlo sapere al Comune. Come sempre la differenza non è tra anticlericali e clericali, ma tra chi compie qualche sforzo d’intelletto e chi preferisce rifugiarsi nelle tifoserie che reclutano presunti puri di ogni estrazione.

Più che l’arte contemporanea – dimensione impegnativa – la contemporaneità dell’immagine, da Du Champ a Cattelan a Banksy, per citare i più noti, ha prodotto talmente tanto e aiutato a produrre talmente tanta riflessione critica, filosofica, storica che stare qui a decifrare questo gesto e questo segno, non può che rappresentare una offesa all’intelligenza. E’ invece un’operazione di comunicazione sicuramente azzeccata. Rispetto a cui, taluni (persone perbene beninteso) se non vi fossero, toccherebbe inventarli.

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