di Paolo Coletti*
I numeri, a volte, raccontano storie più efficaci di qualsiasi slogan. E quelli pubblicati a giugno dalla Camera di commercio dell’Umbria, su elaborazione Istat e Unioncamere-Tagliacarne, descrivono una regione che negli ultimi dieci anni ha visto partire all’estero migliaia di giovani under 39, con una perdita stimata di capitale umano pari a 1,43 miliardi di euro. Un valore che equivale a circa il 5,1% del Pil regionale annuo.
Nello stesso periodo, il dibattito pubblico umbro si è concentrato sulla recente riforma fiscale regionale, destinata a generare circa 184 milioni di euro in tre anni attraverso l’aumento delle addizionali Irpef per alcune fasce di reddito e la revisione di altre imposte regionali. Si tratta naturalmente di fenomeni diversi e non direttamente comparabili. L’emigrazione giovanile è un processo strutturale che si sviluppa nell’arco di molti anni e dipende da numerosi fattori: opportunità occupazionali, livelli salariali, prospettive di carriera, qualità dei servizi e dinamiche demografiche. Sarebbe quindi improprio attribuire alla manovra fiscale la responsabilità di un fenomeno che precede ampiamente le scelte adottate oggi.
Tuttavia, il confronto tra questi due numeri offre uno spunto di riflessione interessante. Se il problema principale dell’Umbria è la perdita di capitale umano qualificato, quale sarebbe il valore economico di una politica capace di trattenere una parte di quei giovani che ogni anno scelgono di partire? La domanda assume un significato ancora più rilevante alla luce delle prospettive economiche regionali. Secondo le stime pubblicate a giugno da Svimez, l’Umbria ha registrato nel 2025 una flessione del Pil dello -0,2%; di contro, l’indicatore Iter di Banca d’Italia, rilasciato nello stesso periodo, calcola per la regione una crescita debole ma di segno positivo, compresa tra lo +0,4% e lo +0,5%.
Questa apparente contraddizione numerica svanisce sotto la lente del metodo statistico: l’oscillazione dello 0,6% rientra nei fisiologici margini d’errore delle stime provvisorie, e i dati dei comparti reali (agricoltura, export e l’edilizia trainata dal Pnrr) sono di fatto convergenti. La divergenza sul dato aggregato finale dipende esclusivamente dal diverso peso matematico attribuito al settore dei servizi. Al di là dello scarto algebrico, entrambi gli istituti certificano la medesima realtà: un’economia regionale in una fase di sostanziale stagnazione strutturale e con una domanda interna asfittica. In un contesto simile, la capacità di attrarre e trattenere competenze può diventare una variabile decisiva per la competitività futura del territorio.
A rendere il quadro ancora più complesso contribuisce un altro dato diffuso dalla Camera di Commercio sulla base degli indicatori di benessere elaborati dall’Istat. I lavoratori umbri risultano infatti tra i più soddisfatti d’Italia per quanto riguarda la propria occupazione, con il 57,5% che esprime un giudizio positivo, un valore superiore alla media nazionale. Non si tratta necessariamente di una contraddizione. Una regione può offrire una buona qualità della vita e un elevato livello di soddisfazione lavorativa per chi vi rimane, pur incontrando difficoltà nel trattenere giovani altamente qualificati che cercano retribuzioni più elevate o maggiori opportunità di crescita professionale. In altre parole, stabilità e soddisfazione non coincidono sempre con capacità di attrazione dei talenti. La letteratura economica internazionale dedica da tempo attenzione a questo fenomeno. Diversi studi hanno evidenziato come le persone ad alta qualificazione professionale siano generalmente più mobili e più sensibili alle differenze di reddito netto, alle opportunità di carriera e alla qualità complessiva dell’ecosistema economico in cui operano. La fiscalità rappresenta soltanto una delle variabili in gioco, ma rientra in modo molto pesante tra gli elementi che influenzano le scelte di localizzazione di lavoratori e imprese.
È proprio in questa prospettiva che nasce la mia provocazione numerica. Secondo le stime richiamate dal Cnel e dalla Camera di Commercio, ogni giovane che lascia il territorio porta con sé un patrimonio formativo medio valutato in circa 253.000 euro. Per i profili ad alta specializzazione il valore stimato sale fino a circa 450.000 euro. Se si prende come riferimento il gettito complessivo della manovra fiscale regionale, pari a 184 milioni di euro nel triennio, emerge un risultato sorprendente.
Nel caso di giovani con valore medio di capitale umano pari a 253.000 euro, sarebbe sufficiente trattenere o recuperare circa 727 persone nell’arco di tre anni per generare un valore equivalente all’intero ammontare della manovra. Significa circa 242 giovani all’anno. Se invece si considera esclusivamente la fascia dei laureati e dei profili ad alta qualificazione, con un valore stimato di 450.000 euro ciascuno, il numero scende a 409 persone nel triennio, ovvero appena 136 all’anno. Anche ipotizzando una composizione intermedia del capitale umano regionale, composta per metà da giovani con formazione media e per metà da laureati altamente specializzati, il valore medio risulterebbe pari a 351.500 euro per persona.
In questo scenario sarebbero sufficienti circa 524 giovani nel triennio, ovvero 174 all’anno, per eguagliare il valore economico complessivo della manovra fiscale. Naturalmente non si tratta di grandezze direttamente comparabili. Da una parte vi sono entrate fiscali che vanno a finanziare la spesa pubblica; dall’altra vi è un patrimonio di competenze, conoscenze e capacità produttive che genera effetti economici nel lungo periodo. Nessun economista considererebbe queste due voci come elementi sostituibili. Eppure la provocazione conserva una sua utilità. Perché aiuta a misurare la dimensione reale del problema demografico e occupazionale che l’Umbria si trova ad affrontare. Nel solo 2025 il saldo migratorio regionale dei giovani ha registrato una perdita netta di 528 persone, risultato di 813 partenze contro 285 rientri. È un numero che supera già oggi la soglia necessaria per compensare, almeno in termini teorici di capitale umano, l’intero valore della manovra fiscale regionale.
Per questo il vero interrogativo non riguarda soltanto quante risorse raccogliere attraverso le imposte. Riguarda soprattutto la capacità di costruire condizioni economiche, professionali e sociali tali da convincere una parte dei giovani umbri a restare e, possibilmente, alcuni di quelli che sono partiti a tornare. Perché nel lungo periodo il capitale umano non è semplicemente una voce statistica. È il principale investimento sul futuro di una regione. Aumentare la pressione fiscale senza aver prima avviato una seria revisione della spesa pubblica, fondata su un rigoroso contenimento dei costi e su una riallocazione degli investimenti secondo il principio, più volte richiamato da Mario Draghi, della distinzione tra “spesa buona” e “spesa cattiva”, rappresenta un grave errore di politica economica.
La spesa buona è quella che accresce il potenziale di crescita del Paese attraverso investimenti in infrastrutture, istruzione, ricerca, innovazione, digitalizzazione, formazione del capitale umano e politiche volte ad aumentare la produttività. La spesa cattiva, al contrario, è quella che alimenta costi pubblici senza generare benefici economici duraturi, finanziando inefficienze strutturali e spesa corrente improduttiva. Incrementare il prelievo fiscale senza aver prima operato questa indispensabile selezione delle risorse costituisce un vulnus per il sistema economico: comprime la domanda interna, riduce la competitività e rischia di alimentare un crescente esodo di giovani, imprese e competenze verso contesti più favorevoli.
*Paolo Coletti è un manager, docente e analista con un’esperienza poliennale nella direzione di progetti complessi e nell’innovazione di processo per grandi imprese. Esperto di geopolitica e intelligenza artificiale, è autore di saggi sulla leadership etica, coniuga la visione strategica aziendale con lo studio dei nuovi scenari della geoeconomia moderna.
