Certo la crisi climatica, ma l’incapacità di dare risposte riesce a fare di peggio. Si è raggiunto il punto di culmine: Busitalia non naviga più verso l’Isola Polvese e le attività chiudono.
Chi conosce da vicino le recenti vicende di questo prezioso luogo sa cosa abbia significato restituire al bene pubblico uno degli angoli più incantevoli dell’Umbria per poi preservarlo, manutenerlo, custodirlo e accompagnarlo a diventare autosostenibile.
Impreziosendolo di attività economiche compatibili con l’ambiente e il paesaggio, con tutte le difficoltà che questa isola – per ragioni di varia natura, più isola di altre – ha comportato. Qui non ci sono solo piante e architetture da tutelare, ma anche animali e pratiche agricole che formano una tradizione delicata. Non sono stati soltanto recuperati beni ambientali, architettonici e culturali che già sarebbero valsi sforzi e missione. Sono state create imprese armoniche con il contesto, con un’ossatura di carattere sociale che si è tradotta in opportunità per chi è più svantaggiato, in valore di prodotti e di servizi.
E poi in bellezza, attrattività. La Polvese non è soltanto una location unica nel suo genere, che suscita interesse sia per gli aspetti climatici che paesaggistici, oltre che per la biodiversità. È un distretto del turismo umbro di qualità, dove convergono attività ristorative, resort, servizi per la balneazione, ostello e ricettività rivolta a differenti target. Ma anche convegni, seminari, appuntamenti legati alla ricerca ed eventi a carattere musicale e culturale che spaziano dall’arte alla gastronomia d’eccellenza. Tutto questo si ferma.
Busitalia ha sospeso il servizio di navigazione. Il livello dell’acqua non garantisce la navigabilità, secondo quanto dichiarato dall’azienda che ha vinto l’appalto. L’esemplificazione porterebbe a concludere che la crisi climatica, la scarsità delle piogge e la siccità nell’area del Trasimeno hanno portato a questo risultato. Ma la mancanza di azione, l’incuria, non è soltanto incapacità di rispondere alla crisi climatica: è un’ulteriore crisi che si aggiunge, con effetti a volte peggiori di quella climatica.
Un breve elenco: quanti anni sono che non vengono dragate le linee di navigazione? E le darsene? Bene, anzi male: oltre alle darsene piene di fango e di alghe, che rendono complicate le attività di attracco e in generale di arrivo e partenza anche ai natanti privati, gli approdi versano nelle condizioni che sono sotto gli occhi di tutti. Gli affluenti, i canali che rappresentano la fonte principale di immissione d’acqua, presentano condizioni di ostruzione, con interramenti imperdonabili in una fase come questa. Non aggiungiamo il problema dei chironomidi.
Le spiagge del lago risentono dell’effetto palude, come solo la burocrazia, rispetto a un disastro talmente diffuso, riesce a fare. Stando a quanto raccontano gli operatori economici, prevalentemente quelli turistici che operano nell’area lacustre, ci si mette anche l’atteggiamento «non collaborativo» di Busitalia. A loro avviso il problema rispetto a questa società che gestisce il servizio non è relativo a oggi, quando cioè è stato sospeso, ma alle tante volte in cui sono state fatte proposte che non hanno trovato disponibilità all’ascolto.
Un esempio: i servizi richiesti fuori dall’ordinario, le tariffe fuori orario considerate altissime fino al punto di essere disincentivanti. Cosa significa? Semplicemente che eventi in programma non si realizzano perché insostenibili. Un servizio di trasporto eccessivamente costoso fa lievitare il costo dell’evento a carico del cliente. Insomma, gli operatori turistici la traducono in un’esclusività esercitata «con pugno di ferro». E questo rispetto a un contesto che inviterebbe tutti a una maggiore disponibilità al dialogo e all’individuazione di soluzioni “salvavita”.
Cosa dire ancora dell’ente Parco: quello che doveva rappresentare un elemento aggiuntivo di attrattività, di capacità organizzativa, quella che sarebbe dovuta essere la premessa al fare rete e trasformarsi in un sistema virtuoso e innovativo, di sana economia e valorizzazione del territorio, si è trasformato in un ostacolo, se non una trappola burocratica, con rallentamenti che non disdegnano di trasformarsi in immobilismo. Quello sufficiente a garantire la propria sopravvivenza.
Fare i conti con la realtà oggi significa alzare il telefono, contattare i tanti partner, clienti, operatori economici che credono e hanno creduto nella capacità di tenere in vita il lago, e informarli del fatto che le attività programmate sono disdette: tra queste non soltanto la normale ricettività delle strutture turistiche, ma anche eventi culturali e convegni di carattere nazionale. Per agosto era in programma il convegno nazionale di Arci alla Polvese, mentre altri eventi storicamente organizzati qui viaggiano verso altri lidi.
Va evidenziato tuttavia un riconosciuto attivismo dell’assessora regionale Simona Meloni, tra l’altro originaria del Trasimeno, che si è spesa in ogni direzione, scontrandosi tuttavia con ruggini storiche e paludi burocratiche presenti a differenti livelli amministrativi, che si registrano sempre con lo stesso termometro: mancata manutenzione ordinaria e continua del lago e scaricabarile delle responsabilità.
Il lago va dragato. Gli affluenti puliti e liberati. Le darsene, gli approdi liberati da sabbia, fanghi e alghe. Le spiagge pulite. Gli uffici e le amministrazioni locali sburocratizzati. Le decisioni accelerate. I sistemi di trasporto implementati e il soggetto appaltante incentivato a collaborare. Soltanto dopo aver fatto questo, valorizzando gli sforzi di quanti investono in un contesto più insidioso di altri, è possibile attribuire le responsabilità alla crisi climatica. Farlo prima non è serio.
