di Daniele Bovi

Quattro Comuni considerati a rischio medio, altrettanti ad alto rischio e uno «fuori range». Sono questi alcuni dei dati più rilevanti che emergono dalle 16 pagine in cui l’Izsum – l’Istituto sperimentale zooprofilattico Umbria Marche – disegna le mappe di rischio per quanto riguarda la diffusione della Peste suina africana, pericolo numero uno per gli allevamenti di maiali e per tutta la filiera.

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Il Piano Le mappe rappresentano uno dei punti di riferimento che la giunta regionale, intensificando giorni fa le attività di controllo e contenimento dei cinghiali, ha preso in vista della redazione di un «Piano regionale di interventi urgenti», concentrati in via prioritaria nelle zone dove le mappe dell’Izsum segnalano un pericolo maggiore di trasmissione e contagio della malattia. Altri criteri per la redazione saranno l’impatto più elevato, in termini economici, dei danni provocati alle coltivazioni e i maggiori rischi per la circolazione stradale.

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Classificazione Le mappe rappresentano uno strumento «per poter classificare i Comuni di un territorio – scrive l’Istituto – in base alle categorie di rischio di introduzione della Psa in allevamento». Una classificazione di tipo qualitativo, con la pesatura di una serie di fattori di rischio fatta sulla base del numero degli allevamenti presenti, e non so quello dei capi (molto variabile). Le variabili prese in considerazione sono cinque, legate principalmente a fattori aziendali di tipo strutturale e manageriale mentre una è legata alla tipologia dell’ambiente della regione. In particolare si tratta della tipologia di allevamento, della sua capacità in termini di capi, della tipologia di gestione degli animali (stabulato, brado o semibrado), delle misure di biosicurezza e della presenza, nelle vicinanze, di zone di interesse faunistico, dove ovviamente è maggiore la presenza di cinghiali.

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I Comuni I numeri sui quali si basano le mappe sono stati raccolti nel 2020. Tenendo conto delle variabili che riguardano sia cinghiali che maiali, i Comuni umbri considerati a medio rischio sono Cannara, Marsciano, Spoleto e Amelia; quelli ad alto rischio Castiglione del Lago, Gubbio, Perugia e Narni mentre Assisi viene considerato «fuori range». Ottantaquattro Comuni quindi sulla base delle pesature effettuate dall’Izsum (la scala dei punteggi va da 0,0025 a 6,198) vengono classificati a basso rischio.

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I numeri Più aggiornati, rispetto a quelli dell’Istituto, sono i numeri dell’Anagrafe nazionale zootecnica: in Umbria al 30 giugno 2021 erano presenti 879 allevamenti e 189.377 capi, dato che colloca la regione dietro soltanto a Emilia, Friuli, Lombardia, Piemonte e Veneto; 39 poi si occupano solo di cinghiali, per un totale di 485 capi. In particolare, 129 mila sono destinati alla produzione da ingrasso e 57 mila alla riproduzione. Se si considerano anche gli allevamenti familiari, cioè quelle dove essenzialmente i maiali vengono cresciuti per l’autoconsumo, il numero di capi lievita di poco (in totale 190.588) mentre quello degli allevamenti arriva a 4.949. «L’allevamento suinicolo in Umbria – nota l’Istituto – è rappresentato, in misura prevalente, da allevamenti di piccole dimensioni; infatti l’86,6 per cento di essi ha una capacità non superiore a 20 capi, mentre il 13,4 per cento ha una capacità superiore a 20 capi».

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Cinghiali Se si guarda soltanto ai cinghiali «l’Umbria – sottolinea l’Istituto – è una regione dove la presenza è importante e si estende per l’intero territorio». Tenendo conto della presenza di questi animali e dei Comuni ricadenti nelle zone a interesse faunistico «dove i cinghiali sono particolarmente abbondanti», quelli con entrambi i fattori sono sostanzialmente tutti (87) a parte Citerna, Bastia Umbra, Monteleone d’Orvieto, Trevi e Monteleone di Spoleto, dove non ci sono Zone a interesse faunistico.

Twitter @DanieleBovi

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