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domenica 3 luglio - Aggiornato alle 11:04

Peste suina, quanto vale il settore dei maiali: Umbria tra le regioni con più capi e macellazioni

Nella regione 879 allevamenti – quasi 5 mila se si considerano anche quelli familiari – e 190 mila animali. Oltre 60 mila arrivano dalla Danimarca

Photo by Laura Anderson on Unsplash

di Daniele Bovi

La Peste suina africana è la minaccia più grave per gli allevamenti di maiali, settore in cui l’Umbria – dove è presente una plurisecolare e diffusa cultura della norcineria – ha tra i numeri più importanti in Italia. La Psa, presente dal 1978 in Sardegna, è arrivata nell’Italia continentale e in particolare tra la Liguria e il Piemonte, dove sono stati riscontrati i primi casi nelle carcasse di alcuni cinghiali, animali che rivestono un ruolo decisivo nella diffusione della malattia, che avviene per contatto diretto. La Regione per la prossima settimana ha convocato un tavolo e ha attivato un gruppo di lavoro con il compito di aggiornare i servizi veterinari delle Usl. Le associazioni degli agricoltori nel frattempo invitano a tenere alta la guardia anche tenendo conto dell’importanza del settore e del giro d’affari che genera.

PESTE SUINA, REGIONE CONVOCA TAVOLO E GRUPPO DI LAVORO

I numeri Stando ai dati dell’Anagrafe nazionale zootecnica, aggiornati al 30 giugno scorso, in Umbria ci sono 879 allevamenti e 189.377 capi, dato che colloca la regione dietro soltanto a Emilia, Friuli, Lombardia, Piemonte e Veneto; 39 poi si occupano solo di cinghiali, per un totale di 485 capi. In particolare, 129 mila sono destinati alla produzione da ingrasso e 57 mila alla riproduzione. Se si considerano anche gli allevamenti familiari, cioè quelle dove essenzialmente i maiali vengono cresciuti per l’autoconsumo, il numero di capi lievita di poco (in totale 190.588) mentre quello degli allevamenti arriva a 4.949. È dunque nelle aziende – più o meno grandi – che si concentra la quasi totalità degli animali, come avviene nel resto del paese dove, in termini assoluti, a dominare sono Lombardia (dove vive il 50 per cento degli oltre 8,8 milioni di maiali presenti in Italia), Piemonte (1,3 milioni), Emilia (un milione) e Veneto (691 mila). Quanto alla densità di capi per km quadrato, in Umbria ce ne sono 22,5, il sesto dato per consistenza in Italia.

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Domina il Nord Nei mesi tra gennaio e ottobre 2021 poi in Umbria sono stati macellati 322 mila capi, il 3,5 per cento del totale nazionale e che, in termini assoluti, colloca la regione al quinto posto in Italia. Nel 2020, invece, sono finiti al macello 391 mila maiali. Anche su questo fronte a dominare sono le regioni del Nord Italia: tanto per dare un’idea, in Lombardia ed Emilia Romagna si registra il 70 per cento delle macellazioni. L’Umbria si colloca al quinto posto anche come regione di destinazione: nel 2021 sono stati movimentati 309 mila capi e 395 mila l’anno precedente. Una buona fetta arriva anche dall’estero e in particolare dalla Danimarca, che ha una delle industrie più importanti d’Europa: stando ai numeri dell’Anagrafe, nei primi dieci mesi del 2021 sono arrivati in Umbria 65.509 capi, ben 62 mila dei quali proprio dalla Danimarca, che ha fornito alle imprese italiane il 74 per cento di tutti i maiali arrivati dall’estero.

Stop all’import Nel frattempo alcuni paesi come Svizzera, Kuwait, Cina, Giappone e Taiwan hanno già attivato alcune misure precauzionali, imponendo uno stop all’importazionedi carni e salumi made in Italy. In ballo, secondo l’analisi di Cia-Agricoltori Italiani, ci sono esportazioni per 1,7 miliardi di euro, in aumento del 12,2 per cento rispetto al 2020. «Un problema di ordine sanitario – dice la Cia – rischia di provocare un danno irreparabile per il tessuto produttivo ed economico legato alla filiera suinicola, in particolare per la produzione di prosciutti Dop e Igp, da Parma a Norcia». La confederazione agricola ribadisce che le misure di biosicurezza degli allevamenti italiani hanno standard molto elevati, che verranno ulteriormente rafforzate nelle prossime settimane per tutelare le aziende zootecniche, a rischio di tracollo nella malaugurata ipotesi di focolai. Malgrado non ci sia alcun caso di contaminazione della popolazione suina, Cia chiede alle istituzioni di mantenere alto il livello di allerta e lamenta una «scellerata gestione» della fauna selvatica.

Twitter @DanieleBovi

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