venerdì 6 dicembre - Aggiornato alle 12:48

Centosessanta anni fa l’invenzione dell’Umbria: ora tocca alla destra affrontare la sfida del regionalismo

Nel 2020 almeno tre anniversari importanti per la regione: ecco perché il tema degli equilibri tra i territori torna di grande attualità

Palazzo Cesaroni, sede del consiglio regionale (foto F.Troccoli)

di Daniele Bovi

Il 2020 per l’Umbria sarà l’anno in cui ricordare almeno un paio di ricorrenze significative, ovvero i 50 anni dall’istituzione delle Regioni e i 160 dalla nascita dell’Umbria come soggetto politico-geografico. Un tema che per diverse ragioni torna di grande attualità. Il 4 novembre del 1860 infatti il plebiscito segna l’annessione dell’Umbria al Regno d’Italia con appena 308 no su 97 mila votanti; poco prima, a settembre, il neonato governo nazionale guidato da Cavour manda in Umbria il marchese Gioacchino Pepoli, commissario straordinario della Provincia dell’Umbria. Le Province, con le loro articolazioni, sono un’istituzione presa direttamente dallo Statuto albertino e calata nel nuovo contesto unitario. Come capoluogo, il governo sceglie Perugia essenzialmente sull’onda dei massacri del 20 giugno 1859, che avevano avuto un’eco nazionale e internazionale.

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L’invenzione dell’Umbria Territori con storie e ancoraggi diversi (tanto per fare un esempio si pensi all’Eugubino, che apparteneva alla Provincia di Pesaro-Urbino) vengono fusi con l’obbiettivo di creare, accanto alla Roma papalina, una realtà politico-amministrativa e militare di un certo peso; un territorio del quale fino al 1923 ha fatto parte anche tutta l’area del Reatino. Proteste per questa fusione ci sono in diverse città della regione ma il quadro non cambia: l’Umbria è nata ed è, a differenza ad esempio dell’area toscana, letteralmente un’invenzione geografica in cerca di una sua identità. Giusto 60 anni fa – e questo potrebbe essere il terzo anniversario da tenere a mente – di fronte a un’Umbria arretrata, povera e mezzadrile, con uno sforzo probabilmente mai più replicato le forze politiche e quelle economico-sociali riescono danno vita al primo piano di sviluppo regionale, anche sull’onda di una sessione parlamentare che farà scuola. In quegli anni l’istituzione della futura Regione era vista come la principale risposta al problema dello sviluppo economico e sociale: oggi, in un mondo radicalmente differente, quale sarà l’idea di Regione e del suo ruolo da parte della nuova maggioranza?

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Regionalismo croce e delizia Accennare brevemente a questi passaggi serve per porre un tema che è stato croce e delizia per il mondo politico umbro negli ultimi decenni: quello del regionalismo e della necessità di tenere insieme «l’Umbria policentrica», cioè quel vasto territorio relativamente poco abitato e punteggiato da tante realtà medio-piccole ognuna con le proprie caratteristiche politiche, socio-economiche e i propri – spesso confliggenti – interessi. Alla lunghissima crisi del «modello Umbria» si aggiunge anche quella istituzionale tra riforme nazionali ondivaghe, enti locali falcidiati dalla crisi e dal taglio delle risorse e Province che, rispetto a quelle dello Statuto albertino, sono ormai gusci vuoti che sopravvivono a fatica e private pure dell’elezione diretta. La palla, in questo campo da gioco complicato, è per la prima volta tra i piedi della destra (il centrodestra come categoria politico-giornalistica va archiviato), che governa non solo la Regione ma anche quasi tutte le città più importanti, senza dimenticare una postazione strategica come l’Auri, l’Autorità per i rifiuti e l’idrico.

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Nuovi equilibri Lunedì partirà ufficialmente la nuova consiliatura con un rapporto tra esecutivo e consiglio – tema che incrocia quello centrale dei territori – ancora tutto da inquadrare anche alla luce degli inevitabili strascichi lasciati dalla formazione della giunta. E per capire cosa succederà nei prossimi anni a Palazzo Cesaroni vanno notati i nuovi rapporti di forza territoriali in un contesto in cui, spesso, i consiglieri regionali hanno interpretato il ruolo come una sorta di consiglieri comunali, all’insegna cioè del sindacalismo territoriale. Il rapporto Terni-Perugia, sul cui dualismo sociale, economico e culturale si potrebbero scrivere enciclopedie, vede un netto rafforzamento dell’area ternana che schiera i leghisti Alessandrini, Nicchi, Carissimi e Melasecche, il dem Paparelli, Pace per FdI e De Luca per il M5s. Perugia, invece, può contare sul dem Bori, sulla leghista Paola Fioroni e sul cugino Michele, nominato assessore, oltre ad Andrea Fora e al futuro presidente dell’assemblea Marco Squarta (FdI).

IL ‘PESO’ DEI DIVERSI ASSESSORATI

Rebus regionalismo L’Alto Tevere schiera Mancini (Lega) e Bettarelli (Pd), Gualdo Tadino Morroni (FI), l’Assisano Pastorelli (Lega) e Porzi (Pd), Todi Peppucci (Lega), il Trasimeno Rondini (Lega) e Meloni (Pd) e la Valnerina l’assessore Agabiti e Bianconi. Quanto alla presidenza della giunta, Donatella Tesei arriva da Foligno portando così avanti la ‘tradizione’ in base alla quale – sempre sull’onda degli equilibri territoriali e del dibattito sulla Perugia vista come troppo accentratrice – gli unici presidenti perugini sono stati Marri e Mandarini, letteralmente un secolo fa. I dossier sul tavolo di giunta e consiglio sono potenzialmente molti: dalle scelte concrete sui trasporti a quelle sui rifiuti, dalla sanità all’agricoltura, dall’indicazione degli assi dello sviluppo economico alle partecipate e tanto altro ancora, fino al modo con cui impostare il rapporto e il dialogo con le forze socio-economiche della regione dopo gli anni dei «tavoli» e delle «alleanze». Come risolverà il rebus del regionalismo la nuova maggioranza? La lezione del passato intanto è una: le lotte territoriali – slegate da un disegno complessivo – sono state ingranaggio fondamentale della macchina in cui il vecchio centrosinistra si è auto-triturato.

Twitter @DanieleBovi

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