«Per sostenere il percorso scolastico dei bambini figli di immigrati, che devono migliorare la loro conoscenza della lingua italiana, non servono quote o discorsi propagandistici, serve potenziare la presenza di docenti d’italiano nelle scuole». A dirlo sono i rettori delle Università per stranieri di Perugia e Siena, Valerio De Cesaris e Tomaso Montanari, alla luce del dibattito relativo al decreto, annunciato nelle scorse ore dalla premier Giorgia Meloni, con il quale si vuole imporre un tetto massimo di studenti stranieri nelle classi. In particolare, il provvedimento punta a fissare per legge un limite massimo del 30 per cento di studenti stranieri per classe, affiancato da ulteriori restrizioni, come il divieto di indossare il niqab o il burqa a scuola e l’obbligo di corsi di lingua italiana per i genitori.
Più insegnanti Per i due rettori, la priorità dovrebbe essere il rafforzamento dell’insegnamento dell’italiano attraverso l’impiego dei docenti della classe di concorso A023, specializzati nell’insegnamento della lingua italiana agli studenti di madrelingua non italiana. Si tratta di una figura già prevista dall’ordinamento: secondo De Cesaris e Montanari, nelle scuole il reclutamento resta però limitato e questi insegnanti vengono spesso utilizzati per le ore di potenziamento anziché essere impiegati su cattedre curricolari. De Cesaris e Montanari invitano quindi il governo a valorizzare la professionalità di questi docenti e a rafforzarne la presenza negli istituti, così da sostenere il percorso scolastico degli alunni che devono consolidare la conoscenza dell’italiano, senza intervenire sulla composizione delle classi attraverso quote.
FERDINANDI: «SCOULE SIANO LUOGHI DI UGUAGLIANZA»
I numeri Nel comunicato, i rettori contestano anche l’uso della definizione generica di «studenti stranieri». Dei 931mila alunni con cittadinanza non italiana presenti nelle scuole italiane, 607mila, pari a oltre il 65 per cento, sono nati in Italia e vi hanno sempre vissuto. Il restante 35 per cento è composto da bambini nati all’estero e arrivati in Italia da piccoli. Nel complesso, gli alunni con cittadinanza non italiana rappresentano l’11,6 per cento della popolazione scolastica; la percentuale sale al 13,7 per cento nella scuola primaria, mentre è del 12,6 per cento nella secondaria di primo grado e del 9 per cento nella secondaria di secondo grado. La distribuzione sul territorio è concentrata soprattutto nel Nord: il 37,6 per cento degli alunni con cittadinanza non italiana frequenta scuole del Nord-Ovest e il 27,4 per cento quelle del Nord-Est. Nel Centro si trova il 21,4 per cento, mentre al Sud e nelle Isole le quote sono rispettivamente del 9,5 e del 3,8 per cento.
I test De Cesaris e Montanari richiamano anche i dati sugli apprendimenti dell’Invalsi per sostenere che la presenza di un numero elevato di alunni con cittadinanza non italiana non è, di per sé, un indicatore dell’andamento scolastico delle classi. Secondo i dati riportati dai rettori, la quota di studenti che concludono il primo ciclo con livelli di apprendimento di base giudicati del tutto inadeguati è passata dal 16,6 per cento del 2021 al 12,3 per cento del 2026, il valore più basso dall’inizio della rilevazione. Il dato presenta differenze territoriali: nelle regioni del Nord, dove è più alta anche la presenza di alunni con cittadinanza non italiana, la quota di studenti con apprendimenti del tutto inadeguati si aggira intorno all’8,5 per cento. Nel Mezzogiorno e nelle Isole, dove gli alunni con cittadinanza non italiana rappresentano tra il 3 e l’8,5 per cento della popolazione scolastica, la stessa quota arriva al 21,2 per cento. Per i rettori, questi numeri riportano l’attenzione sulle difficoltà dell’istruzione nel Sud e sulla necessità di investire in risorse e progetti.
Una scuola aperta Montanari e De Cesaris richiamano poi le esperienze già realizzate dalle scuole per favorire l’apprendimento dell’italiano, comprese iniziative linguistiche basate sulla traduzione e sul confronto con le altre lingue parlate dagli studenti. L’integrazione, secondo i due rettori, è già parte della realtà scolastica italiana e gli istituti hanno strumenti per accompagnare gli alunni nell’apprendimento della lingua. I rettori richiamano anche il tema degli studenti internazionali nelle università italiane, sottolineando che l’attrazione di studenti dall’estero è una risorsa per gli atenei e per il Paese, anche in relazione al calo demografico. La stessa logica, sostengono, dovrebbe essere applicata agli alunni presenti nelle scuole italiane, considerandoli parte della futura popolazione studentesca universitaria e, più in generale, della società italiana. «La scuola – concludono – è aperta a tutti» e «per un’Italia capace di futuro è essenziale che questo sia sempre più vero, concreto, universale».
Barcaioli A parlare del tema nelle scorse ore è stato anche l’assessore regionale all’Istruzione, Fabio Barcaioli, che durante la festa regionale di Avs ha parlato di «trovata demagogica del governo». «Se per affrontare i problemi della scuola – ha detto – si finisce a rincorrere le esternazioni del generale Vannacci, vuol dire che siamo arrivati a un punto molto basso. Ancora una volta si sceglie di fare propaganda sulle bambine e sui bambini invece di intervenire sulle disuguaglianze che attraversano le nostre scuole». Barcaioli sottolinea che il provvedimento era già stato previsto nel 2010 in una circolare dell’ex ministra Gelmini, e che «non risolve i problemi linguistici e organizzativi delle classi e rischia di rafforzare la separazione anziché contrastarla». Avs propone di ripartire dalla proposta di legge Gelmini, che prevede un massimo di 20 alunni per classe, più insegnanti di italiano e un minimo del 10 per cento di alunni nati da famiglie non italiane, «perché la multiculturalità va distribuita, sostenuta e vissuta come parte della scuola pubblica».
