«Una scelta semplicistica, costosa, impattante e che condizionerebbe negativamente il sistema per i prossimi venti anni». Così Legambiente e Cgil venerdì a Perugia nel corso di una conferenza stampa, durante la quale è stato presentato il documento «Umbria circolare», che contiene una serie di osservazioni e controproposte al Piano regionale dei rifiuti varato mesi fa dalla giunta. «Il documento – hanno detto Maurizio Zara, presidente di Legambiente Umbria e Gianni Fiorucci segretario regionale Cgil – vuole essere un contributo per riaffermare la necessità di consolidare un modello di sviluppo sostenibile nella gestione dei rifiuti, dando seguito alla costruzione di una reale economia circolare, già avviata in Umbria e che va rafforzata e non mortificata. Va bloccata innanzitutto la scelta sbagliata della giunta regionale di realizzare un inceneritore nella nostra regione».
«IN UMBRIA UN INCENERITORE ENTRO IL 2028»
LA MAPPA: DOVE POTREBBE ESSERE COSTRUITO
Le proposte Cgil e Legambiente propongono un modello incentrato sulla sostenibilità, attraverso un’efficiente raccolta domiciliare estesa a tutto il territorio regionale, l’introduzione della tariffa puntuale e lo sviluppo dell’economia circolare, incentivando ecodesign, riduzione a monte, riuso e riciclo dei rifiuti differenziati. «Solo una gestione dei rifiuti sostenibile e circolare – è stato detto – offre nuove opportunità di lavoro, garantisce l’efficienza della spesa pubblica e assicura il recupero di materia. Proprio oggi che le materie prime scarseggiano e registrano costi sempre in aumento». Le scelte della giunta appaiono alle due organizzazioni come «l’ennesimo atto privo di visione ambiziosa e di prospettiva Lo dimostra il fatto che il piano è completamente slegato dagli altri atti di programmazione, come ad esempio i programmi europei o il piano energetico regionale, che, in piena emergenza energetica e climatica e nonostante gli impegni della giunta, non ha ancora visto la luce».
Si parte dalla coda «La giunta rinuncia palesemente a voler contribuire alla transizione ecologica dell’Umbria e si concentra nel “risolvere” la questione complessa della gestione rifiuti con la soluzione semplice dell’incenerimento – hanno aggiunto Maurizio Zara e Gianni Fiorucci – senza però averne la reale necessità, in termini quantitativi, rinunciando di fatto a proseguire il percorso di crescita della differenziata e del riciclo che pure alcuni ambiti territoriali umbri avevano intrapreso anche con discreto successo. Ancora una volta si parte dalla coda e non dalla testa, senza rispettare la gerarchia europea dei rifiuti, che stabilisce che prima di definire lo smaltimento della parte residua, si dovrebbero programmare prevenzione, riciclo e pretrattamento, pianificando come chiudere i cicli delle diverse filiere dei materiali, ponendo attenzione a tutte le fasi, in modo da rendere più sostenibile ed economicamente efficiente la gestione rifiuti umbra».
Quantità Cgil e Legambiente sottolineano che in Umbria non ci sono le quantità minime per alimentare un inceneritore da 160 mila tonnellate all’anno, «a meno che non si compiano volutamente e colpevolmente passi indietro sulla strada virtuosa dell’economia circolare». «Questa volontà di riportarci indietro, o quantomeno di non voler andare avanti – aggiungono – la si vede bene con gli obiettivi fissati nel piano: raccolta differenziata al 75 per cento e indici di riciclo al 65 per cento da realizzare tra 8 o 13 anni sono obbiettivi che potevano forse andare bene 10 anni fa e che per molti territori nazionali grandi quanto l’Umbria sono realtà già conquistate da diversi anni». Le due organizzazioni hanno poi aggiunto che altre regioni si sono poste l’obiettivo dell’85 per cento e che la riduzione annuale della produzione dei rifiuti prevista (-0,4 per cento) è modesta e più bassa della media del decennio precedente (-1,6 per cento).
Economia circolare «Solo un modello e un Piano basato sull’economia circolare – hanno concluso – può garantire all’Umbria un futuro sostenibile dal punto di vista ambientale, sociale ed economico. È necessario creare le condizioni affinché la governance regionale e il sistema d’impresa che ne consegue, possano integrarsi in una multiutility regionale con una chiara impronta pubblica, in grado di poter investire in ricerca e innovazione accrescendo le opportunità occupazionali e la propria forza nel mercato, mercato che si caratterizzerà sempre più nella sostenibilità».
