Riceviamo e pubblichiamo la lettera aperta di Cristina Gambini, sorella di Luca, il 29enne di San Giustino morto il 30 dicembre 2007 nel ‘repartino’ di psichiatria di Monteluce, a Perugia. La famiglia da allora si batte per ottenere la verità
di Cristina Gambini*
Buongiorno, mi chiamo Cristina e sono la sorella di Luca Gambini.
Avrei il piacere, anche se avrei preferito non aver mai dovuto contattare voi giornalisti per il motivo per cui vi sto scrivendo, ecco avrei il piacere che possiate pubblicare queste mie righe, che spero possano essere poche per non occupare spazio, anche se da scrivere ci sarebbe quasi un oceano.
Vi scrivo perché il 30 dicembre 2016 sono 9 anni che mio fratello è morto. Morto dentro al cosiddetto ‘repartino’, il reparto psichiatrico di Perugia. Reparto che dopo la morte di Luca è stato chiuso, e almeno per questo, la morte di mio fratello è servita a qualcosa. Perché quel reparto non rispondeva ai requisiti strutturali, tecnici e organizzativi previsti per legge. Tant’è che è stato chiuso. E questo mi rallegra. Anche se avrei voluto che mio fratello Luca, fosse ancora fisicamente qui con noi. Non so quando potrete pubblicare questa lettera. Ci pensavo oggi che è il 29, il giorno prima della ricorrenza della morte di mio fratello.. Ho pensato: che differenza fa se l’articolo esce il 30 o il 31 dicembre? Cosa cambia?
Per me, per noi famiglia che è rimasta, tutti i giorni sono uguali, da nove anni a questa parte.
Mi rendo conto ora, di quanta pazienza abbiamo avuto. Di quanta pazienza ho avuto … nove anni. E siamo ancora qui ad aspettare. Nove anni, che sono poco meno di un terzo degli anni che aveva mio fratello quando è morto, a 29 anni di età. Abbiamo aspettato e stiamo aspettando pazientemente Giustizia. Oltre al dolore, abbiamo anche incassato altri colpi che in questo lungo tempo, fatto di processi e udienze, si sono verificati.
E vi scrivo anche per questo.
Infatti, circa un mese fa, ho trovato degli articoli su internet. Era una di quelle sere in cui facevo fatica ad addormentarmi, e cercavo.. come se quel cercare mi potesse tenere attaccata a lui, a Luca.
Cercando, trovo degli articoli usciti online, di pochi giorni successivi alla sentenza di Cassazione avvenuta i primi giorni dello scorso marzo, periodo in cui, mi trovavo fuori Italia, articoli di cui non avevo avuto notizia fino a quel momento. Dopo averli letti, era impossibile per me dormire, perché c’era scritta un’inesattezza grave: si parlava che la condanna stabilita in primo e secondo grado, era stata annullata. Ma così non è stato. Per il medico primario del ‘repartino’, che ha usufruito come da diritto, del rito abbreviato, con conseguente sconto di un terzo della pena, è stata confermata la condanna, ma lo stesso, non è più punibile, in quanto il reato è andato in prescrizione (la Cassazione ha annullato con rinvio la condanna a 8 mesi della Corte d’Appello ma nel frattempo il reato si è estinto per prescrizione, ndr). Ma il Sig. primario è colpevole. Quindi la realtà è ben diversa da quanto alcuni hanno scritto. Forse, io penso, a qualcuno faceva comodo questo.
La Cassazione ha espresso una sola perplessità su uno dei quattro punti affrontati, ed è questo: non è detto che se il Sig. primario avesse fatto qualcosa, mio fratello non sarebbe ugualmente morto.
Purtroppo, e questo è un altro mio pensiero, non lo potremmo mai sapere. Perché questo dubbio che alzano i Giudici di Cassazione, è a mio avviso, parlare di altro, parlare di un’altra storia. Perché nel caso di mio fratello, non è stato fatto nulla di ciò che prevede la scienza, i protocolli sanitari e nemmeno il buon senso. Si ipotizza una morte improvvisa, un arresto cardiaco improvviso. Certo, un ragazzo senza patologie organiche di base conosciute e nemmeno documentate post mortem. Un ragazzo che ingerisce 160 mg di metadone, farmaco che non ha mai assunto in vita sua, se non in quella maledetta occasione.
Di cosa sarà morto?
E comunque, anche di fronte ad un arresto cardiaco improvviso, il sanitario deve agire, in base a protocolli, leggi e coscienza. In caso di morte improvvisa che si fa? Non facciamo niente? Non è il giusto comportamento. Questo lo riconosce anche il cittadino comune, osservando per strada i defibrillatori, collocati appunto per strada, con lo scopo di provare qualunque cosa in caso di arresto cardiaco improvviso. Se il Sig. primario avesse cercato di salvare mio fratello, a quest’ora non sarei qui a scrivere. Anzi, io e la mia famiglia l’avremmo ringraziato dal profondo, come sarebbe stato giusto fare. Se il Sig. primario avesse fatto tutto e Luca fosse ugualmente morto, non eravamo qui a chiedere Giustizia, dopo nove anni. Se avesse fatto.. ma quella è un’altra storia.
Altro colpo incassato e che ho ancora di fronte agl’occhi, è il viso del Sig. primario, sorridente in tribunale, quasi fossimo ad una festa, che mai una volta ha chiesto scusa o espresso il proprio dispiacere per la morte di mio fratello, e che anzi, in un’occasione si è vantato della propria ricchezza con la quale poteva ripetere quante perizie voleva sui poveri resti umani di mio fratello, tant’è che alla fine, dopo l’ultima delle sue ricche perizie, ci sono state delle manipolazioni e manomissioni appurate dai periti super partes, e tutto questo è stato messo agli atti. Al Sig. primario, vorrei chiedere come ha passato e come sta passando le feste. Perché in questi giorni che dovrebbero essere giorni di gioia, per noi, per la famiglia di Luca, sono invece giorni con il cuore ancora più a pezzi degli altri giorni. E, anche quando il viso sorride, quei pezzetti sono sempre li, a cercare di tenere insieme un cuore che si è rotto.
Credetemi, è difficile andare avanti. È difficile fare progetti e avere ancora la voglia di vivere una vita degna di essere chiamata vita. Io sono una persona molto forte. Ho imparato ad esserlo. Ma non tutti abbiamo la stessa fortuna. Perché dopo un perdita così, avvenuta in questo modo, ti senti come una sedia che ha tre gambe invece che quattro. È difficile rimanere in equilibrio. È difficile allontanare l’impotenza e i sensi di colpa per non aver fatto abbastanza allora, e avere paura di non fare abbastanza adesso.
Ti senti in colpa per aver affidato una parte di te, che è sangue del tuo sangue sempre e comunque, nonostante i problemi e le incomprensioni, ad altre persone, considerate dei professionisti che vengono pagate per prendersi cura di quella parte di te, che è sangue del tuo sangue, quella parte di te, che è stata il tuo passato, e che diviene il tuo presente bruscamente interrotto, e che sarà solo un ricordo nel tuo futuro. E così, quella parte di te non c’è più, è salita in cielo, perché gli angeli possono stare solo lì.. E in quel momento, anche una parte di te se ne va via con lui.
Purtroppo nella sanità esiste anche la malasanità. Esistono persone che svolgono la loro funzione nel migliore dei modi, nonostante risorse che scarseggiano, sacrificando la vita che hanno al di fuori del lavoro, ed esistono altre persone per le quali forse era opportuno fare un altro lavoro.
Non so quando leggerete queste mie righe. So solo che tra poche ore ricorreranno nove anni da quella tragica notte. Da quella telefonata delle ore 04:45 del 30 dicembre 2007. Luca era già morto e nel cuore di noi che gli volevamo bene e gliene vogliamo ancora, è rimasto il buio e il freddo di quella notte e di quell’alba, in cui ho purtroppo visto mio fratello morto.
Sono passati nove anni. Mia mamma crede ancora nella Giustizia, e ci voglio credere anch’io, nonostante la prescrizione del reato, che mi sembra veramente assurda. Colpevole ma non punibile, colpevole ma non punibile, sono le parole che spesso si ripetono dentro la mia testa come un mantra, una sequenza di parole che ha un significato che intendo bene, ma che non riesco a contemplare in questa sequenza e all’interno della stessa frase. Per me, per come sono cresciuta, chi è colpevole deve avere una pena.
Giustizia, è questo l’augurio che mi faccio per il nuovo anno. Ed è l’augurio che faccio a tutte le persone e le famiglie che aspettano Giustizia, magari da più tempo di me e della mia famiglia. Perché è proprio vero, ci si può sforzare di comprendere, ma quello che si prova veramente lo capisce solo chi ha sperimentato sulla propria pelle un simile dolore.
Luca non può tornare. Ma almeno dateci Giustizia. Per lui. Il dolore non sparirà, ma almeno ci farà sentire meno colpevoli per averlo lasciato in quelle mani sbagliate.

Condivido il suo dolore, ma da quello che leggo suo fratello ha rubato senza farsi vedere un flacone di metadone e l’ha ingerito tutto, i medici e gli infermieri se ne sono accorti solo quando stava già male ed era già in overdose. Se ci sono state negligenze nel gestire l’evento lo si è stabilito durante i dibattimenti, risposta affermativa vista la condanna. Anche si fosse arrivati a sentenza definitiva, difficilmente la condanna avrebbe superato 12 mesi mesi (da ridurre per il rito abbreviato), quindi niente galera, niente domiciliari niente di niente. Lei chiede Giustizia, ma qual è questa “giusta” giustizia? Lì gli unici che avrebbero dovuto subire un processo sarebbero dovuti essere i dirigenti dell’azienda sanitaria che avrebbero dovuto chiudere e ammodernare nella struttura e nelle procedure tutto il reparto. Lei però non si deve colpevolizzare, nè tantomeno crogiolare nella rabbia verso qualcuno. Purtroppo i fatti accadono e noi dobbiamo subirne le conseguenze. Tutti in un modo o nell’altro abbiamo perso qualcuno di caro e tutti ci siamo detti “se avessi fatto x invece che y magari non sarebbe successo…” La verità è che sappiamo cosa è successo, ma non cosa sarebbe potuto succedere!. Un sincero augurio di buon anno!