di Maurizio Troccoli
E’ cronaca di queste ore di una detenuta rimasta incinta nel carcere di Perugia. Per cui avrebbe beneficiato di un differimento della pena. Lo conferma una nota del sindacato di polizia penitenziaria che parla di episodio di «estrema gravità che evidenzia il fallimento del sistema di controllo interno», le cui responsabilità sarebbero ascrivibili ai vertici «ovvero al direttore e al comandante di reparto», poiché il «colloquio» sarebbe stato «privo di sorveglianza».
Proviamo a riavvolgere il nastro. Si tratta infatti di una coppia di detenuti. Fatto insolito e quindi probabilmente poco prevedibile, poiché le richieste di incontro affettivo sarebbero per lo più riferite a detenuti che chiedono, come da diritto loro garantito, di potersi incontrare con i rispettivi partner che, il più delle volte, sono in condizioni di libertà. Va detto a riguardo che il diritto all’affettività, che include anche il diritto alla sessualità, è un diritto sacrosanto sancito dalla Corte Costituzionale con sentenza numero 10 del 2024.
Tra l’altro lo si è visto garantito a seguito di un detenuto ternano che fece ricorso, rivendicandolo questo diritto, trovandosi in età matura e con una compagna più giovane di lui, affinché si potesse soddisfare il desiderio della procreazione prima che la sua età non lo consentisse più. Diritto che fu accordato e che ha messo in moto la macchina burocratica e organizzativa delle carceri affinché i detenuti potessero esercitare tale diritto, in condizioni di dignità ed entro certi criteri compatibili con la loro condizione. Criteri sanciti con le linee guida del 2025.
«Il diritto all’affettività, alla sessualità e alla procreazione – ha detto Giuseppe Caforio, garante dei detenuti in Umbria a U24 – è sancito ma non compiutamente garantito. In Umbria infatti le condizioni di un ambiente adeguato, ovvero una stanza per l’affettività, si sono potute realizzare solo nel carcere di Terni, a seguito di diverse ordinanze. Ma le organizzazioni carcerarie sono tenute a organizzarsi perché questo diritto fondamentale possa trovare compimento».
Accade invee, così come per gli adeguati spazi di vita da garantire ai detenuti, che i numerosi ricorsi attivati, finiscono con sconti di pena riconosciuti dai giudici di Sorveglianza, proprio a causa di diritti non garantiti. Il rischio può essere anche quello di avere donne in corso di pena che, pur di evitarla, tentano di rimanere incinte. Tuttavia questo non cancella un diritto riconosciuto, quanto piuttosto richiede una più dettagliata organizzazione della legge.
Rispetto al caso specifico lo scandalo potrebbe essere piuttosto quello che la coppia di cui parliamo si sia vista costretta a esercitare un proprio diritto in condizioni di dignità e decoro presumibilmente non adeguate. Il comunicato del Sappe, parla di un colloquio. E’ tuttavia risaputo che in assenza di opportune camere per l’affettività, nelle carceri italiane ci si aggiusta un po’ alla meglio, pur di non negare del tutto, quel sacrosanto diritto che impone alle organizzazioni carcerarie di organizzarsi.
E’ evidente che a una coppia, ancorché in condizioni di detenzione, in occasione di un incontro, non si possono imporre l’uso di contraccettivi. Che quello di cui parliamo sia formalmente un incontro ‘affettivo’ o un colloquio che prevede determinate misure di sorveglianza, atteso il deficit di fondo, ovvero l’incapacità di garantire loro un ambiente adeguato per incontrarsi, è un dettaglio che può diventare un ‘cavillo’ se si vuole, ma irrilevante al fine del tema centrale.
Non si capisce bene a questo punto se lo scandalo sia che una detenuta rimanga incinta o che uno stato di diritto non sia in grado di garantire, appunto, un diritto. In una camera dell’affettività il risultato non sarebbe cambiato (se non a vantaggio della coppia che avrebbe potuto vivere quel legittimo momento in condizioni ben diverse). Evvivaddio – si potrebbe aggiungere – visto (quello sì) il problema delle poche nascite particolarmente in questa regione.
