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©Fabrizio Troccoli

Si chiama medicina predittiva. Che è in parte medicina è in parte promozione di stili di vita adeguati. Che, se opportunamente finanziata e sostenuta con ricerca, competenze, algoritmi, potrebbe costare meno e dare migliori risultati della medicina che abbiamo conosciuto fino ad ora e che risucchia quasi tutti i soldi in cassa delle regioni italiane, compresa l’Umbria.

E’ facile da capire: si tratta del ribaltamento di un paradigma che oggi è più possibile di prima. Il vecchio modello è quello ancora in vigore: ovvero la medicina che interviene sui malati per curarli, con risultati sempre migliori. Il nuovo modello invece è quello che vuole la medicina intervenire prima che ti ammali. Questo significa che ha una doppia funzione, da un lato cogliere i segnali quasi impercettibili che possano indicare i presupposti delle sviluppo di una malattia, dall’altro favorire un contesto ostile allo sviluppo di patologie, ovvero cibo sano, attività fisica, azioni che scoraggino pigrizia, abitudini, sedentarietà, comfort zone: i principali perimetri nei quali si annida il germe delle patologie.

La medicina che cura le malattie, oggi principale campo di intervento, dovrebbe diventare da prima trincea a ultima linea di difesa. L’esercito della cura dovrebbe cioè investire molto di più e meglio sui grandi cannocchiali o binocoli che consentono di vedere, in tempo, il nemico e rendergli il terreno insidioso, piuttosto che su corazzate pronte a difendere, quando il nemico ci è già addosso.

Il tema è stato rilanciato in una interessante intervista di Nicoletta Carbone, per il Sole 24 Ore, a Camillo Ricordi, professore di Chirurgia alla University of Miami Miller school of medicine, secondo cui il problema dei sistemi sanitari moderni non è soltanto economico, ma soprattutto organizzativo. «Spendere di più non significa necessariamente produrre più salute», osserva Ricordi, citando il caso degli Stati Uniti: questo è infatti il Paese simbolo della cura alla malattia conclamata, piuttosto che a quella anticipata. E’ anche quello con migliori risultati su questo terreno e con maggiore investimenti. Ma curare prevalentemente la malattia conclamata non significa avere più salute. Guardiamo ai numeri: nel 2024 la spesa sanitaria americana ha raggiunto 5,3 trilioni di dollari, pari al 18% del Pil, cioè il Paese che spende di più al mondo. Che però resta agli ultimi posti tra le economie avanzate per anni vissuti in buona salute.

La questione è il passaggio da una medicina prevalentemente reattiva a una medicina predittiva e preventiva, capace di individuare i segnali di rischio prima che si trasformino in malattia. Il concetto economico è semplice: non tutti i 100 euro investiti in sanità producono lo stesso risultato.

Cento euro spesi per curare una patologia cronica già sviluppata possono servire a ridurre complicanze, ricoveri e sofferenze, ma spesso intervengono quando il processo biologico è già avanzato. Gli stessi 100 euro investiti in prevenzione, screening mirati, analisi dei fattori di rischio con l’ausilio di tutta la tecnologia possibile, promozione dell’attività fisica, corretta alimentazione e strumenti di diagnostica predittiva, possono evitare o ritardare l’insorgenza della malattia, producendo benefici sanitari ed economici molto più lunghi nel tempo.

È questo il principio alla base della cosiddetta medicina dell’anticipazione: individuare condizioni come insulino-resistenza, infiammazione cronica o alterazioni metaboliche prima che diventino diabete, malattie cardiovascolari o altre patologie degenerative.

Non significa sostituire la cura con la prevenzione. Al contrario, come sottolinea Ricordi, risparmiare sulle malattie evitabili permetterebbe di destinare più risorse alle terapie avanzate e ai pazienti che necessitano realmente di interventi complessi.

La dimensione economica di questa trasformazione è stata quantificata anche dalla ricerca scientifica. Uno studio pubblicato su Nature Aging, citato nell’intervista, stima che un solo anno aggiuntivo di vita vissuto in buona salute, esteso all’intera popolazione mondiale, potrebbe generare un valore economico complessivo di circa 38 mila miliardi di dollari.

Il tema riguarda da vicino anche l’Italia, che mantiene ancora una posizione favorevole nel confronto internazionale. Secondo Ricordi, il nostro Paese riesce a trasformare una spesa sanitaria relativamente contenuta rispetto ad altre economie avanzate in una buona longevità, cioè in un numero elevato di anni vissuti senza limitazioni importanti legate alla salute.

L’Umbria rappresenta un esempio interessante di questa traiettoria. La regione non è tra quelle con i maggiori livelli di finanziamento sanitario pubblico pro capite, ma mantiene indicatori di salute superiori alla media nazionale.

Secondo gli indicatori Istat sulla speranza di vita in buona salute, l’Umbria si colloca nella fascia alta delle regioni italiane, con circa 58,8 anni vissuti in buone condizioni di salute, contro una media nazionale di circa 58 anni. Attenzione il dato sulla speranza di vita alla nascita, questo appena attribuito all’Umbria non va confuso con quello invece della classifiche internazionali di Healthy Life Expectancy (Hale), che troveremo di seguito nel confronto tra Paesi a livello mondiale, generalmente derivato dai modelli dell’Organizzazione mondiale della sanità e del Global Burden of Disease (Institute for health metrics and evaluation). È un indicatore diverso: stima gli anni vissuti in buona salute correggendo la speranza di vita per il peso delle malattie, delle disabilità e della loro gravità. Dicevamo: il dato regionale diventa interessante se confrontato con gli indicatori di performance dei sistemi sanitari regionali. Il rapporto Crea Sanità 2025 evidenzia per l’Umbria alcune criticità organizzative e la colloca nella parte intermedia della graduatoria nazionale, ma gli indicatori di benessere e salute misurati dall’Istat mostrano una capacità del territorio di mantenere buoni livelli di salute della popolazione.

La lettura possibile è quindi quella di un sistema che non deve necessariamente inseguire soltanto un aumento della spesa, ma deve migliorare la capacità di indirizzare le risorse verso ciò che produce salute: ricerca scientifica su strumenti digitali di diagnosi predittivi, prevenzione, modelli organizzativi per diagnosi precoce di larghe fette di popolazione, medicina territoriale, gestione delle cronicità e promozione di stili di vita sani.

Ricordi suggerisce di non chiedersi quando riuscire a passare al nuovo paradigma, piuttosto di quanto sia possibile ancora rinviarlo.

Per avere un’idea ancora più chiara si pensi al rapporto Healthy Life Expectancy (quello citato poc’anzi) dei Paesi con indice di efficienza della longevità sana. Al primo posto c’è Singapore con 74 anni di vita in buona salute, una spesa sanitaria procapite annua di 4300 dollari e una efficienza che raggiunge il punteggio di 86,9 (su dati calcolati per le annualità 2022 – 2024). Al secondo posto la Corea del Sud che ha un anno in meno di buona salute, ovvero 73 e mille dollari in meno di spesa procapite, ovvero 3.300, per un livello di efficienza pari a 86,4. Quindi il Giappone, che supera Singapore per anni di vita in buona salute, e cioè 74,1 anni, spende anche mille dollari in più procapite, quindi 5.300 dollari annui, ma ha una efficienza di 4 punti in meno rispetto al primo, ovvero 82,9. La riprova che spendere di più non significa sempre più salute. L’Italia, in questa classifica, è al quarto posto nel mondo con 71,9 anni di vita in buona salute, spesa procapite di 5200 euro e un punteggio di efficienza di 72,6. Guardiamo infine gli Stati Uniti d’America, sono al 18esimo posto, con la spesa procapite più alta dei Paesi presi in considerazione, ovvero il triplo rispetto al primo classificato (Singapore) con 12.600 dollari a persona all’anno e un risultato di 66,1 anni in buona salute e una efficienza del solo 10,4, contro – è bene ricordare – l’86.9 di efficienza di Singapore.

La scheda pubblicata dal Sole 24 Ore martedì 21 luglio 2026

Giornalista dal duemila, ha lavorato per il Messaggero e Reuters. Ha fondato e diretto la rivista Artico, i quotidiani Giornale del Cilento e Umbria24. Ha svolto a lungo attività di freelance anche come videoreporter. Impegnato nel campo della formazione al giornalismo digitale e multimediale.