di Giorgio Parisi*
Comprendo il disagio vissuto dal paziente e dalla sua famiglia. Una caduta con conseguenti fratture comporta inevitabilmente difficoltà, preoccupazioni e una temporanea perdita di autonomia che può mettere in crisi gli equilibri di un intero nucleo familiare. Tuttavia, proprio per rispetto del paziente e della verità dei fatti, ritengo necessario ricostruire quanto effettivamente accaduto.
Il paziente ha avuto accesso al Pronto Soccorso a seguito di una caduta accidentale. Fin dal suo arrivo è stato preso in carico dal personale sanitario, è stato sottoposto agli accertamenti diagnostici necessari ed è stato valutato dagli specialisti competenti.
Gli esami hanno evidenziato una frattura del bacino e una frattura della rotula. L’intero percorso diagnostico e specialistico si è concluso nell’arco di circa tre ore e trenta minuti dall’accesso. Al termine delle valutazioni effettuate, il paziente è risultato clinicamente dimissibile e non ha presentato alcuna indicazione al ricovero in un reparto per acuti. Questo è il dato fondamentale della vicenda.
È bene ricordare che il paziente, fino al momento della caduta, viveva nel proprio contesto abituale e non presentava condizioni tali da richiedere ospedalizzazione. Le lesioni traumatiche riportate hanno certamente ridotto la sua autonomia, ma non hanno determinato un quadro clinico che giustificasse il ricovero ospedaliero. La decisione medica assunta è stata pertanto quella della dimissione al domicilio. È altrettanto importante evidenziare che tale soluzione non è stata accolta dai familiari. Nel corso dei colloqui intercorsi è infatti emersa l’indisponibilità a riportare il paziente presso il proprio domicilio e a garantire quell’assistenza temporanea che la situazione richiedeva.
Da quel momento il problema non è stato più sanitario. Il percorso diagnostico era terminato, la valutazione specialistica era stata completata e la decisione clinica era stata assunta. Il problema è diventato assistenziale e organizzativo: individuare una soluzione alternativa per una persona che non necessitava di ricovero ospedaliero ma che non poteva essere immediatamente ricondotta al proprio contesto abitativo.
Per questo motivo considero profondamente ingiusto attribuire al Pronto Soccorso responsabilità che non gli appartengono. Il personale sanitario non ha ritardato decisioni cliniche, non ha omesso accertamenti, non ha negato cure e non ha lasciato il paziente senza assistenza. Al contrario, una volta completato il percorso sanitario, si è fatto carico di problematiche ulteriori che esulavano dalla gestione strettamente clinica del caso, dedicando tempo ed energie alla ricerca di possibili soluzioni assistenziali.
La permanenza successiva del paziente in Pronto Soccorso non è quindi derivata da una mancata presa in carico medica, ma dalle difficoltà legate all’attuazione della dimissione e alla ricerca di una collocazione alternativa al rientro al domicilio.
Per questo motivo mi ha colpito leggere dichiarazioni che descrivono il Pronto Soccorso come il luogo in cui il problema si sarebbe generato. I fatti documentano esattamente il contrario. Dopo circa tre ore e trenta minuti il paziente aveva concluso il proprio percorso diagnostico ed era dimissibile. Successivamente il personale ha continuato ad occuparsi della situazione per cercare una soluzione ad un problema che non era più clinico ma prevalentemente socio-assistenziale. Trasformare questo ulteriore impegno in una presunta prova di disinteresse o di cattiva gestione rappresenta, a mio giudizio, una ricostruzione profondamente distante dalla realtà.
Confesso che il sentimento prevalente dopo avere letto quanto pubblicato in questi giorni non è stato l’amarezza, ma la rabbia. Rabbia perché medici, infermieri e operatori socio-sanitari sono stati accusati di indifferenza proprio mentre stavano cercando di risolvere una situazione complessa nell’interesse del paziente. Rabbia perché si è scelto di rappresentare come un fallimento dell’ospedale una vicenda nella quale il percorso sanitario è stato completato correttamente e in tempi appropriati. Rabbia perché si è finito per trasformare in una colpa quello che, nei fatti, è stato uno sforzo ulteriore compiuto dagli operatori per trovare una soluzione ad un problema che non poteva più essere risolto attraverso il ricovero ospedaliero. Ancora più difficile da accettare è stata la pubblicazione della lettera anonima. Da anni lavoro nella sanità pubblica e sono convinto che le critiche, quando fondate e circostanziate, rappresentino uno strumento fondamentale di crescita. Le accuse anonime e generiche sono un’altra cosa.
Nella lettera vengono formulate valutazioni pesanti nei confronti del Pronto Soccorso e dei suoi operatori senza indicare un singolo episodio verificabile, una data, un nominativo o una circostanza concreta che possa consentire un reale accertamento dei fatti. Chiunque sia realmente a conoscenza di comportamenti scorretti, carenze organizzative o episodi meritevoli di approfondimento ha il diritto e il dovere di segnalarli nelle sedi appropriate, assumendosi la responsabilità delle proprie affermazioni. L’anonimato non può diventare uno strumento attraverso il quale colpire indiscriminatamente un intero servizio e decine di professionisti che ogni giorno operano con impegno, competenza e senso del dovere. Ho trovato inoltre particolarmente ingiusta la rappresentazione di un Pronto Soccorso disorganizzato e disinteressato ai bisogni dei cittadini.
Negli ultimi anni la struttura è stata interessata da una profonda riorganizzazione, da interventi di riqualificazione degli ambienti e da significative innovazioni organizzative condivise con la Direzione Strategica Aziendale. Chi lavora quotidianamente all’interno della struttura conosce bene lo sforzo compiuto per migliorare percorsi, spazi e qualità dell’assistenza. Naturalmente esistono criticità e margini di miglioramento, come in qualunque Pronto Soccorso italiano. Nessuno pretende di affermare il contrario.
Quello che non posso accettare è che il lavoro quotidiano di tanti professionisti venga liquidato attraverso accuse generiche o rappresentazioni che non trovano riscontro nella realtà.
Ritengo inoltre opportuno ricordare che l’Azienda dispone di specifiche procedure che disciplinano la presenza dei familiari e il loro eventuale coinvolgimento nell’assistenza personalizzata non sanitaria ai pazienti. Tali procedure sono finalizzate a garantire sicurezza, tutela della riservatezza, corretta organizzazione dell’assistenza ed equità di trattamento nei confronti di tutti gli utenti. La presenza dei familiari costituisce una risorsa importante e viene valorizzata quando possibile, ma deve necessariamente svolgersi nel rispetto di regole condivise e compatibili con l’organizzazione delle attività assistenziali. Rivendico senza alcuna esitazione il lavoro svolto dai professionisti coinvolti in questa vicenda.
So quante energie sono state dedicate a questo paziente, so quanto tempo è stato impiegato nel tentativo di individuare una soluzione assistenziale adeguata e so che nessuno si è sottratto alle proprie responsabilità. Per questo motivo ritengo che le accuse rivolte al personale del Pronto Soccorso siano ingiuste e non supportate dai fatti.
È legittimo essere delusi dall’evoluzione di una vicenda personale. Non è invece legittimo attribuire agli operatori responsabilità che la documentazione e gli eventi accaduti smentiscono. Il paziente era dimissibile dopo circa tre ore e trenta minuti dal suo ingresso in Pronto Soccorso. Questo è il dato oggettivo dal quale ogni valutazione dovrebbe partire.
Tutto ciò che è accaduto successivamente è stato il tentativo, da parte degli operatori, di trovare una soluzione ad un problema assistenziale che andava ben oltre la gestione sanitaria delle fratture riportate. È questa la realtà dei fatti. Ed è questa la realtà che sento il dovere di difendere, a tutela dei colleghi che hanno lavorato con professionalità, correttezza e spirito di servizio.
*direttore della struttura complessa di Pronto Soccorso e Accettazione dell’Azienda Ospedaliera Santa Maria di Terni
