La sanità pubblica dovrebbe rappresentare un luogo di cura, sicurezza, accoglienza e rispetto. Chi entra in ospedale è spesso una persona impaurita, sofferente, anziana o con disabilità, che si trova in una condizione di particolare vulnerabilità e ha bisogno di essere assistita con competenza e umanità. Eppure, sulla base della mia esperienza personale e delle condizioni che intendo segnalare*, ritengo che all’ospedale Santa Maria di Terni esistano criticità assistenziali e organizzative che non possono essere ignorate e che meritano un accertamento serio da parte delle autorità competenti. Non si può continuare a trattare la sofferenza come se fosse una questione secondaria.
Pronto soccorso, attese interminabili e condizioni di permanenza inaccettabili. Viene segnalata la permanenza di numerosi pazienti, anche decine contemporaneamente, in un grande ambiente con file di letti, con attese che, in alcuni casi, possono protrarsi per giorni. Persone malate, anziani e pazienti fragili si trovano così ad affrontare non soltanto la propria condizione clinica, ma anche la stanchezza, l’incertezza e il disagio di una permanenza prolungata. Occorre verificare se gli spazi, le dotazioni, i servizi e l’organizzazione siano adeguati alle necessità dei pazienti e se vengano garantite condizioni dignitose durante tutta l’attesa. Un pronto soccorso non può essere valutato soltanto in base alla capacità di accogliere le emergenze: deve essere valutato anche per il modo in cui vengono assistite le persone che vi rimangono per ore o per periodi più lunghi.
Persone con disabilità, bisogni che non possono essere ignorati. Una delle criticità più dolorose riguarda l’assistenza alle persone con disabilità. Chi vive quotidianamente una condizione di disabilità sa che ogni persona ha necessità specifiche, che non possono essere affrontate applicando indistintamente le stesse modalità a tutti. Personalmente, ho sperimentato la difficoltà di far comprendere agli operatori sanitari che, per determinate necessità, ho bisogno del mio caregiver, mentre per tutte le altre prestazioni possono intervenire direttamente i professionisti sanitari. Non si tratta di pretendere trattamenti di favore, ma di chiedere che venga compresa una necessità concreta. Il caregiver conosce le difficoltà motorie della persona assistita, i suoi limiti, le posizioni che riesce ad assumere e le modalità con cui può essere aiutata senza provocare inutili sofferenze o ulteriori difficoltà. Questo è particolarmente importante durante esami come tac e radiografie, quando occorre posizionare correttamente il paziente. La conoscenza del caregiver dovrebbe essere ascoltata e valorizzata, nel rispetto delle competenze sanitarie e delle procedure di sicurezza. Non è accettabile che una persona con disabilità debba affrontare anche la fatica di spiegare ripetutamente i propri bisogni senza sentirsi compresa.
I caregiver lasciati senza condizioni adeguate. Un’altra grave criticità riguarda i familiari e gli assistenti che accompagnano e sostengono i pazienti. In situazioni di attesa prolungata, può accadere che chi assiste una persona malata non abbia nemmeno una sedia su cui sedersi. Ci si aspetta che il caregiver rimanga presente, disponibile e pronto ad aiutare, ma non sempre gli vengono garantite condizioni minime di riposo. È una contraddizione evidente: si riconosce l’importanza dell’assistenza, ma si rischia di trascurare proprio chi la rende possibile. La presenza del caregiver non deve essere considerata automaticamente un ostacolo o una semplice comodità. Le esigenze di assistenza devono essere valutate caso per caso, garantendo una collaborazione ragionevole con il personale sanitario.
Le carenze organizzative devono essere accertate. La situazione descritta solleva interrogativi che meritano risposte precise. Quali sono le cause delle attese prolungate? Gli spazi e le dotazioni sono adeguati? Come vengono gestiti i pazienti che necessitano di assistenza continuativa? Quali procedure vengono applicate per le persone con disabilità? Come vengono valutate le richieste di presenza del caregiver? Queste domande non possono essere liquidate come semplici lamentele. È necessario verificare le eventuali carenze di personale, di spazi, di attrezzature e di organizzazione, distinguendo le responsabilità gestionali dalle difficoltà che gli operatori sanitari possono incontrare nello svolgimento di un lavoro particolarmente impegnativo. Non è mia intenzione generalizzare né accusare indiscriminatamente ogni professionista. È proprio per questo che chiedo verifiche serie, documentate e trasparenti. Quando emergono criticità, le istituzioni devono individuarne le cause e intervenire.
Una richiesta di responsabilità alle istituzioni. Mi rivolgo alla Regione Umbria, all’assessorato alla Sanità, al sindaco di Terni e alla direzione dell’Azienda Ospedaliera Santa Maria affinché dispongano verifiche sulle condizioni segnalate. Chiedo in particolare: un accertamento sulle attese e sulle condizioni di permanenza dei pazienti al pronto soccorso; una verifica dell’adeguatezza degli spazi, delle sedute, dei servizi e delle dotazioni disponibili; procedure chiare per rispondere alle necessità specifiche delle persone con disabilità; una corretta valutazione delle richieste di presenza del caregiver durante l’assistenza e gli esami diagnostici; condizioni più adeguate per i familiari e gli assistenti che rimangono accanto ai pazienti; l’individuazione delle cause delle criticità organizzative e l’adozione di misure correttive; infine, una risposta ufficiale sulle verifiche effettuate e sugli interventi programmati.
Un appello alla stampa e all’opinione pubblica. Mi rivolgo a tutte le testate giornalistiche dell’Umbria affinché questa segnalazione non venga ignorata. Chiedo ai giornalisti di approfondire la situazione, raccogliere testimonianze, ascoltare le famiglie, le persone con disabilità e gli operatori sanitari, e verificare direttamente le condizioni in cui vengono assistiti i pazienti. La sanità pubblica è un bene collettivo. Riguarda tutti noi, perché nessuno può sapere quando avrà bisogno di cure e si troverà, a sua volta, in una condizione di fragilità. Per questo è necessario che le criticità vengano affrontate prima che diventino una normalità accettata da tutti.
Conclusione Questa denuncia nasce anche da un’esperienza personale che desidero rendere pubblica senza esporre la mia identità. Non chiedo privilegi, scorciatoie o trattamenti speciali. Chiedo ascolto, rispetto e attenzione per le necessità reali delle persone malate e con disabilità. Chiedo che il sistema sanitario riconosca che dietro ogni letto c’è una persona, dietro ogni paziente c’è una storia e, spesso, accanto a quel paziente c’è qualcuno che sostiene ogni giorno un carico fisico ed emotivo enorme. La malasanità non deve essere uno slogan: quando si denunciano possibili disservizi, occorre verificarli, individuare le responsabilità e correggere ciò che non funziona. La dignità dei malati non può essere sacrificata alle difficoltà organizzative. La disabilità non può diventare un ostacolo ulteriore all’accesso alle cure. Il caregiver non può essere ignorato quando la sua presenza è necessaria. Alla Regione Umbria, alla direzione dell’ospedale e a tutte le autorità competenti chiedo quindi di ascoltare questa denuncia, verificare quanto segnalato e dare risposte pubbliche e concrete. La salute è un diritto. La dignità è un diritto. Il rispetto delle persone più fragili è un dovere.
*Segnalazione anonima da parte di una persona con disabilità.
