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Paolo Rossi

Si chiama Casa Pablito il progetto promosso dalla Paolo Rossi Foundation per migliorare l’assistenza ai pazienti oncologici durante i trattamenti e nei periodi di degenza. La prima struttura sarà inaugurata il 26 novembre all’ospedale Sacro Cuore Don Calabria di Negrar di Valpolicella, in provincia di Verona. Altri due centri pilota sono previsti al Policlinico Gemelli di Roma e all’ospedale Careggi di Firenze.

Il nome richiama Paolo Rossi, campione del mondo nel 1982 e giocatore del Perugia nella stagione 1979-1980. Con la maglia biancorossa disputò 36 partite, segnando 14 gol tra campionato e coppe. La Fondazione che porta il suo nome è presieduta dalla moglie Federica Cappelletti e nasce anche dall’esperienza vissuta durante la malattia del calciatore, morto il 9 dicembre 2020 per un tumore ai polmoni.

L’obiettivo è offrire ai pazienti un ambiente attrezzato nel quale poter rimanere dopo le terapie, evitando spostamenti quando le condizioni fisiche non consentono di tornare a casa. Ogni struttura disporrà di tre o quattro postazioni individuali, con letti e apparecchiature per il monitoraggio clinico, armadi per gli effetti personali e uno spazio per il familiare o caregiver. L’accesso sarà stabilito dai medici in base alle condizioni del paziente e riguarderà persone sottoposte a chemioterapia, immunoterapia, terapie target e altri trattamenti prolungati. Per i primi tre centri è prevista un’utenza complessiva di 300-400 pazienti all’anno.

Un aspetto ancora da chiarire riguarda i costi per gli utenti. Le informazioni disponibili non specificano se l’accesso sarà gratuito o se sarà richiesto un contributo ai pazienti e ai familiari. Anche questo elemento sarà determinante per valutare l’effettiva accessibilità del servizio.

Il progetto è promosso dalla Paolo Rossi Foundation e si basa sulla collaborazione con strutture sanitarie, istituzioni e soggetti privati, tra cui sponsor e imprese farmaceutiche. Tra i contributi già documentati figura quello di 10 mila euro deliberato nel maggio 2024 dalla Città metropolitana di Firenze. Una commissione scientifica presieduta da Carlo Adami, con la partecipazione di specialisti come Gino Gerosa e Michele Milella, seguirà gli aspetti scientifici e organizzativi. L’obiettivo è costruire un modello replicabile in altri ospedali italiani e, in prospettiva, all’estero.

La parte centrale dell’iniziativa riguarda però l’umanizzazione dell’assistenza. La malattia oncologica coinvolge il paziente e l’intera famiglia, che deve affrontare non soltanto le terapie, ma anche la gestione quotidiana delle cure, gli spostamenti, i farmaci, gli effetti collaterali e l’incertezza sull’evoluzione della malattia. Chi assiste un familiare spesso si trova a svolgere compiti per i quali non ha ricevuto una preparazione, con il timore di non riconoscere un problema o di non sapere come intervenire.

Casa Pablito intende offrire anche uno spazio di ascolto e condivisione. L’esperienza di chi ha già attraversato le diverse fasi della malattia può diventare una risorsa per chi le affronta per la prima volta. Informazioni pratiche sull’organizzazione delle giornate, sulla gestione degli effetti delle terapie e sull’assistenza possono aiutare altre famiglie a orientarsi e a ridurre il senso di isolamento. Il confronto, se accompagnato da personale qualificato, può inoltre contribuire a distinguere le preoccupazioni fondate dalle paure che derivano dalla mancanza di informazioni.

Non si tratta di sostituire il lavoro dei medici, ma di affiancare alle cure un sostegno rivolto anche a chi assiste il malato. La possibilità di essere ascoltati, ricevere indicazioni e condividere le difficoltà può incidere sulla qualità dell’assistenza e sul benessere di tutta la famiglia.

«La solitudine e il senso di abbandono possono diventare il male maggiore», ha spiegato Federica Cappelletti. È da questa esperienza che nasce il progetto, con l’intento di affiancare all’assistenza clinica un’attenzione alla dignità, alla riservatezza e ai bisogni delle persone.


Sul piano economico, Casa Pablito si basa su una rete di finanziamenti pubblici e privati, ma il quadro delle risorse disponibili non consente ancora di valutarne i costi e la sostenibilità nel tempo. Quanto a risorse sono indicate genericamente donazioni, raccolte fondi, sponsor e collaborazioni con imprese e realtà private, tra cui i Rotary Club di Firenze Ovest e Pisa. Non sono tuttavia disponibili un budget complessivo del progetto, il costo di allestimento delle singole postazioni né una stima delle spese annuali per personale, manutenzione delle apparecchiature, pulizia e utenze. Resta inoltre da definire la ripartizione degli oneri tra Fondazione e ospedali. Anche per gli utenti manca un’indicazione decisiva: non risulta pubblicato un tariffario né una dichiarazione esplicita sulla gratuità del servizio, per i pazienti e per i familiari che li assisteranno. La Fondazione prevede il coinvolgimento di enti pubblici e privati, ma non ha ancora reso disponibile un piano economico che permetta di stabilire se le risorse raccolte siano sufficienti a garantire la continuità delle strutture.

Giornalista dal duemila, ha lavorato per il Messaggero e Reuters. Ha fondato e diretto la rivista Artico, i quotidiani Giornale del Cilento e Umbria24. Ha svolto a lungo attività di freelance anche come videoreporter. Impegnato nel campo della formazione al giornalismo digitale e multimediale.