di Paolo Coletti*
Nel saggio La società aperta e i suoi nemici, Karl Popper ci ha insegnato che le istituzioni non vanno giudicate in base alle loro buone intenzioni dichiarate, ma per i risultati concreti che producono. Se applichiamo questo metodo pragmatico e scientifico alla burocrazia italiana, il verdetto assume i contorni di una commedia dell’assurdo. Una commedia che non ha bisogno di inventare trame o cercare campionari statistici astratti: basta raccontare la storia recente della mia famiglia per trovare un perfetto microcosmo d’analisi.
Il mito della «transizione digitale» si infrange ogni giorno contro una realtà in cui la digitalizzazione consiste, essenzialmente, nel costringere il cittadino a fare l’archivista gratuito per conto dello Stato. Con un’aggravante psicologica: l’amministrazione parte sempre dal presupposto che tu sia dalla parte del torto. Spetta a te, suddito, dimostrare il contrario. Per sopravvivere, dunque, il cittadino moderno deve sviluppare una dote parallela: oltre a conservare meticolosamente la documentazione cartacea, deve organizzare a proprie spese un impeccabile archivio digitale privato, pronto a essere sfoderato come scudo contro i fallimenti dei server pubblici, oppure effettuare i pagamenti tramite l’home banking del proprio istituto, così da renderne immediata la tracciabilità.
Il viaggio della mia famiglia nella fantascienza burocratica inizia con l’amministrazione pubblica locale di un piccolo centro del Trasimeno. Gli eredi ricevono una formale richiesta di pagamento IMU per un’annualità che la macchina pubblica considerava scoperta. Peccato che l’imposta fosse stata regolarmente saldata a suo tempo. Dove è finito il dato? Semplice: non pervenuto negli archivi dell’ente. In un Paese normale, l’amministrazione interroga i propri sistemi; in Italia, spetta a noi attivarci. Per fortuna, avendo operato tramite home banking, è bastato un clic per recuperare la ricevuta e inviare una PEC, dimostrando che l’ente locale si era distratto. Risposta finale del funzionario: «Scusi, avevamo un disallineamento nei database». Un modo elegante per dire che i loro dati non comunicano tra loro.
Se il primo episodio è un classico della «distrazione», il secondo caso, che ha coinvolto l’amministrazione pubblica di un centro pedemontano della provincia di Perugia, rasenta il genio logico. Un membro della mia famiglia stipula un contratto d’affitto a canone concordato, che dà diritto per legge a una riduzione del 25 per cento dell’IMU. Il contratto viene regolarmente registrato presso l’Agenzia delle Entrate, l’organo che per definizione gestisce le tasse in Italia. Eppure, tre anni dopo, la PA locale bussa alla nostra porta chiedendo la differenza, aumentata di sanzioni e interessi. Nuova ricerca nell’home banking e altra PEC per dimostrare un fatto che era già scritto nei server dello Stato. Sarebbe bastato un clic per controllare l’anagrafe tributaria, ma evidentemente la Pubblica Amministrazione preferisce che siano i privati a fare da ponte telematico tra i vari uffici pubblici.
Il terzo episodio supera i confini del ridicolo ed entra nel territorio dell’efficienza capovolta, toccando la gestione di un familiare con invalidità civile al 100%. Si tratta di un dato e di un verbale sanitario custoditi nei server dell’INPS. Ma quando ci siamo presentati per richiedere i servizi territoriali connessi a quella specifica condizione, la risposta dell’amministrazione pubblica locale è stata un intramontabile: «Ci deve portare i documenti». L’Inps sa tutto, le diramazioni territoriali della PA non sanno nulla, e il cittadino deve stampare o reinviare i propri file per certificare ciò che lo Stato ha già certificato a se stesso.
La costante di queste tre vicende personali è un’asimmetria totale dei costi e delle responsabilità. Ma c’è un elemento economico ancora più perverso: il costo della caccia ai fantasmi grava due volte sulle tasche dei contribuenti. Quando la PA decide di contestare una tassa già pagata, mette in moto una macchina costosa. C’è il tempo del personale pubblico che deve istruire la pratica, il funzionario che si occupa di «aprire il ruolo» per la riscossione di un credito inesistente, il costo materiale e di spedizione della raccomandata. Successivamente, altro personale pagato dallo Stato dovrà ricevere la Per del cittadino, esaminare la documentazione allegata (che l’ente possedeva già), avviare la procedura di sgravio e annullare l’atto formale.
L’amministrazione spende i soldi dei cittadini per chiedere a chi ha già pagato di ripagare, costringendolo a sua volta a perdere tempo per dimostrare di aver già saldato il dovuto. L’unica barriera contro questo corto circuito è l’iper-efficienza privata: sapere dove ricercare le contabili o conservare le carte. Se la mia famiglia è stata colpita da una simile tripletta, significa che il problema non è la sfortuna, ma una patologia sistemica.
Questo circo delle carte ha un costo complessivo enorme e scientificamente misurato. Secondo l’Ufficio studi della Cgia di Mestre, la cattiva burocrazia costa alle piccole e medie imprese italiane circa 80 miliardi di euro all’anno. Un’indagine della Banca europea per gli investimenti conferma il quadro: il 24 per cento degli imprenditori italiani dichiara di impiegare oltre il 10 per cento del proprio personale solo per adempiere agli obblighi normativi.
Se stringiamo l’obiettivo sull’Umbria, i numeri restano pesanti. Secondo l’Osservatorio nazionale della Cna, la burocrazia costa alle piccole imprese umbre 730 milioni di euro all’anno. Se si guarda invece al perimetro più circoscritto delle autocertificazioni ricorrenti, cioè ai dati che le aziende sono costrette a ripetere allo Stato pur avendoli già consegnati, la Camera di commercio dell’Umbria, su indagine di Unioncamere, InfoCamere e Fondazione Promo PA, quantifica il danno in 10,4 milioni di euro l’anno, pari a un costo medio di 115 euro per ciascuna delle 90.231 imprese registrate in regione. Soldi veri sottratti allo sviluppo, agli investimenti e al benessere individuale.
Non dobbiamo rassegnarci all’idea che la burocrazia sia una calamità naturale. Esiste, in Italia, un principio giuridico sacrosanto ma costantemente calpestato: il cosiddetto «once only» («solo una volta»), sancito dall’articolo 43 del dpr 445/2000, che vieta alla Pubblica Amministrazione di chiedere al cittadino atti, certificati o informazioni di cui essa stessa, o un’altra amministrazione, sia già in possesso, imponendole di acquisirli d’ufficio. Un obbligo di legge che resta troppo spesso lettera morta.
La transizione digitale, per essere seria, non può ridursi al cittadino che fa da «passacarte elettronico» tra un ministero e un Comune usando i propri archivi digitali privati. Finché non si introdurrà una reale interoperabilità automatica tra i database di tutte le articolazioni dello Stato (dall’Inps all’Agenzia delle Entrate, fino agli enti locali) e finché i dirigenti pubblici non risponderanno economicamente dei costi inutili causati dalle loro notifiche errate, la digitalizzazione sarà solo una costosa verniciatura superficiale su un vecchio sistema feudale. L’intelligenza artificiale potrebbe già svolgere questo ruolo di interconnessione tra gli archivi dello Stato: restiamo in attesa di una sua adozione sistemica per ridurre i contenziosi tra PA e cittadini e abbattere i costi — palesi e occulti — della burocrazia italiana.
Finché non si farà questo passo razionale, non saremo cittadini di uno Stato moderno, ma archivisti privati, cartacei e digitali, non retribuiti, che sperano, file alla mano, di sopravvivere alla prossima mossa della Pubblica Amministrazione.
*Paolo Coletti è un manager, docente e analista con un’esperienza poliennale nella direzione di progetti complessi e nell’innovazione di processo per grandi imprese. Esperto di geopolitica e intelligenza artificiale, è autore di saggi sulla leadership etica, coniuga la visione strategica aziendale con lo studio dei nuovi scenari della geoeconomia moderna.
