di Diletta Paoletti
La crisi libica approda tra i banchi dell’Ateneo perugino: speciale lezione sull’attualità a Scienze politiche, per svelare le logiche (più o meno nascoste) del conflitto nel cuore del Mediterraneo.
Riflettere sulle notizie libiche I venti di guerra che in queste ore spazzano il mare nostrum impongono una riflessione. Una riflessione attenta e accurata, perché sono tanti (e controversi) gli aspetti in gioco. È quanto avvenuto a Scienze politiche dove, in un’aula affollatissima (molti i cittadini comuni, desiderosi di saperne di più), sul tema si sono confrontati con i presenti tre docenti della Facoltà: Carlo Focarelli e Amina Maneggia hanno tracciato gli aspetti giuridici della vicenda, mentre ad Anna Baldinetti è stato affidata la contestualizzazione storico-politica. Occasione ghiotta, soprattutto per quelli che – e sono molti – si sentono spaesati di fronte ad eventi spesso non di immediata comprensione.
Molteplicità di approcci L’iniziativa – “La crisi in Libia: cause, dinamiche e prospettive” ne è il titolo – non poteva che essere organizzata dalla Facoltà di Scienze politiche: questa – più di altre – è in grado di ‘stare sull’attualità’ e di cogliere – grazie alla sua molteplicità di approcci – la complessità della crisi. Sì perché per orientarsi tra deliranti proclami del Raìs, vertici europei, riunioni Nato e Consigli di sicurezza Onu, occorrono il diritto (internazionale e umanitario), la storia (quanto pesano gli eventi di ‘ieri’ sulla Libia di oggi? Quale è la composizione sociale del paese?), ma anche la geopolitica (influiscono – eccome – gli equilibri internazionali di contesto) e, last but not least, l’economia.
Le dinamiche della insurrezione libica Se è vero che la vicenda libica si inserisce in quel complesso di sommovimenti che scuote, oramai da qualche mese, il Nord Africa, presenta comunque caratteristiche tutte peculiari. «Innanzitutto – spiega Baldinetti – diversamente dai casi di Tunisia ed Egitto, l’appello all’insurrezione è stato lanciato dall’esterno, precisamente dall’Egitto, con l’appoggio del Fronte nazionale per la salvezza della Libia, con sede a nientemeno che a Londra». Questo dimostrerebbe l’esistenza di un’opposizione, sì, ma non radicata nel territorio. Semplicemente perché all’interno dei confini libici non esistono partiti politici e forze organizzate, di fatto assenti nel corso di tutta la storia della Libia post coloniale.
Identità nazionale assente Ancora più significativo è il fatto che – mentre in altri casi – dalle capitali la protesta si è estesa a macchia d’olio in tutto (o quasi) il paese, niente di tutto ciò è avvenuto nella Jamāhīriyya. La debolissima identità nazionale ha creato un territorio disgregato: Cirenaica e Tripolitania sono di fatto due corpi estranei (forzatamente uniti ai tempi del colonialismo) e la seconda è tuttoggi controllata dal Rais.
Il ruolo (mancato) delle forze militari E infine l’esercito. In Tunisia e in Egitto si è schierato dalla parte dei ribelli. In Libia no, perché un esercito – di fatto – non esiste: dopo averlo decapitato nei primi anni ’70, Gheddafi ha fatto sempre uso di mercenari.
Intervento legittimo secondo il diritto internazionale «La vicenda rappresenta una svolta nel diritto internazionale», sostiene Carlo Focarelli. «Il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha, per la prima volta, autorizzato l’uso della forza contro un governante che governa irresponsabilmente, violando pesantemente i diritti umani». Di fatto un «intervento umanitario». Autorizzazione assente – per riferirsi al precedente storico più celebre – nel caso del Kosovo, anno 1999. E questa volta non ci si può nemmeno appellare alla violazione dell’articolo 11 della nostra Carta Costituzionale: se è vero che «l’Italia ripudia la guerra»– continuando a leggere il medesimo articolo – è chiaro che sono consentite le limitazioni di sovranità necessarie al mantenimento della pace, in particolare promuovendo le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo. Di fatto, quindi, l’articolo 11 non vieta gli interventi autorizzati dall’Onu, proprio come quello attuato in Libia.
La Corte penale internazionale Anche Amina Maneggia, attraverso l’analisi del ricorso alla Corte penale internazionale, conferma il carattere profondamente innovativo nelle modalità di reazione del sistema internazionale al caso libico: il Consiglio di sicurezza Onu (per di più all’unanimità) ha deciso in tempi lampo di sottoporre l’operato di Gheddafi alla giurisdizione della Corte dell’Aja. «Ma – continua Amina Maneggia – quello che è più eccezionale è il fatto che a chiedere il deferimento sia stato proprio il rappresentante permanente della Libia presso il palazzo di vetro». L’obiettivo? Far cessare il regime «del macellaio di Tripoli» (così si legge dalle carte) e, con esso, le violenze.
Il dibattito In un’atmosfera sicuramente partecipata e a tratti infuocata – evidentemente è ancora fresco il ricordo di altri interventi militari e forte è la mobilitazione attorno a queste tematiche – ha preso poi vita un intenso dibattito: molti studenti, ma anche numerosi docenti, hanno preso la parola. Diversissime tra loro le posizioni e le interpretazioni della vicenda, stimolate dalle questioni messe sul tappeto dai relatori. A chi saluta con favore la mancata violazione del diritto internazionale, segno tangibile di un’azione, una volta tanto, rispondente alle regole, si contrappongono coloro che ragionano prevalentemente in termini di interessi e logiche politico-economiche, in fin dei conti – sostengono – unico motore delle azioni militari. Ad ognuno la riflessione. E, forse, la risposta.


Mi aspettavo di più!
Egregia Diletta, il tuo articolo accerta nella metodologia, ma non racconta quello che importa di più: le posizioni dei partecipanti. Divergenti, si, ma quali? Ci voleva un approfondimento, anche se piccolo.
Buon lavoro… ricordati che questa guerra è per il petrolio ed il contro geo-politico.