di Ivano Porfiri
La promessa è quella di terminare la Perugia-Ancona, uno dei rami della Quadrilatero Umbria-Marche, entro aprile 2020. Il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, insieme al ministro delle Infrastrutture, Danilo Toninelli, ci ha messo la faccia. Il giorno dopo, però, i dubbi sulla ripartenza dei cantieri restano intatti. Il nodo è quello della vicenda Astaldi, il general contractor della Quadrilatero, ad oggi in procedura di concordato preventivo, che ha lasciato l’opera ferma da otto mesi non avendo pagato le aziende subappaltatrici accumulando un debito di 40 milioni sono con una trentina di aziende umbre e marchigiane, che si allarga a 60 con altri fornitori.
L’imprevisto Il taglio del nastro della ripresa dei cantieri è stato organizzato in grande stile da Anas e Quadrilatero spa. Un messaggio di fiducia al Paese che il governo ha colto al volo, in un momento di forti tensioni sul tema infrastrutture. Solo che, probabilmente, non è stato calcolato a dovere il problema delle imprese. «Sembra come se Conte e Toninelli non si aspettassero un ostacolo di queste dimensioni – raccontano esponenti del mondo imprenditoriale presenti a Fabriano – in ogni caso si sono presi l’impegno di affrontarlo e risolverlo».
Ripresa lavori: due strade Il fatto è che, probabilmente, riprendere i lavori non sarà così rapido come promesso. Al momento, nei cantieri ci sono ancora le macchine delle imprese umbre e marchigiane creditrici. Quello che chiedono è venire pagati ma anche cambiare la procedura dei pagamenti per evitare il nuovo accumularsi di debiti (Astaldi, va ricardato è il terzo general contractor ad andare in crisi dopo Btp e Impresa spa). L’altra strada è, per Quadrilatero, di affidare i lavori ad altre imprese provenienti da fuori, bypassando quelle creditrici. Ma, in primis servirebbe tempo per reclutarle, fare tutti i certificati (tra cui l’antimafia) con i tempi tecnici. E poi, in questo caso, le ditte locali promettono battaglia fino all’occupazione dei cantieri.
La soluzione Incontrando Conte, però, le imprese creditrici, una strada la hanno indicata e messa per iscritto in un documento che Umbria24 ha potuto visionare. Vi si chiede: di istituito presso il ministero delle Infrastrutture un «Fondo salva-cantieri», alimentato dal versamento di un contributo pari a una percentuale del valore del ribasso di aggiudicazione a carico dei soggetti aggiudicatari delle gare di un certo importo. Con questi soldi, si coprirebbero i crediti delle imprese che lavorano in territori colpiti da calamità naturali (in questo caso le terremotate Umbria e Marche) evitando così lo spettro degli “aiuti di Stato” che l’Ue non permetterebbe. Le imprese segnalano alla amministrazione aggiudicatrice i casi di non corresponsione dei corrispettivi dovuti e questa oppure su suo incarico il contraente generale, verifica entro 30 giorni dalla segnalazione l’effettiva spettanza: in caso di esito positivo trasmette senza indugio istanza di accesso al Fondo. Per il pregresso, poi serve una norma che stabilisce che l’amministrazione aggiudicatrice può anticipare le somme dovute alle imprese creditrici utilizzando i fondi disponibili già stanziati per la realizzazione delle opere. Somme poi che saranno rimborsate a carico del Fondo. Il ministero provvede all’erogazione entro 30 giorni e il general contractor nello stesso tempo provvede al versamento ai singoli creditori. Ultimo passaggio: il ministero è surrogato nel credito nei confronti dei singoli debitori.
Il pressing delle Regioni Si potrà realizzare tutto ciò? Gli esponenti delle imprese non ostentano ottimismo. Le Regioni, a partire dai presidenti Marini e Ceriscioli, si impegnano a un pressing stretto nei confronti del governo per arrivare a una soluzione. E del resto lo hanno ribadito al premier: ci sono circa 30 imprese umbre e marchigiane (fra le più importanti e specializzate), che impiegano circa 1.500 dipendenti diretti ed indotti, con un volume di crediti non riscossi di circa 40 milioni. Significa un terremoto sociale e significa mettere anche a repentaglio la ricostruzione post sisma (sono le medesime imprese edili), altro fronte aperto per il governo.
