«La prima volta fa sempre male» di Boche e Morcky

di Genesis Bridge Alvarado

Tra il 1987 e il 1988, durante un’intensa nevicata, Morcky e alcuni compagni realizzarono quello che viene ricordato come il primo graffito di Perugia. Lo dipinsero sulle mura nuove dietro al Tempietto, lungo la discesa che conduce al Bulagaio. Un gesto nato dalla curiosità e dalla voglia di sperimentare, destinato a segnare l’inizio di una storia che, negli anni, avrebbe coinvolto generazioni di giovani.

Trent’anni dopo la nascita della Hall of Fame di Fontivegge, celebrata nelle scorse settimane, Umbria24 racconta la storia del graffiti writing in città attraverso le testimonianze di alcuni dei protagonisti della scena locale. Da Zanga a Morcky, da Koerz a Fieno, passando per tanti altri writer, riaffiorano i momenti più significativi di un movimento che ha trasformato muri e sottopassi in luoghi di incontro, espressione artistica e condivisione. Una storia fatta di viaggi, amicizie, rivalità e cambiamenti, che racconta anche il rapporto, spesso complesso, tra la cultura di strada e la città.

Gli albori

Le origini della cultura hip hop e del graffiti writing a Perugia affondano in un vivace scambio di informazioni, idee e materiali visivi. Prima dell’avvento di internet, le novità circolavano soprattutto grazie ai viaggi e all’iniziativa dei singoli appassionati. Una figura chiave nella diffusione di questa cultura fu il dj perugino Marco Cucchia, che portò in città dischi difficili da reperire, le prime consolle Technics, nozioni di breakdance e preziose videocassette da cui apprendere stili e movenze. Un altro punto di riferimento per la scena locale fu Boss T, che contribuì a far conoscere nel capoluogo umbro ciò che vedeva e sperimentava durante i suoi spostamenti nel Nord Italia.

La nascita del graffiti writing in città risale al periodo tra il 1987 e il 1988, quando Morcky e alcuni compagni realizzarono il primo graffito sulle mura nuove dietro al Tempietto, durante una forte nevicata. Un episodio che segna simbolicamente l’inizio della storia dei writer perugini. L’immaginario visivo e culturale di quella prima generazione fu profondamente influenzato dal cinema statunitense. Film di culto come The Warriors (I guerrieri della notte nella versione italiana) e, soprattutto, Beat Street, trasmesso nelle ore notturne sulle reti Fininvest, mostrarono ai giovani perugini la realtà della scena hip hop newyorkese, contribuendo a diffonderne linguaggi, stili e valori.

A consolidare questa passione arrivò poi l’editoria indipendente. Tra il 1991 e il 1992 iniziarono a circolare le prime fanzine cartacee. Tra queste spiccava Alleanza Latina, nata a Genova e ordinabile esclusivamente per posta, considerata la prima fanzine italiana del settore. A essa si affiancavano le rubriche dedicate al writing pubblicate nelle riviste di skateboarding reperibili nelle edicole locali.

Dalle fanzine alla nascita delle crew

Nei primi anni Novanta la scena perugina si ampliò con la nascita delle prime crew, a partire dalla EZS, nel quartiere di Elce, fondata da Morcky insieme a Boche, Koerz e Franz e successivamente evolutasi nella KNC. Nello stesso periodo nacque anche la crew USM, con Damno e Norm. Il movimento si diffuse in diversi quartieri, da Madonna Alta a San Sisto, fino a Ponte San Giovanni. In quel contesto si intrecciavano la voglia di ribellione, l’adrenalina legata all’illegalità e il desiderio di reagire ai giudizi negativi di chi non comprendeva questa forma di espressione. Morcky descrive così quell’impulso collettivo: «Dentro la cultura dei graffiti e hip hop – racconta – c’era tutto questo, non solo visivamente ma anche musicalmente con la musica hip hop. Tutto ciò ha fatto sì che noi curiosi trovassimo il nostro stile, il nostro linguaggio».

Una svolta per il movimento arrivò con la riqualificazione del sottopasso di Fontivegge, promossa attraverso l’Informagiovani. Lo spazio divenne la seconda Hall of Fame legale della città, dopo quella di Sant’Erminio. Morcky ricorda le condizioni in cui si trovava inizialmente il sottopasso: «C’era questo sottopassaggio ridotto in condizioni disumane. Ci pagarono i colori e misero un’impalcatura per poter dipingere l’altezza totale del muro». La disponibilità di uno spazio autorizzato diede nuova linfa alla cultura di strada e contribuì a far crescere la presenza dei writer in città. In un’epoca senza strumenti di comunicazione digitale, imparare e migliorare significava soprattutto spostarsi e osservare dal vivo, come ricorda uno degli intervistati: «Senza comunicazione dovevi viaggiare e conoscere con i tuoi occhi».

I viaggi in Interrail verso Berlino, Amsterdam e Bologna diventavano occasioni per conoscere nuove tecniche e confrontarsi con gli artisti europei. Anche Roma rappresentava un importante punto di riferimento e ispirazione. Dipingere nelle Hall of Fame non significava cercare visibilità sui social, ma lasciare una traccia concreta della propria presenza sul territorio.

Il 1996 e gli anni d’oro della Hall of Fame

Il 1996 rappresenta una data centrale nella storia della scena perugina, con la nascita della Hall of Fame nel sottopasso di Fontivegge. Come racconta uno dei writer intervistati: «Per quanto piccola la città di Perugia ha una storia e tradizione della aerosol art, dunque di graffiti, che inizia dalla metà o meglio, fine anni Ottanta». Il Comune mise a disposizione vernici e un’impalcatura a due piani, dando avvio a una tradizione che sarebbe proseguita negli anni. Per i protagonisti di quella stagione, la Hall of Fame non era soltanto un luogo in cui dipingere, ma anche uno spazio capace di mantenere vivi i rapporti tra persone e generazioni diverse.

«I graffiti hanno fatto da collante sociale… rinfrescare legami che nel tempo si sono persi, è stato bello», racconta uno degli intervistati. Accanto ai pionieri si affacciò una nuova generazione, che trovava punti di riferimento nella bocciofila di Sant’Erminio e all’Ex-Cim. Quest’ultimo era diventato un luogo di ritrovo per i writer, una sorta di panchina degli artisti, dove incontrarsi, osservare i graffiti degli altri e dipingere. «Arrivavamo all’“Ex-Cim” perché per noi graffitari era il punto d’incontro. Come se fosse la nostra “writer’s bench”, dall’inglese la panchina dell’artista, il posto perfetto per incontrarsi, osservare altri graffiti e dipingere».

L’ispirazione arrivava anche dai viaggi e dalle riviste. «A sedici anni l’ispirazione principale veniva dalla carta… arrivavano pezzi da New York, Berlino e Parigi». Lo scambio contribuì alla diffusione di un linguaggio specifico, in continua evoluzione: «Alcuni termini sono rimasti, mentre molti altri li abbiamo reinventati», ricorda uno dei writer intervistati. Anche gli stili si articolavano in forme diverse: dalle tag, le firme stilizzate dei writer, ai puppet, personaggi figurativi o simili a cartoon che accompagnano le lettere, fino ai throw-up e ai masterpiece, chiamati anche burner.

Come spiega uno degli intervistati: «Il throw up, che dall’inglese significa lanciare, vuol dire fare un pezzo velocemente». E ancora: «Il lettering sta a significare letteralmente disegnare la lettera, infine il masterpiece era il pezzo grosso». Per alcuni, quella passione si è trasformata anche in una professione. «Approcciare il fenomeno in maniera sobria… se poi sviluppato nella maniera giusta ti porta ad essere un’artista, pubblicitario o direttore creativo, come alcuni di noi». Tra gli episodi legati al 1996 spicca lo scontro con il pittore Franco Venanti, ricordato da Koerz. Dopo che Venanti li definì teppisti, Koerz gli dedicò un ritratto accompagnato dalla scritta «Spray per artisti e non per teppisti». L’opera, però, fu cancellata su richiesta dei responsabili dell’Informagiovani, per evitare ulteriori problemi.

Dal 2000 al 2011: una scena in crescita

Tra il 2000 e il 2011 il graffiti writing a Perugia visse una fase di crescita e consolidamento. La città rimase connessa ai grandi flussi internazionali e continuò ad attirare artisti anche dall’estero. Morcky ricorda: «Negli anni a seguire, anche dopo il 2000 ci sono sempre stati dei grandi talenti». Nonostante le dimensioni contenute della città, la scena perugina acquisì una notevole visibilità. «Nonostante Perugia sia una città di provincia, l’esplosione di graffiti fu davvero forte». Tra gli artisti e i collettivi che passarono per il capoluogo umbro figurano Shoe, Zedz, Sender, Solitude, MSK, Manolo Mesa e Heavy Artillery.

Il fermento di quegli anni segnò profondamente anche le nuove generazioni. Lo racconta Fieno, tatuatore, illustratore e writer, che ricorda di aver osservato da ragazzo gli artisti più grandi prima di fondare, insieme agli amici, la propria crew, la BSC, acronimo di Bouncing Souls Crew. Il nome era un omaggio al supergruppo che si esibì all’Ex-Cim e al loro essere piccoli «spiritelli saltellanti». «All’inizio me ne stavo lì, rispettoso e a debita distanza, a guardare per ore i writers più grandi. Con il tempo, crescendo, io e i miei amici abbiamo fondato la nostra crew, la BSC (Bouncing Souls Crew, un omaggio al supergruppo che suonò all’ex CIM e al nostro essere piccoli “spiritelli saltellanti”)».

Fieno descrive così quegli anni: «Tra il 2000 e il 2011 la scena dei graffiti a Perugia era incredibilmente florida. Il cuore pulsante era sicuramente la zona della stazione di Fontivegge, dove sorgevano quelle mega murate che per noi ragazzini erano dei veri e propri templi. Si respirava un’aria di fermento, scoperta e pura magia». La città cambiava insieme al movimento internazionale, ma il rapporto con i graffiti restava complesso. «In quegli undici anni Perugia è cambiata molto, di pari passo con l’evoluzione del movimento a livello globale. Ma se devo essere sincero, per quanto mi riguarda la città non è mai stata davvero “aperta” ai graffiti nel senso più profondo, e forse mai lo sarà».

La passione di Fieno nacque quando era ancora bambino. A Natale, lo zio scultore gli regalò le prime bombolette: «La scintilla definitiva scoccò a Natale di quell’anno, quando mio zio (uno scultore) mi regalò le mie prime bombolette». Da quel momento, racconta, non ha più smesso di dipingere. Il suo ricordo è anche un ringraziamento a chi ha aperto la strada alle generazioni successive: «Devo un grazie enorme a tutta la gente e ai pionieri che sono passati per Perugia, che ho potuto conoscere e con cui ho condiviso i muri. Sono stati loro a spianare e ad aprire la strada a noi ragazzini di una piccola città, permettendoci di crescere e di diventare ciò che siamo oggi».

Il 2011-2012 e il Comma Art Festival

Tra il 2011 e il 2012 nacque il Comma Art Festival, evento dedicato ai graffiti e alla street art, organizzato in collaborazione con il Comune e diretto da Morcky, Boche e Piercarlo Pettirossi. «Per due anni i protagonisti furono i graffiti, che erano già conosciuti, la street art che era già anche questa un fenomeno culturale», racconta Morcky. Grazie ai fondi ottenuti, dieci artisti di fama internazionale arrivarono da Amsterdam per intervenire in diverse aree della città: dal muro verso Fontivegge alla facciata di un palazzo in piazza del Bacio, fino al garage della Hall of Fame, decorato dal pioniere europeo Shoe con un’opera che univa astrattismo e calligrafia.

Quella stagione artistica si sviluppò, però, parallelamente al peggioramento delle condizioni sociali della zona. Morcky ricorda: «Negli stessi anni nasceva una delle scene più buie di Piazza del Bacio, diventò luogo di prostituzione e spaccio in poco tempo». Negli anni successivi, le tensioni sociali e politiche contribuirono a cambiare il rapporto tra la città e il writing. Le amministrazioni adottarono una politica di buffing, termine utilizzato nel mondo dei graffiti per indicare la cancellazione o la copertura delle opere. Gli interventi si fecero sempre più frequenti, alimentando un clima di tensione tra i writer e le istituzioni.

La stretta del 2016 e la cancellazione dei graffiti

Uno dei writer intervistati ricostruisce gli effetti delle misure adottate dall’amministrazione comunale: «A seguito della mozione applicata dal sindaco di allora, si applicò una politica generica di cancellazione delle scritte, in tutta la città e non solo a Fontivegge. Da questo punto di vista la Hall of Fame non è stata toccata, però questo clima portò all’abbandono delle varie Hall of Fame presenti in città». Secondo la testimonianza, la politica di cancellazione iniziò nel 2014 e proseguì negli anni successivi, contribuendo a ridurre la frequentazione degli spazi dedicati al writing. Il clima di chiusura si inseriva in un contesto in cui le priorità dell’amministrazione e quelle della comunità dei writer apparivano distanti. «In ambito urbano, tra tutti i disagi che la città soffre, i graffiti sono un aspetto futile da curare», conclude l’intervistato.

Dal 2016 a oggi: la memoria di Fontivegge

La storia del graffiti writing si è intrecciata nel tempo con quella della città, lasciando tracce in diversi luoghi: da Sant’Erminio a Ponte San Giovanni, da Pian di Massiano al Fuseum, lo spazio dedicato al pittore e scultore Brajo Fuso. Tra provocazioni, cambiamenti e nuove forme di espressione, i writer hanno continuato a preservare la memoria della scena perugina. Anche le celebrazioni della Hall of Fame hanno rappresentato occasioni per riaffermare il valore di questa storia. Il ventennale del 2016 fu un’iniziativa autogestita, caratterizzata dai colori nero, argento e rosso.

Il trentesimo anniversario è stato invece organizzato dalle crew locali, in collaborazione con Fubo Club, Mosaico Fontivegge e il Comune di Perugia. L’evento ha riunito generazioni diverse, dai pionieri storici ai più giovani, con la realizzazione di un pezzo dedicato a Vittorio Gorini. Un’occasione per ritrovarsi e riconoscersi in una cultura condivisa, confermando il ruolo dei graffiti come elemento di coesione sociale e memoria collettiva.

Le nuove generazioni e l’eredità della Hall of Fame

Oggi Fontivegge è un quartiere attraversato da interventi di riqualificazione e, allo stesso tempo, da fragilità sociali. In questo contesto, il ruolo dell’arte urbana continua a essere oggetto di riflessione. Morcky sottolinea il valore degli spazi condivisi e il contributo che possono offrire alla comunità: «Secondo me l’arte, che oggi può essere anche urbana o che trova appoggio anche dalle istituzioni, aiuta al benestare e alla comunità che si può creare attorno a determinati spazi, che è di tutti e che può avere una funzione importante a livello sociale e culturale».

Fontivegge conserva anche la memoria di amici, conoscenti e familiari scomparsi, ricordati attraverso graffiti commemorativi. Tra questi c’è quello dedicato a Vincenzo Tancini, conosciuto come Tancio. Nel quartiere si trovano inoltre opere realizzate da artisti provenienti da altre città. Tra le più recenti c’è I volti della rinascita, murale dell’artista romano Diavù, che rappresenta due giovani in evoluzione. Le mani assemblano i loro volti come pezzi di un puzzle, mentre le stesse tessere compongono i cervelli delle figure. L’immagine suggerisce così l’idea di una crescita personale costruita progressivamente, attraverso esperienze e conoscenze.

L’opera si trova sull’edificio che ospita l’Università dei Sapori di Perugia, dove si svolgono diversi corsi di formazione professionale. Una coincidenza che sembra rafforzare il significato dell’intervento. Come spiega Diavù in un’intervista ad Artribune: «Sono proprio le mani dell’artista che costruiscono quei volti, mettendo insieme forme, luce e ombra come in un puzzle». La storia della Hall of Fame di Fontivegge, nata nel 1996, continua così a rappresentare molto più di un capitolo della cultura urbana perugina. È il racconto di una comunità cresciuta attorno ai muri, di generazioni che si sono passate il testimone e di uno spazio che ha saputo creare legami, nonostante le tensioni e i cambiamenti. Un’eredità riassunta nelle parole di un writer perugino: «Il graffito è casa a Perugia».