Quattro giorni per ripensare la scuola. Dal 29 ottobre al primo novembre a Perugia ci sarà la prima edizione di Ricreazione, il festival della scuola pubblica, “democratica e coraggiosa” per mettere a confronto esperienze, ricerca e pratiche educative. Dalle disuguaglianze all’inclusione, dall’educazione alla pace all’intelligenza artificiale: una piattaforma di dialogo per dare spazio a chi la scuola la vive ogni giorno. In attesa dell’evento (voluto e promosso dalla Regione Umbria, assessorato all’Istruzione) Umbria24 ha intervistato Rahma Nur, docente somalo-italiana Miur di scuola primaria, ma anche scrittrice poetessa, che sarà ospite domenica primo novembre alle ore 15 alla Sala dei Notari.

Lei partecipa a un confronto su ciò che educa ragazze e ragazzi anche fuori dalle aule. Quanto conta oggi riconoscere che la scuola non è soltanto un luogo fisico, ma una comunità che deve dialogare con la società, con le famiglie e con le esperienze dei più giovani?

Credo che oggi sia fondamentale capire che la scuola è una comunità di persone – docenti, famiglie, alunni e alunne – che non è, né è mai stata, separata dalla società. La scuola è anche la società: quello che succede fuori dalle mura scolastiche lo ritroviamo nelle nostre aule. Il nostro compito, come docenti, è far dialogare il fuori con il dentro. Spesso però siamo soli in questo tentativo: inascoltati, privi di valore agli occhi di certa politica e quindi di certa opinione pubblica. Come si costruisce un dialogo se l’intento finora è stato toglierci autorevolezza? Eppure c’è una parte consistente di noi che resiste, che crede in quella che bell hooks chiama “una comunità di apprendimento”, in cui tutti abbiamo qualcosa da insegnare e da apprendere.

Lei è arrivata in Italia bambina dalla Somalia e da oltre trent’anni insegna nella scuola primaria. Ha vissuto prima l’esperienza di chi si trova a dover conquistare il proprio spazio in un contesto educativo e poi quella di chi accompagna altre bambine e altri bambini nella crescita. Che cosa le ha insegnato questo doppio sguardo? E quali sono, oggi, gli ostacoli più difficili da superare per garantire davvero pari opportunità a tutti gli alunni?

La prima difficoltà è stata trovare una scuola che mi accogliesse in quanto bambina con disabilità motoria. Ho avuto la fortuna di incontrare una maestra eccezionale, la prima a vedere le mie potenzialità. Altre insegnanti non sono state così: qualcuna vedeva la mia disabilità associata alla mia origine come una combo esplosiva. Secondo loro potevo fare ben poco, non mi incoraggiavano e mi sottostimavano. O non mi vedevano proprio. Completare gli studi è stato faticoso e diventare maestra non era nei miei obiettivi. Non ho avuto modo di scegliere la scuola che volevo, il liceo linguistico, quindi sono andata dove mi hanno accettata, l’istituto magistrale. La strada che dovevo percorrere, senza volerlo, era proprio questa. Essere stata una bambina straniera e con disabilità mi ha insegnato ad andare oltre i pregiudizi e a mostrare che si può fare tanto anche partendo svantaggiati: per una disabilità fisica o cognitiva, per l’origine o perché si vive ai margini della società. Non sempre riesco a parlarne con coloro con cui lavoro o con le famiglie, però attraverso i bambini e le bambine cerco di seminare buoni propositi e di riflettere sui nostri atteggiamenti e sul linguaggio. Oggi le classi sono molto più eterogenee e plurali di quando ero piccola io, e la sola presenza di un’adulta con una disabilità e un’origine altra ha una forza dirompente. I pregiudizi cadono con più facilità: bambini e bambine capiscono che si può fare, ascoltano e ragionano. Ma laddove non c’è un lavoro sugli stereotipi e i pregiudizi, come si fa a lavorare sulle pari opportunità per tutti? Quello sì che è un grandissimo ostacolo.

Il governo ha introdotto, con il decreto-legge n. 170 del 30 settembre 2026, un tetto del 30% per determinate categorie di alunni con cittadinanza non italiana nelle classi prime, insieme a misure che riguardano l’apprendimento dell’italiano e il coinvolgimento delle famiglie. Dal suo punto di vista di insegnante, una distribuzione numericamente equilibrata degli alunni è sufficiente a favorire l’inclusione? O il rischio è affrontare una questione educativa e sociale soprattutto attraverso criteri di composizione delle classi, senza intervenire abbastanza sulle risorse, sulla mediazione linguistica e sul sostegno agli insegnanti?

Ci sono scuole dove la presenza di alunni e alunne con background internazionale è molto alta, ed è ormai una realtà consolidata. I bambini fanno presto a stare bene insieme, se l’accoglienza delle diversità è la normale prassi. La risposta è proprio nella seconda parte della vostra domanda: come si affrontano le difficoltà legate alla lingua se non disponiamo di risorse? In questi anni il governo ha fatto poco o nulla per le scuole con moltissimi alunni e alunne di famiglie migranti, eppure tante scuole se la sono cavata da sole: progetti di accoglienza per famiglie e alunni anche durante l’estate, reti di genitori e docenti che hanno superato le difficoltà linguistiche e arricchito tutti. Come scrive Anna Granata, “eccellenza e inclusione vanno a braccetto”. Il problema vero sono le scuole ai margini delle città, senza mediatori culturali, lontane da tutto. Cosa farebbe il ministro in quelle prime dove il 90% degli alunni è di origine straniera, e la maggior parte è appena arrivata in Italia? Sono scuole che nessuno monitora, dove i docenti fanno il possibile e l’impossibile. Ognuno impara secondo i suoi tempi, spesso senza aiuto a casa. Come è successo a me da bambina, eppure eccomi qui! Non basta un decreto per risolvere certi problemi. Nessuno va in quelle scuole a chiedere ai docenti di cosa abbiano bisogno. Non possiamo penalizzare bambini e famiglie solo perché stranieri, invece di riconoscerne le potenzialità. Questa discriminazione ora è diventata legge ed è atroce usare i bambini come strumento di propaganda politica.

Lei ha sottolineato più volte l’importanza di riconoscere le identità degli alunni anche attraverso gesti apparentemente semplici, come imparare a pronunciare correttamente i loro nomi, conoscere le lingue parlate a casa e dare spazio alle diverse tradizioni culturali. Nel dibattito pubblico, però, gli alunni con background migratorio vengono spesso descritti come una difficoltà da contenere. Come si può passare da questa logica a una scuola che valorizzi il plurilinguismo e le differenze, senza rinunciare all’apprendimento dell’italiano e a un patrimonio culturale condiviso?

Imparare a dire i nomi dei nostri alunni è il primo passo per una convivenza serena delle differenze. E non sono l’unica a dirlo: tantissime insegnanti hanno questa sensibilità, preparazione e rispetto per il proprio lavoro. Rispettare le diversità in classe non vuol dire rinunciare all’italiano né al patrimonio culturale. È facile cadere nelle trappole di chi parla di sostituzione etnica e di fallimento del multiculturalismo. Ma quello che succede a scuola è la scoperta di una ricchezza culturale e transculturale di cui l’opinione pubblica non è consapevole. I bambini capiscono che siamo differenti, si raccontano, si scambiano chiacchiere. Siamo noi adulti a dover dare l’esempio, e se la politica cerca voti a discapito dei bambini il nostro lavoro diventa più difficile. Io porto queste ricchezze nelle mie lezioni con le letture e mostrando come le lingue si incrociano: anche nell’italiano ci sono parole che raccontano il mescolamento con popoli e idiomi diversi. Io leggo molto ai miei studenti, e cerco libri, a volte li trovo solo in inglese, che mi aiutino a riflettere sulle diversità, sulle storie dei paesi e delle culture che ho in classe, ma anche su temi come l’affettività, la parità di genere, l’abilismo. La letteratura, la narrativa, non è neutra e una narrazione può sembrare bella, eppure essere razzista e dannosa. Questo vale anche per i programmi scolastici, i libri di testo, le scelte editoriali istituzionali. È un approccio all’apprendimento che è cresciuto con me, attraverso formazione e studio personale. Sugli albi illustrati baso sia la riflessione su certe tematiche che provo a decostruire, sia le mie lezioni di grammatica e scrittura creativa. 

Nel suo lavoro ha raccontato anche l’esperienza di insegnante nera e con disabilità, confrontandosi con stereotipi e discriminazioni. Insieme a Mariagrazia Santagati ha inoltre approfondito il tema degli insegnanti razzializzati, una presenza ancora poco esplorata nel dibattito italiano. Quanto pesa la rappresentazione nei libri di testo, nel linguaggio quotidiano e nella composizione del corpo docente? E che cosa dovrebbe cambiare nella formazione degli insegnanti perché la scuola sia realmente antirazzista e accessibile, non soltanto nelle dichiarazioni di principio?

Il corpo docente si sta differenziando: sto conoscendo docenti, educatori ed educatrici con un background simile al mio. Ma è un processo lento. Con Basma Aissa (pedagogista), Rita Bertozzi (sociologa, Università di Modena e Reggio Emilia) e Mariagrazia Santagati (sociologa, Università Cattolica) stiamo raccogliendo dati su docenti, educatori ed educatrici con background internazionale. La ricerca non è finita, ma qualcosa è già emerso: senza cittadinanza italiana l’accesso all’insegnamento è difficile, il percorso è spesso irto di ostacoli e non sempre si viene accolti come professionisti. Ci sono però anche persone che a scuola si sono trovate bene e che hanno potuto essere di supporto e di modello per i loro studenti. Noi siamo cresciuti senza modelli che ci rappresentassero, ci siamo nutriti di libri, storie e poesie in cui non c’eravamo, eppure “siamo sopravvissuti” (parafrasando Audre Lorde “Non era previsto che sopravvivessimo”) nonostante le ferite aperte. La rappresentazione conta perché ci rafforza e ci indica strade che possiamo percorrere. E non vale solo per chi è razzializzato: vale per tutti, anche per chi avrebbe voluto diventare scienziata o ballerino. Il linguaggio quotidiano dovrebbe cambiare semplicemente perché è cambiata la società, ma restiamo legati a stereotipi come “cose da maschi e cose da femmine”, ad esempio. Succede perché manca una formazione capillare su questi temi. Ai nostri studenti con background internazionale chiediamo di omologarsi alla maggioranza, salvo poi usarli come “informanti nativi” quando vogliamo sapere cosa succede in Africa o in Asia. Sono solo bambini e ragazzi, e magari il loro paese d’origine non l’hanno mai visto. Perché la scuola sia davvero antirazzista e sicura per tutti dobbiamo cominciare da noi stessi: spogliarci delle armature che ci portano a riprodurre violenza verbale, fare autocoscienza e riconoscere l’oppressione che, anche senza volerlo, esercitiamo sui nostri studenti perché hanno una religione diversa, un colore diverso, un corpo diverso.

Nella sua esperienza educativa, la poesia e la scrittura sono strumenti per dare voce ai bambini e alle bambine, mentre il modello della Scuola Senza Zaino mette al centro cooperazione, partecipazione e responsabilità condivisa. Nel suo libro “I, too, sing Italia” affronta anche i temi dell’appartenenza e dell’identità. Quale spazio possono avere la letteratura e la creatività nel costruire una scuola in cui ciascuno possa riconoscersi? E se dovesse indicare una priorità concreta da cui partire domani mattina per rendere la scuola italiana più inclusiva, quale sceglierebbe?

Quando andavo a scuola, non avendo sempre accesso ai libri, leggevo il libro di letteratura, mi immergevo nelle poesie e nei brani tratti dagli scrittori – rarissime scrittrici. Quella mancanza l’ho sentita, e ora cerco di non riprodurla: per questo dedico uno spazio enorme alla lettura. La letteratura è uno specchio e una finestra, come dice Rudine Sims Bishop: ci permette di vederci e di vedere gli altri. Quando un bambino trova in un libro un nome come il suo, una nonna che parla la sua lingua, una storia che somiglia alla sua, sente che anche lui ha diritto di stare lì. E quando le compagne e i compagni leggono la stessa storia, quella differenza diventa normale. La poesia e la scrittura poi danno voce: in classe i bambini scrivono di sé, delle loro case, delle loro lingue, e scoprono che la propria storia vale la pena di essere raccontata.  Il modello Senza Zaino coniuga benissimo il modo di fare scuola con l’ambiente fisico: per collaborare e confrontarsi, sedersi ad un tavolo dove tutti possono guardarsi in viso è fondamentale. Perché si lavora insieme, ci si aiuta, ognuno ha una responsabilità verso il gruppo. Non c’è chi insegna e chi subisce: c’è una comunità. Una comunità composta da persone diverse che formano questa nostra Italia. “I, too, sing Italia” nasce proprio da qui: anch’io canto l’Italia, anch’io ne faccio parte. È quello che vorrei sentissero tutti i miei alunni e le mie alunne. La priorità da cui partirei domani mattina? Le biblioteche di classe. Riempirle di libri in cui tutti possano riconoscersi: autrici e autori afrodiscendenti, storie di bambini con disabilità, famiglie diverse, lingue diverse. Leggere ad alta voce come gesto collettivo, senza una cattedra ma in un cerchio dove tutti ascoltano tutti.

Se potesse decidere tre cose per migliorare la vita (e quindi l’esperienza scolastica) di alunni e insegnanti, quali sarebbero i primi tre provvedimenti che adotterebbe e renderebbe strutturali?

Primo: proprio quello che ci stanno negando, cioè mediatori linguistici e culturali stabili e docenti di italiano L2, a partire dalle scuole di periferia che oggi sono lasciate sole. Non progetti a scadenza, ma presenze strutturali. Secondo: una formazione obbligatoria e continua per tutti i docenti su antirazzismo, accessibilità e linguaggio. Un percorso che faccia parte del nostro lavoro, perché se non guardiamo dentro di noi continuiamo a riprodurre quello che vorremmo combattere. Terzo: avere una scuola che assomigli finalmente alla società che ha davanti, con tutte le sue diversità.