di Andrea Pellegrini

«Se si perdono le lingue, si perde il pensiero». Lo dice Alan Stivell, fra un brano e l’altro del concerto tenuto domenica scorsa a Carsulae, nel primo, attesissimo, appuntamento della manifestazione Maree che anche quest’anno torna ad animare il sito archeologico a due passi da Terni. In questa frase, tutta la carriera di Stivell, in cui la musica non può essere scissa dalla cultura, la ricerca musicale da quella storica e linguistica.

Sin dagli inizi degli anni ’70 Stivell si segnale come qualcosa di altro nell’ambito musicale europeo. Non solo perché è uno dei principali, se non il principale, interprete di quella corrente che riscopre e rivaluta – alcuni dicono reinventano – la tradizione celtica delle regioni dell’estremo nord-ovest francese, là dove la Bretagna è un tutt’uno con Irlanda, Galles e Cornovaglia, ma perché dopo questa riscoperta, l’album Renaissance de la harpe celtique è del 1971, si spinge da subito verso forme di contaminazione, non solo sonora, ma culturale, come se, dopo aver tracciato i confini certi della propria identità sentisse il bisogno di confrontarli e arricchirli con ciò che c’è al di là di essi.

Per cui, sin da subito, non solo arpa celtica (le prime costruite dal padre) e altri strumenti della tradizione bretone, ma anche percussioni e chitarre acustiche, fino al sitar, all’accompagnamento di un’orchestra sinfonica (è il 1980 e l’album è Symphonie Celtique) o agli intrecci con la musica berbera.

La grande intuizione di Stivell, che nasce dalla consapevolezza che la sua musica è figlia di una cultura non inferiore a nessun’altra, è che con questa non si possa solo suonare il passato, ma scrivere nuovi brani, dove la parola (è nel frattempo divenuto esperto conoscitore dell’antica lingua bretone) racconta nuove e vecchie storie, spesso in complessi e strutturati concept-album (Trema’n Inis del 1976, Légende del 1983, Mist of Avalon del 1991, Brian Boru del 1995).
Ogni nuova strada intrapresa non rinnega la precedente, ma piuttosto la completa, tanto che solo a grandi linee si può parlare di fasi che caratterizzano il suo percorso artistico. E così ecco alternarsi di album in album e di concerto in concerto musica strumentale, folk, incursioni rock, per poi riprendere un filo che sembrava smarrito, come a voler riempire ogni spazio, come nella tecnica illustrativa dei popoli celtici.

E tutto questo si è ritrovato nel concerto di domenica, dove ogni brano era legato al precedente pur essendo diverso, fino a divenire una danza comune. L’ha ribadito lo stesso Stivell, la suggestiva scenografia ha aggiunto magia alla musica, perché la contaminazione che è sempre stato il suo marchio di fabbrica si alimenta ogni volta, ogni volta arricchendosi anche in modo inatteso.

Il festival “Maree Culture in viaggio”, organizzato dal Comune di Terni e dall’Arci, durerà per tutta la settimana con appuntamenti ogni sera: con eventi musicali, giovedì il concerto “Scantu de core”, sabato i Tetraktis, domenica i Narayan & the Reptilians; performance come quella dedicata all’acqua “Agua viva” in programma per mercoledì sera; sport, con una dimostrazione di Nordic Walking martedì e un trekking nella giornata di domenica; conferenze sulle campagne di ricerca antropologica (mercoledì) e sull’hatha Yoga tradizionale (sabato); seminari musicali, sul tamburo a cornice (giovedì), visite al parco archeologico ed ai nuovi scavi in corso. Tutte le sere funzionerà un servizio di ristorazione e pizzeria in collaborazione con Arci Solidarietà e i ragazzi del corso aiuto-pizzaiolo.