Sono in tutto sette i Comuni umbri che hanno deciso di ricorrere al Tar del Lazio contro la contestata Legge sulla montagna, voluta in particolare dal ministro Roberto Calderoli, e contro il relativo regolamento che entrerà in vigore il 22 luglio. Ad affidarsi agli avvocati perugini Antonio Bartolini e Antonella Mirabile sono stati, insieme ad altre decine di Comuni, i sindaci di Calvi dell’Umbria, Città della Pieve, Corciano, Deruta, Magione, Marsciano e Panicale. Nel mirino la i nuovi criteri di classificazione dei Comuni montani oggetto, tra l’autunno e l’inverno, di una lunga battaglia politico-istituzionale al termine della quale quelli umbri sono passati da 69 a 57.
Il caso La disputa nasce dai nuovi parametri introdotti dalla riforma nazionale (la legge 131 approvata lo scorso settembre) e dal successivo decreto attuativo di maggio, che ridefiniscono quali territori abbiano diritto al titolo di “comune montano”. Inizialmente, la proposta del governo rischiava di cancellare con un colpo di spugna ben 37 amministrazioni umbre, riducendo l’elenco regionale da 69 a soli 32 beneficiari. Dopo settimane di proteste, trattative e uno stallo istituzionale, le Regioni e le Province hanno strappato un accordo che ha introdotto criteri più flessibili, salvando 57 comuni dell’Umbria, in particolare lungo la fascia appenninica, l’Alto Tevere e la Valnerina. L’intesa non è bastata a evitare l’esclusione definitiva di diverse aree collinari e occidentali del territorio regionale, spingendo sette amministrazioni a dare battaglia per vie legali.
Fondi e non solo Perdere la qualifica di comune montano non è una semplice questione burocratica o di etichetta. Questo status rappresenta una vera e propria ancora di salvataggio economico-sociale per i piccoli centri. Essere riconosciuti come tali garantisce infatti l’accesso a finanziamenti europei e statali — come il Fondo per lo sviluppo delle montagne italiane — oltre ad agevolazioni per le imprese del territorio e a deroghe fondamentali per i servizi essenziali, come la possibilità di mantenere aperte le scuole locali nonostante il basso numero di iscritti.
Il ricorso Davanti ai giudici del Tar del Lazio, gli avvocati Bartolini e Mirabile contestano la scelta dello Stato di misurare la “montanità” usando unicamente rigidi criteri fisici, come l’altezza sopra il livello del mare e la pendenza del terreno. Secondo i ricorrenti, questo approccio ignora la Costituzione italiana, che impone di proteggere e favorire le zone montane per compensare i loro svantaggi storici. La vera vita di montagna, argomenta il ricorso, non si calcola solo con il righello o il livello del mare, ma è fatta di isolamento stradale, spopolamento, mancanza di servizi e fragilità del territorio. Un’impostazione puramente matematica che finisce per penalizzare le regioni del Centro-Sud, caratterizzate da colline e montagne interne svantaggiate, a tutto vantaggio dei grandi comprensori alpini del Nord.
I paradossi Questa rigidità geometrica ha finito per creare paradossi in tutta Italia, evidenziati nel testo del ricorso. Ad esempio, il comune costiero e densamente popolato di Ercolano, in Campania, è stato inserito tra i comuni montani perché una piccolissima porzione del suo territorio (lo 0,38 per cento) tocca un’altezza elevata. Al contrario, piccoli borghi dell’entroterra storicamente montani e svantaggiati sono stati esclusi perché non raggiungono per pochissimi metri i limiti fissati dal ministero. È il caso di Zuccarello, in Liguria, tagliato fuori per soli due metri di differenza, o di Volterra, esclusa nonostante un territorio fragile e soggetto a continui smottamenti.
Gli errori A pesare sul ricorso ci sono anche presunti errori tecnici e procedurali. Sotto la lente d’ingrandimento dei legali è finita la commissione di esperti che ha elaborato i parametri, accusata di non avere reali competenze scientifiche (come geografi o geologi) e di essere composta da figure politiche che avrebbero mirato soprattutto a tagliare la spesa pubblica. Viene contestata anche l’esclusione dell’Uncem, l’unione nazionale che rappresenta i comuni montani, dai tavoli decisivi. Infine, il dito viene puntato contro possibili sviste nei calcoli dell’Istat, che avrebbe inizialmente confuso i gradi di inclinazione con le percentuali di pendenza del terreno, utilizzando inoltre mappe digitali che presentano un margine di errore di circa cinque metri; una tolleranza che, se applicata correttamente, avrebbe potuto salvare molte delle amministrazioni escluse.
Le richieste I sette Comuni umbri e i loro legali chiedono ora al Tar del Lazio di annullare l’elenco ministeriale e, se necessario, di sospendere il giudizio per inviare le carte alla Corte costituzionale o alla Corte di giustizia dell’Unione Europea. L’obiettivo è bloccare una riforma nata per tagliare i costi ma destinata a indebolire ulteriormente le comunità più fragili del Paese. Come spiega in una nota il Comune di Città della Pieve, «essendosi chiusa definitivamente la partita politica e istituzionale, per i Comuni ingiustamente esclusi restano i “tempi supplementari”, ovvero l’ambito giudiziario». Una strada che il Comune ha intrapreso «per riaprire i giochi e tutelare i diritti del proprio territorio».
