di Daniele Bovi
Una cinquantina invece dei 32 della proposta originaria: tanti sono i Comuni montani umbri che si “salverebbero” grazie alla revisione dei criteri proposti settimane fa dal ministro per gli Affari regionali, Roberto Calderoli. I criteri servono a individuare quali Comuni potranno essere definiti montani e quali no. Nelle scorse ore, sul tavolo della Commissione montagna della Conferenza delle Regioni, il Governo ha proposto modifiche che ridurrebbero la sforbiciata.
I criteri Con la prima versione dei criteri il taglio per l’Umbria sarebbe stato particolarmente pesante: da 67 Comuni montani a 32, con il taglio sostanzialmente di tutti quelli occidentali della regione (qui la mappa di Umbria24); con la seconda si salirebbe a circa 50 ma per Palazzo Donini sarebbero comunque troppo pochi, e, in generale, è il principio a non convincere. Umbria e Sardegna sono pronte a non dare l’intesa in Conferenza Stato-Regioni, Marche ed Emilia-Romagna sono contrarie ma con altre modifiche potrebbero dire sì, posizione sulla quale già sono Abruzzo, Basilicata e in generale tutto il Nord del paese.
Le critiche Per l’Umbria l’impostazione complessiva e i criteri sono sbagliati. La proposta del Governo punta soprattutto su parametri fisici: quota del territorio sopra una certa altitudine, pendenza del suolo e, in via residuale, la collocazione geografica rispetto ad altri Comuni montani. Un Comune viene considerato montano se, esclusi laghi e lagune, almeno il 25 per cento del territorio si trova sopra i 600 metri di quota e almeno il 30 per cento della superficie ha una pendenza superiore al 20 per cento. In alternativa, basta che l’altitudine media complessiva superi i 500 metri. Verrebbe poi considerato montano anche un Comune «intercluso» – cioè circondato solo da altri Comuni già classificati come montani – se ha un’altitudine media pari o superiore ai 300 metri.
Le conseguenze Una delle critiche più rilevanti che viene fatta a questo impianto è che sono stati presi in considerazione solo parametri fisici, senza considerare fattori socioeconomici o demografici. Una questione che va ben oltre la tassonomia. La legge «per il riconoscimento e la promozione delle zone montane», varata nel settembre del 2025, non fissa i criteri ma rimanda a una successiva fase tecnica – quella in corso – la loro definizione. Essere o no nella lista significa poter applicare, o meno, un pacchetto di misure fiscali e incentivi mirati volti a combattere lo spopolamento e a stimolare sviluppo economico e servizi; per esempio si parla di credito d’imposta per chi acquista o ristruttura una casa, mentre chi lavora nella sanità o nella scuola potrà beneficiare di un credito d’imposta per l’acquisto di una casa o per l’affitto, oltre che di punteggi aggiuntivi nelle graduatorie. Tra le misure anche gli incentivi per imprese agricole e forestali, per nuove imprese giovanili e anche per la natalità. Centrale il capitolo della legge che riguarda la tutela e lo sviluppo dei servizi essenziali e la protezione dell’ambiente.
I fondi C’è poi il Fosmit, il Fondo per lo sviluppo delle montagne italiane, che mette a disposizione circa 200 milioni di euro all’anno. Il tutto senza dimenticare l’impatto sulle scuole: quelle montane nonostante un numero inferiore di alunni rispetto a quelle non montante potranno rimanere aperte. Al momento non sono stati fissati altri appuntamenti: gli uffici tecnici approfondiranno il dossier e poi le Regioni saranno riconvocate.
