Il Veneto cambia la geografia politica del fine vita in Italia e, proprio per questo, rende ancora più significativo il voto atteso in Umbria. Il Consiglio regionale veneto ha approvato mercoledì la legge sul fine vita con 32 voti favorevoli, 14 contrari e 5 astensioni. È la quarta Regione italiana, dopo Toscana, Sardegna ed Emilia-Romagna, a dotarsi di una disciplina regionale e la prima governata dal centrodestra.
Per l’Umbria, dove la proposta di legge di iniziativa popolare è già all’esame della Terza commissione e il voto è previsto a settembre, la novità veneta arriva dunque nel momento decisivo. Si tratta di capire ora quale modello organizzativo scegliere per dare seguito alle indicazioni della Corte costituzionale.
Ed è proprio su questo passaggio che il Veneto offre un elemento interessante. La legge approvata a Venezia è arrivata dopo un percorso accidentato: la proposta di iniziativa popolare «Liberi subito», sostenuta dall’associazione Luca Coscioni, era stata rinviata in commissione nel gennaio 2024 dopo il mancato via libera ai primi articoli. Ripresentata nella legislatura successiva, è stata profondamente modificata anche attraverso gli emendamenti della maggioranza guidata dal presidente Alberto Stefani.
Il risultato è una legge che, più che ampliare il perimetro del diritto definito dalla Consulta, costruisce attorno a quel diritto un apparato sanitario. Il Veneto introduce commissioni multidisciplinari nelle aziende sanitarie, nelle quali entra anche un medico palliativista, e istituisce un Comitato bioetico regionale destinato a fornire indicazioni ai comitati bioetici territoriali. Il paziente deve inoltre essere informato della possibilità di accedere alle cure palliative e alla sedazione palliativa.
È un passaggio politicamente significativo perché sposta il confronto dalla contrapposizione astratta tra favorevoli e contrari alla costruzione delle condizioni nelle quali una richiesta deve essere valutata. Anche il centrodestra veneto si è diviso, ma la legge è passata. Il presidente del Consiglio regionale Luca Zaia, uno dei sostenitori del provvedimento, ha ricordato un dato che aiuta a misurare la dimensione concreta della questione: in Veneto le richieste dal 2019 sono state 31 e solo tre hanno ricevuto l’autorizzazione del comitato etico.
Il dato suggerisce anche un’altra chiave di lettura. Le Regioni stanno soprattutto cercando di evitare che una persona che possiede i requisiti stabiliti dalla giurisprudenza della Consulta resti senza un percorso amministrativo e sanitario definito. Il vero oggetto delle leggi regionali è in larga misura l’organizzazione della risposta.
Ed è su questo terreno che l’Umbria si presenta con una proposta che ha già alcune caratteristiche precise. La legge di iniziativa popolare è stata sottoscritta da circa 5 mila cittadini ed è arrivata in Terza commissione il 22 luglio. Il testo è stato nel frattempo modificato, anche alla luce della sentenza della Corte costituzionale sulla legge toscana, e il titolo è stato aggiornato in «Disposizioni per l’assistenza sanitaria regionale alla morte volontaria medicalmente assistita mediante autosomministrazione di farmaco letale».
La proposta umbra prevede una Commissione multidisciplinare permanente in ciascuna delle due aziende sanitarie locali, con l’obiettivo dichiarato di evitare che la procedura possa cambiare da una parte all’altra della regione. La commissione dovrà verificare le condizioni indicate dalla Corte costituzionale: una patologia irreversibile, sofferenze fisiche o psicologiche ritenute intollerabili, dipendenza da trattamenti di sostegno vitale e capacità di assumere decisioni libere e consapevoli. È prevista anche la possibilità che alle riunioni partecipi il medico di fiducia della persona che ha presentato la richiesta.
Il Veneto ha scelto di rafforzare il peso delle cure palliative e di inserire stabilmente un palliativista nella commissione, mentre l’Umbria dovrà decidere se mantenere l’impianto già definito dagli emendamenti depositati in commissione o intervenire ancora sul testo prima dell’approdo in aula. Il punto non è secondario: in entrambi i casi le cure palliative non vengono presentate come alternative da ignorare, ma come parte obbligatoria dell’informazione e della valutazione del paziente.
C’è poi la questione dei tempi, forse quella più delicata per una legge che nasce proprio dalla necessità di evitare che un diritto riconosciuto dalla giurisprudenza resti sulla carta. La proposta umbra stabilisce che il procedimento debba concludersi «senza ritardi e comunque secondo una tempistica compatibile con le condizioni cliniche del paziente». Il Veneto, nella versione approvata, ha invece rinunciato a fissare un termine rigido, optando per una formulazione più elastica.
È un problema che va oltre le differenze tra una Regione e l’altra. La Corte costituzionale ha individuato le condizioni entro le quali l’aiuto alla morte volontaria non è punibile, ma il vuoto lasciato dall’assenza di una legge nazionale continua a essere riempito attraverso soluzioni territoriali differenti. La stessa vicenda delle leggi regionali mostra quanto sia difficile costruire una procedura uniforme senza un intervento del Parlamento.
In Veneto la maggioranza di centrodestra non ha votato compatta, ma una parte decisiva di quella maggioranza ha scelto di disciplinare il percorso sanitario. Zaia ha parlato di un tema da sottrarre alle appartenenze politiche e di una risposta dovuta alle persone che si trovano nelle condizioni previste dalla giurisprudenza. Il presidente Alberto Stefani ha invece rivendicato emendamenti orientati al «favor vitae», con particolare attenzione alle cure palliative e alla volontarietà del personale sanitario.
Insomma il fine vita non è più facilmente riconducibile allo schema per cui favorevoli e contrari coincidono con centrosinistra e centrodestra. La discussione può attraversare gli schieramenti e arrivare fino alla libertà di coscienza dei singoli consiglieri.
In Umbria quello di settembre sarà anche un test su quanto la Regione intenda assumersi una responsabilità organizzativa che, in assenza di una legge nazionale, altre amministrazioni hanno già deciso di assumere. Se il testo passasse, l’Umbria diventerebbe la quinta Regione italiana con una propria disciplina sul fine vita.
