Francesco Filippetti e Sandro Gulino (Foto U24)
Francesco Filippetti e Sandro Gulino (Foto U24)

di Daniele Bovi
Twitter @DanieleBovi

Trentasette mila euro di tasse in quattro mesi, 25 mila a dicembre per quanto riguarda l’Imu e il resto, ad aprile, per la Tares. Tanto si trova a pagare, secondo i calcoli di Confesercenti Umbria che giovedì è tornata a tuonare contro l’imposta municipale, un medio albergo da tre stelle e 25-30 camere. «E’ una tassa che aggrava la crisi – dice il presidente dell’associazione Sandro Gulino – incidendo anche sui consumi natalizi per i quali le previsioni sono negative». «In questa situazione – gli fa eco il direttore di Confesercenti Francesco Filippetti – la preoccupazione è quella di perdere altri posti di lavoro. Ci sono piccole imprese che magari sono costrette a dilazionare le tredicesime».

La proposta Per cercare di intervenire sul 2013, quando il gettito Imu dovrebbe tornare interamente ai Comuni, la proposta che Confesercenti fa alla politica regionale è chiara: azzerare gli aumenti sui negozi decisi nel 2012 dai comuni umbri rispetto all’aliquota base dello 0,76%, e recuperarli attraverso un credito d’imposta in sede di versamento della prima rata 2013. «E’ una proposta forte – dice Filippetti – non campata in aria e che ha basi giuridiche: il 2 gennaio si apra un tavolo con Anci e si discuta. Se è vero che si crede nella piccola e media impresa si devono fare azioni consequenziali». Stando all’analisi di Confesercenti la stima del valore Imu per i negozi umbri è di 25 milioni di euro, il 130% in più rispetto alla vecchia Ici.

Serve dialogo Nel mirino dell’associazione il mancato dialogo con l’Anci regionale: «Ci hanno invitato a novembre – dice Filippetti – poi più nulla». Dialogo che avrebbe dovuto avere al centro la gestione delle aliquote: Confesercenti non digerisce ad esempio, oltre gli aumenti generalizzati, il fatto che agriturismi siano stati esentati. I Comuni infatti avevano la possibilità di applicare uno 0,2% ma così, nella maggior parte dei casi, non è stato: «Capisco – dice Filippetti – i beni strumentali di un’attività agricola, ma quelli che hanno le camere… è una disparità di trattamento che rende l’imposta ancora più iniqua. Per “ammorbidire” la tassa a tutti, famiglie e imprese, si sarebbero dovuti tagliare sprechi e spese inutili, invece viene conteggiato come superficie commerciale pure, ad esempio, magazzino di un mobilificio. I Comuni ci ascoltino».

Il confronto Fortemente indigesto risulta poi il confronto con alcune città del Centro Italia e quello tra le varie zone dell’Umbria: in Toscana Lucca, Pisa, Siena applicano l’aliquota massima (1,06%), mentre Arezzo(0,99%), Grosseto (0,86%), Pistoia (0,96%) e Prato (0,76%) no; generalmente più bassa poi, rispetto a Perugia e Terni, l’aliquota sulla prima casa. Nelle Marche Pesaro, Ancona e Macerata applicano l’aliquota ordinaria massima mentre viene tenuta bassa (0,40%) quella sulla prima casa. La situazione umbra a macchia di leopardo fa sì, come spiega Gianni Rocchi di Confesercenti, che a distanza di 30 chilometri un negozio medio-piccolo con rendita catastale di 1.500 euro paghi 918 euro di Imu a Perugia, 658 a Foligno (che è in quel 10% di comuni italiani che non ha applicato aumenti) e 831 nella stragrande maggioranza delle altre città. «Una tal differenza di trattamento – dice – risulta di difficile comprensione dagli operatori economici già stressati dalla situazione economica».

Quadro angoscioso Nel complesso la Confesercenti parla di un «quadro angoscioso» e snocciola numeri: «Oltre alle 9.700 imprese del commercio e turismo – dice Filippetti – chiuse dal 2008 al 2011, nel 2012 rischiano di chiudere altre 2.200-2.300». E di certo l’Imu, al momento secondo le stime dell’associazione pagata dal 75-80% delle imprese, non aiuta. Sull’appello lanciato da Mencaroni a proposito di una possibile unificazione delle associazioni, Filippetti sostiene che «se si parla di unirsi per avere più peso politico in una sorta di Rete Impresa Italia, siamo pronti anche da domattina. Se si parla di fusioni, anche se auspicabili le vedo difficili perché andrebbero decise a livello nazionale».

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