Valerio Marinelli (foto F.Troccoli)

di Valerio Marinelli*

Ridurre la formazione universitaria a un mero mezzo per trovare lavoro equivarrebbe a fare di un Ateneo una specie di agenzia di collocamento. La grande sfida di oggi è ridare alla cultura il valore che merita, liberandola -per quanto possibile- da un fondamentalismo utilitarista che, in fin dei conti, tanto utile non è, né forse lo è mai stato. Di certo, però, una laurea a qualcosa deve pur servire. Da questo punto di vista, il diffondersi tra i giovani dell’idea che studiare sia più una rimessa che un investimento, che l’acquisizione delle competenze non sia funzionale a un’effettiva soddisfazione occupazionale, che l’emancipazione della persona non passi attraverso il sapere ha significati dai risvolti inquietanti nel contesto della presunta e sedicente società della conoscenza di cui in Italia da molto tempo si parla o spesso si blatera. La bassa percentuale dei laureati che trovano lavoro entro i tre anni dal diploma è un problema serio, ma la bassa percentuale dei laureati che svolgono un lavoro attinente a ciò che hanno studiato è un problema grave. Questi ultimi rappresentano circa il 6%: un numero allarmante per un paese che vuole investire nell’economia della conoscenza. Venendo all’Umbria, il fenomeno della fuga di giovani che qui si laureano e successivamente portano altrove le proprie competenze preoccupa meno della scarsa attrattività della nostra regione nei confronti dei “cervelli” che si sono formati in altri Atenei italiani o magari all’estero. Se ancora il governo nazionale non ha preso in mano l’argomento, la Regione, pur tra mille difficoltà, dimostra di aver chiaro il tema; dall’amministrazione comunale perugina, invece, giunge solo un assordante e colpevole silenzio.

Cinque proposte Se l’Università (e il suo sviluppo) non è una questione che investe esclusivamente gli universitari, la politica, per ciò che le compete, ha la responsabilità di elaborare idee e compiere scelte. Al proposito, dalla discussione del forum Università del Pd di Perugia sono emerse cinque proposte:
a) la stipula di un nuovo “patto” tra istituzioni e Università (Università degli Studi e Università per Stranieri) finalizzato alla revisione e al potenziamento dei servizi per gli operatori e per i fruitori universitari;
b) un investimento diretto all’ammodernamento e alla riqualificazione delle infrastrutture universitarie;
c) la definizione di politiche urbanistiche coerentemente connesse alla creazione di una pluralità di “poli didattico-scientifici”;
d) la radicale revisione delle politiche del policentrismo universitario, la cui efficacia non si è dimostrata all’altezza delle aspettative;
e) l’incentivo allo sviluppo di percorsi di integrazione didattica e scientifica tra le Università perugine e gli Atenei dell’Italia mediana, allo scopo di favorire e migliorare la specializzazione dell’offerta formativa. Tante altre proposte potrebbero aggiungersi all’elenco, ma già queste sono sufficienti a muovere il primo passo per un cambiamento reale.

*Responsabile forum Università Pd Perugia

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