di Chiara Borgarelli

Il superamento della crisi mondiale tutt’ora in corso presuppone l’abbandono progressivo di un sistema economico e finanziario sinora incentrato su ipotesi di «individualismo utilitarista ed egoistico», di dominio del «calcolo razionale massimizzante» e di «impiego strumentale delle relazioni interpersonali». E’ uno dei concetti esposti da Pierluigi Grasselli, ordinario di politica economica all’Università di Perugia e autore del volume “L’impresa e la sfida del bene comune”, presentato nel Salone d’Onore di Palazzo Donini, a Perugia.

La presentazione L’evento, organizzato da Confapi Umbria, ha visto la partecipazione di Pierluigi Daddi, preside della Facoltà di Economia dell’Università degli studi di Perugia, il quale ha introdotto e presieduto l’incontro, di Gabriele Chiocci, presidente di Confapi, di monsignor Paolo Giulietti vicario generale della diocesi di Perugia, del generale Fabrizio Cuneo, comandante regionale della guardia di finanza e di Catiuscia Marini, presidente della giunta regionale dell’Umbria.

Il concetto di bene comune Il convegno ha rappresentato per Grasselli l’occasione per ribadire il concetto di bene comune, inteso come sistema che consente di “vivere bene insieme e di crescere insieme” e per definire i collegamenti tra imprese e bene comune. Il superamento della crisi mondiale tutt’ora in corso, infatti, presuppone per il docente l’abbandono progressivo di un sistema economico e finanziario sinora incentrato su ipotesi di «individualismo utilitarista ed egoistico», di dominio del «calcolo razionale massimizzante» e di «impiego strumentale delle relazioni interpersonali».

Economia “civile” Il riequilibrio economico globale, ha continuato Grasselli, presuppone di fatto l’affermazione di una economia “civile”, basata su principi semplici, orientati al perseguimento del bene comune: la condivisione di valori, di obiettivi e di risorse (quella “unità di intenti” più volte evocata dallo stesso Napolitano e recentemente anche dallo stesso Draghi), lo sviluppo di una relazionalità positiva (che avverta la socialità come ricchezza) e la ricerca della sussidiarietà, intesa come sviluppo di una capacità autonoma di svolgere i propri compiti responsabilmente.

L’impresa e il «sapere tacito» Grasselli ha terminato il proprio intervento esplicitando come, nel nuovo contesto così delineato, i collegamenti tra impresa e bene comune risultino evidenti. L’impresa non è più vista unicamente come entità che genera reddito e produce valore. L’impresa diventa anche un organismo che si nutre del “sapere tacito” di un territorio, delle sue relazioni, risorse e tradizioni e che le elabora per potenziare al massimo quella dimensione relazionale che sta alla base del bene comune e che riguarda non solo l’impresa al suo interno, ma anche i rapporti tra imprese e tra gli attori rappresentativi delle formazioni sociali ed economiche: scuola, pubblica amministrazione, sindacati e banche.

Marini e la funzione sociale delle imprese La chiusura dei lavori è stata affidata a Catiuscia Marini, che ha ribadito la funzione sociale svolta dalle imprese in termini di creazione di professionalità e di specializzazione, di valorizzazione delle risorse, di gestione dei rapporti con l’ambiente e di orientamento all’innovazione. La presidente della Regione ha auspicato un ripensamento della vecchia ideologia dominante ispirata al neoliberismo spinto, nella direzione di un ritorno alla centralità delle politiche pubbliche per la salvaguardia del bene comune, ricordando tra l’altro, i principali valori alla base dell’azione politica: le politiche di coesione sociale, di sostegno all’innovazione, di salvaguardia ambientale. Oltre a produrre valore, dunque, l’impresa si configura come snodo centrale per il raggiungimento del bene comune, sia come strumento di promozione e valorizzazione dell’individuo che come obiettivo di politica economica per la salvaguardia del sistema e per il raggiungimento di una società più “umana”.


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