di Marco Zuccaccia
Entrare «Nel giardino dei fantasmi», ultimo lavoro dei Tre Allegri Ragazzi Morti, significa ritrovarsi in un mondo incantato in cui vivono i mostri tipici dell’immaginario horror. L’atmosfera è cupa, colpiscono da subito le figure fantastiche sui teli neri che fanno da coreografia allo spettacolo e le maschere da ‘ragazzi morti’ calate sul volto dei fan che aspettano l’inizio del concerto.
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Lo show Il palco dell’Urban ha ospitato una delle formazioni storiche del panorama indipendente italiano. I TARM sono Davide Toffolo, voce e chitarra, Enrico Molteni al basso e Luca Masseroni, batteria e voce. A connotarli come ‘ragazzi morti’ sono le maschere da teschio disegnate da Davide, noto fumettista e illustratore. Nascono dall’immaginario del mondo dei fumetti e portano da sempre in scena «L’incredibile spettacolo della vita e della morte», la liturgia che rappresenta il loro senso di libertà e di battaglia contro la ‘modernità’, a colpi di buona musica. In questo tour di promozione dell’album sono accompagnati da Andrea Maglia, alla chitarra, che impersona la figura del ‘Pettirosso’, simbolicamente portatore di speranza e pietà. Davide indossa una pelliccia che lo connota ancor di più come una delle creature presenti in questo bizzarro giardino. Questi mostri hanno qualcosa da dirci, il fatto che comunichino in musica ci agevola nell’approccio, fino a fidarci di loro. Abbiamo ballato e cantato con i TARM, trascinati dalla loro grande energia. Dagli esordi della band sono passati quasi vent’anni, ma loro restano inconsumabili perché protetti nell’identità dalle maschere che indossano. Il tempo, che passa inesorabile anche per loro, ha fatto sì che questi ragazzi – sotto la maschera – siano diventati degli uomini e che venga così a crearsi un incontro fra generazioni diverse, unite dalla passione per la musica.
Nel giardino dei fantasmi Si tratta di un concept album. Le canzoni ruotano attorno a delle storie di cui le entità presenti nel giardino sono narratrici o protagoniste. La particolarità è nel booklet allegato: non sono presenti i classici testi, che ci aspetteremmo di trovare, ma delle foto. C’è un personaggio sotto al titolo di ogni canzone, scelto appositamente per raccontarci quella storia. I costumi di questi personaggi sono realizzati dall’artista Canedicoda, gli scatti fotografici che li immortalano sono di Sterven Jonger. La confezione dell’album è bianca ed è tutta realizzata in materiale cartaceo, su di essa sono presenti i disegni colorati realizzati da Davide. C’è stato nel tempo un cambiamento radicale nel suono dei TARM. Nati come band punk-rock, si sono evoluti nel tempo, per mezzo della capacità che hanno di reinventarsi ad ogni lavoro. Le sonorità dub e reggae con cui ci avevano stupido nel precedente album «Primitivi del futuro» non vengono del tutto abbandonate, ma ammorbidite, diventando il filo conduttore del disco in un’equilibrata miscela con il folk e la musica esotica. Si tratta di un disco popolare, volendo intendere con tale termine un accesso più semplice per chi non è abituato ad ascoltare questo genere musicale. Se vogliamo è un disco etnico ma di una etnia immaginaria, perché è una commistione di suoni non identificanti una precisa area geografica. I suoni spaziano grazie all’introduzione di strumenti inediti per questa band come il mandolino, l’ukulele, il balafon, i cucchiai ed il cajon. Non esiste all’interno dell’album una canzone ruffiana, da diventarne il singolo trainante, da utilizzare come lancio per radio e tv. La scelta del pezzo forte è lasciata alla sensibilità di chi ascolta.
Metafore e cronaca Dal vivo abbiamo potuto apprezzare la forza di <>, accattivante nel ritmo e cantata con trasporto dal pubblico. E’ significativo il testo del brano «I cacciatori» in cui si racconta la storia di un ragazzo quindicenne sepolto quasi morto nel giardino, proprio nei giorni in cui Kurt Cobain si è suicidato. La storia di questo ragazzo passa in secondo piano perché la morte del personaggio famoso che non ha retto al peso del business fa più notizia. Questa pezzo può essere interpretato in due modi: da un lato come una metafora generazionale di chi oggi dopo vent’anni passati da emarginato si ritrova trentenne, deluso dal fallimento della nostra società e impossibilitato ad una rivalsa; dall’altro come una autobiografia dei Tre Allegri Ragazzi Morti. Infatti, sono passati quasi vent’anni da quella morte – gli stessi che ha la band – per chi celebra la vita e la morte quale spettacolo, come fanno i TARM, non c’è differenza fra le due cose. La nascita di questa band mascherata come gruppo indipendente ne è anche la morte come possibile band commerciale. Ora, i TARM hanno superato ‘i tempi da elefanti’ che sono necessari in Italia per diventare delle rock-star ed essere accettati. Non devono più spiegare il perché delle maschere, si sono dissotterrati, rendendosi vivi e visibili per mezzo del nuovo sound. Ora, anche ‘chi ce la fa’ a diventare una rock-star può ascoltare questa musica.


