Ignazio Marino

di Valerio Marinelli*

Marino sbaraglia Alemanno. Il suo profilo laico non spaventa i romani. Le sue parole chiare, semplici e allo stesso tempo capaci di manifestare un notevole spessore culturale hanno fatto breccia tra i cittadini di una Roma che vuole tornare a essere Capitale con la «C» maiuscola. La vittoria di Marino, inoltre, pianta un chiodo utile al Pd per risalire una parete politica che negli ultimi tempi è sembrata fin troppo friabile e precaria. Ma non c’è solo il puntello romano da ricordare. Le performance di Brescia e Treviso contengono un elevato e positivo significato politico. In quelle zone, infatti, il Pd inizia ad essere percepito come una reale alternativa. Poi, il successo siciliano che sarà fondamentale sfruttare per aprire nell’isola una nuova stagione. In ogni città italiana al ballottaggio il centrosinistra batte il centrodestra. Insomma, il Pd è vivo, e questo è un dato. Nonostante i gufi che nelle scorse settimane davano la bandiera democratica ormai ammainata, e nonostante coloro che già pensavano a creare due distinte debolezze, paventando scissioni prive di senno. L’elettorato del centrosinistra è uno e l’ultima tornata amministrativa lo conferma.

I perché di una vittoria Il risultato uscito dalle urne lunedì regala al Pd un’importante dose di fiducia, che non va sprecata, ma usata al meglio dopo mesi sicuramente problematici. Il successo elettorale, infatti, non elimina i problemi, né – tanto meno – può fornire scuse per eluderli. Perché la vittoria sia funzionale a dare ancora più slancio al Pd va compresa. A mio avviso, è maturata essenzialmente per tre ragioni: il Pd e le forze sue alleate hanno saputo selezionare i candidati più capaci e credibili; secondo, il Pd vince in quanto radicato sul territorio, in quanto presente capillarmente in ogni città e in ogni quartiere. Per la serie, quando un partito fa il partito i risultati si vedono. Terzo, se alle elezioni politiche una fetta consistente di elettorato ha ceduto alla tentazione di votare una lista di candidati del tutto estranei alla politica proprio perché ad essa estranei, a livello locale si è registrata ancora una volta la tendenza opposta. Il consenso alle elezioni amministrative si stabilisce in buona parte attraverso «relazioni brevi»: l’elettore è portato a esprimere una preferenza nei confronti del candidato che ha avuto modo di conoscere o di intercettare anche superficialmente. Insomma, il cittadino è più disposto ad approfondire il profilo dei singoli candidati poiché molto legati a un territorio ristretto e, sopratutto, a prestare attenzione al programma politico del partito o della lista poiché circostanziato a una realtà limitata e concretissima. Pure a fronte delle gravi inadeguatezze della destra, la proposta politica del PD è risultata semplicemente migliore.

Astensione e congresso A questo giro, il successo del Pd è quindi palese, come è palese la sconfitta della destra e del M5S. Tuttavia, con un’affluenza così bassa alle urne (l’astensione è a livelli tanto drammatici da meritare uno spazio a sé) è decisamente rischioso cullarsi in facili trionfalismi: con meno del 50% dei votanti basta l’intuito a dirci che «non è tutto oro quello che luccica». Il positivo esito elettorale deve intanto aiutare il Pd a vivere il prossimo congresso con serenità e senza isterismi; un congresso dal quale i democratici dovranno uscire rigenerati sia nella classe dirigente, che nei contenuti e nelle strategie, nei linguaggi, nella visione di lungo periodo e nei metodi di rapporto con la società civile. Al Paese serve una forza progressista in grado di risanare e rilanciare, attraverso la medicina dell’equità, non solo la nostra malconcia democrazia, ma i progetti di vita di milioni di italiani.

*Coordinatore dipartimenti Pd Umbria

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