Un reparto dell'ospedale di Perugia (©️Fabrizio Troccoli)

di Paolo Coletti*

C’è un dato semplice e basilare da cui la politica umbra dovrebbe partire per tutte le decisioni da prendere: 850.000 residenti. Meno di una città metropolitana di medie dimensioni. Eppure continuiamo a mantenere due apparati amministrativi sanitari paralleli, come se l’Umbria fosse la Lombardia che ha 8 Ats (Agenzia di tutela della salute), per una popolazione di 10 milioni di residenti, cioè in media una Ats per ogni 1.250.000 persone. La discussione pubblica continua a confondere la capillarità dei servizi con la duplicazione delle strutture amministrative, ma la capillarità sanitaria e la sua efficacia/efficienza non dipendono dal numero delle direzioni generali: dipendono da medici, infermieri, tecnologie, professionalità e tempi di attesa. Per questo, la razionalizzazione attraverso la creazione di un’Usl unica regionale, accompagnata da una riorganizzazione che riduca i costi improduttivi e li trasferisca al front office sanitario, è certamente una scelta di buon senso.

Il risparmio che vado a descrivere non è un auspicio, ma il risultato di un calcolo strutturale. Oggi la presenza di due aziende sanitarie comporta la duplicazione di direzioni generali, direzioni sanitarie, direzioni amministrative, segreterie, staff tecnici, uffici legali, uffici del personale, uffici bilancio e strutture di supporto. Il costo medio annuo di una direzione generale completa, considerando retribuzioni, indennità, staff, consulenze e costi indiretti, oscilla tra 1,2 e 1,5 milioni di euro, una stima coerente con i dati pubblicati annualmente nei bilanci di missione delle aziende sanitarie umbre e con le analisi della Corte dei conti sui costi delle governance regionali. Eliminare una delle due direzioni significa quindi recuperare immediatamente circa 1,4 milioni di euro.

A questo si aggiunge il tema degli acquisti, dove l’Umbria ha già compiuto un passo importante che molte regioni non hanno ancora fatto. Dal 2014, con la legge regionale 9, esiste una Centrale regionale di acquisto per la sanità (la Cras, oggi operativa come PuntoZero) che aggrega le gare per beni e servizi di tutte le aziende sanitarie regionali. Non è poco: significa che il modello funziona e che i risparmi da centralizzazione degli acquisti sono già in parte incorporati nel sistema. Tuttavia, il problema è che questo strumento opera oggi con due interlocutori istituzionali separati: Usl Umbria 1 e Usl Umbria 2, ciascuno con i propri uffici di economato, provveditorato e gestione contrattuale interna. La frammentazione della governance limita i benefici della Cras: la programmazione degli acquisti resta parzialmente disallineata e le risorse umane dedicate alla gestione contrattuale sono duplicate. Un’Usl unica non crea la centrale di committenza (che esiste già), ma le consente di esprimere il suo pieno potenziale lavorando con un unico piano dei fabbisogni. La spesa regionale per beni e servizi sanitari supera i 500 milioni di euro l’anno; anche solo un miglioramento marginale dell’efficienza (nell’ordine dell’1–1,5%) genererebbe tra i 5 e i 7,5 milioni di euro di risparmio aggiuntivi.

Come conferma il modello toscano con Estar (Ente di supporto tecnico amministrativo regionale), l’accentramento di acquisti, gestione del personale e logistica genera risparmi strutturali documentati. L’Umbria non deve partire da zero: il salto da due Usl a una sola è ciò che consente di replicare, con le dovute proporzioni, tali risultati: meno uffici che si sovrappongono, più risorse che arrivano ai pazienti.

Il terzo pilastro riguarda il personale amministrativo. Le due Usl contano complessivamente circa 1.800 dipendenti amministrativi e tecnici. L’unificazione degli uffici del personale, legali, tecnici e di bilancio permette di eliminare le duplicazioni senza toccare il personale sanitario. Con un blocco selettivo del turn-over e la digitalizzazione dei flussi, una riduzione fisiologica del 12–15% in tre anni, ottenuta semplicemente non sostituendo i pensionamenti, libera tra i 3 e i 4 milioni di euro l’anno. È quello che il Pnrr chiede alle pubbliche amministrazioni: non licenziare nessuno, ma smettere di riempire poltrone inutili.

Sommando questi tre capitoli, il risparmio strutturale annuo si colloca tra i 10 e i 13 milioni di euro. Non sono tagli lineari, ma la conseguenza naturale dell’eliminazione delle ridondanze. Sono risorse oggi assorbite dalla macchina amministrativa che potrebbero essere reindirizzate verso ciò che davvero incide sulla qualità della sanità: specialistica ambulatoriale, personale medico e infermieristico, tecnologie diagnostiche, digitalizzazione dei servizi e potenziamento dei punti di accoglienza nei distretti. Parliamo di liste d’attesa che in Umbria superano spesso i 180 giorni per una visita specialistica: un problema reale, che si affronta con risorse reali, non con convegni.

La sede dell’Usl unica non è una questione identitaria, ma funzionale. Deve essere baricentrica rispetto a Perugia e Terni, facilmente raggiungibile e adeguatamente servita. In questa logica, Foligno emerge come opzione naturale: nodo viario sulla E45, snodo della linea ferroviaria Ancona-Roma e posizione centrale nella dorsale umbra. Non è un premio né una sottrazione per nessuno: è semplicemente la scelta più efficiente. Questo lo affermo da perugino doc, che ha visto parenti aspettare mesi per esami che altrove si fanno in settimane. Capisco le perplessità e la difesa dell’esistente, ma i campanili non si difendono con le poltrone, bensì con cure tempestive e servizi moderni. L’Umbria non può più permettersi due apparati amministrativi speculari. Un’Usl unica, la digitalizzazione dei servizi, lo stop alle assunzioni burocratiche e la ripartenza delle assunzioni sanitarie non sono una scelta ideologica: sono l’unica via razionale per salvare la sanità pubblica regionale.

*Paolo Coletti è un manager, docente e analista con un’esperienza poliennale nella direzione di progetti complessi e nell’innovazione di processo per grandi imprese. Esperto di geopolitica e intelligenza artificiale, è autore di saggi sulla leadership etica, coniuga la visione strategica aziendale con lo studio dei nuovi scenari della geoeconomia moderna.

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