Umbria24 prosegue la pubblicazione di una serie di articoli del giornalista Marcello Monacelli, che per 60 anni ha raccontato con passione e grande competenza la città di Perugia. I testi sono tratti dal libro “Perugia Mia” (Volumnia Editrice) che raccoglie una selezione di articoli dell’omonima rubrica tenuta da Monacelli su Il Messaggero dal 1998 al 2006.
di Marcello Monacelli
Prima che prendessero piede le settimane bianche o si radicasse lo sfizio della vacanza esotica alle Maldive o ai Caraibi, era d’uso, durante le festività natalizie, ritrovarsi la sera in casa, con parenti e amici, per dare vita alle tradizionali tombolate. Di rigore pure gli altri giochi con le carte, dal sette e mezzo al mercante in fiera, sino a scivolare, ad un certo momento, tra gli ammonimenti delle nostre mamme e nonne, a quelli che allora erano considerati d’azzardo, come lo zecchinetto, la bestia, il faraone. C’era poi, quasi sempre, il gruppetto dei grandi che, ritenendosi al di sopra della vociante “massa casereccia”, soprattutto quella agitata dei “forca”, era solito appartarsi in qualche angolo silenzioso della casa per l’immancabile pokerino che spesso si prolungava sino alle ore piccole.
Seduti attorno al tavolo, per l’occasione allungato a dismisura per fare posto a tutti, iniziava il “rito” della tombolata non senza aver superato, tra la confusione generale, le consuete lungaggini: vendita delle cartelle, accaparramento dei fagioli per segnare i numeri, divisione del ricavato per formare i premi che al riscontro non pareggiavano mai. Solitamente il cartellone toccava a colui che si riteneva il più spiritoso della compagnia, pronto con le sue battute, ad ogni numero estratto dalla sacchetta, a far ridere l’uditorio: «4… la seggiola; 88… gli occhiali; 19… le sbornie; 77… le gambe delle donne; 47… morto che parla» e così via. Al 23, però, c’era sempre una pausa d’incertezza incrociando gli sguardi delle signore e signorine, per paura di uscire dai binari.
Esultanza o delusione si sovrapponevano invece, tra il clamore generale, ad ogni proclamazione di vincita: “Ambo!… terno!… quaterna!… cinquina!…( di sotto , di sopra o di mezzo)…tombola!”. E giù di corsa ad arraffare l’equivalente consistente, spesso, in pochi spiccioli, secondo le possibilità del momento. Talvolta accadeva che al riscontro la vincita non risultasse regolare, al che la colpa veniva sempre addossato al povero fagiolo scivolato inopinatamente da un numero all’altro della cartella. Ma tutto finiva tra motti di spirito e risate, perché allora tutti stavano al gioco nella saletta buona di casa, piena d’aria fumosa per le sigarette, che però odorava tanto di caffé al mistrà!
(Il Messaggero, 27 dicembre 1998)


