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Ci sono ristoranti che chiedono ai clienti di mettere via il cellulare durante il pasto, offrendo in cambio giochi, disegni e attività per stare insieme. In Umbria, da una nostra rapida ricognizione non sono emerse iniziative che adottino questo format nella sua interezza. Esistono locali con giochi da tavolo, ristoranti con aree dedicate ai bambini, agriturismi con animali e spazi per giocare. Non abbiamo trovato, invece, un progetto che associ alla rinuncia volontaria agli smartphone un’alternativa pensata per favorire la conversazione fra genitori e figli, con materiali informativi e attività costruite per questo scopo.

La questione è tornata al centro dell’attenzione dopo l’iniziativa avviata in Sardegna. Si chiama «A tavola senza schermi» ed è promossa dalla garante regionale per l’infanzia e l’adolescenza, Anna Cau, insieme alla sezione sarda di Fipe-Confcommercio. Il progetto coinvolge 15 ristoranti, da Cagliari a Olbia, da Nuoro a Oristano, e prevede una sperimentazione di un mese, a partire da novembre.

Le famiglie sono invitate a mettere da parte telefoni e tablet durante il pranzo o la cena. In cambio ricevono un «Kit del Ritrovo», con giochi e attività per fasce d’età, e materiale informativo sull’uso dei dispositivi digitali. Il kit, ideato con il contributo della Federazione italiana medici pediatri, propone alternative per occupare i bambini durante l’attesa delle portate e stimolare il dialogo con gli adulti. La guida per i genitori affronta anche i rischi della sovraesposizione digitale e l’uso dei social network.

Il patto è volontario e riguarda tutti i commensali. Non si chiede soltanto ai bambini di rinunciare allo schermo, ma anche agli adulti di dare l’esempio. «Un ristorante è un luogo in cui ci si incontra, si parla e si condivide del tempo», ha dichiarato Emanuele Frongia, presidente di Fipe-Confcommercio Sardegna. L’obiettivo è restituire al pasto la funzione di occasione di incontro, senza affidare al telefono il compito di intrattenere i più piccoli.

La sperimentazione è nata dalla collaborazione fra la garante e i ristoratori. L’adesione iniziale, prevista per otto locali, è stata estesa ai primi 15 che hanno accettato di partecipare. Alla fine del mese di prova sarà possibile valutare gli sviluppi e l’eventuale estensione del progetto. Non si tratta, dunque, di un divieto imposto per legge, ma di un accordo che coinvolge attività commerciali disponibili a sperimentare un modo diverso di accogliere le famiglie.

Il modello sardo non è l’unico. In Italia, un’esperienza vicina è partita a Capannori, in provincia di Lucca. Il progetto «Table(t)» è stato avviato nel febbraio 2026 dal Comune, con il coinvolgimento delle associazioni di categoria e dei ristoratori. A luglio l’amministrazione ha consegnato i kit alle prime venti attività aderenti. Matite, libri da colorare, puzzle e piccoli giochi, destinati soprattutto ai bambini fra zero e sei anni, sono stati pensati per offrire un’alternativa concreta a telefoni e tablet durante il pasto.

L’iniziativa toscana non prevede di imporre la consegna dei dispositivi. Punta a rendere più semplice per le famiglie scegliere di non usarli, mettendo a disposizione qualcosa che possa catturare l’attenzione dei bambini. Il Comune ha coinvolto Confcommercio e Confesercenti e ha previsto un riconoscimento per i locali aderenti. «Con questo progetto intendiamo supportare le famiglie», ha spiegato il sindaco Giordano Del Chiaro, sottolineando la difficoltà per i genitori di trascorrere qualche ora al ristorante quando i bambini vengono intrattenuti con gli schermi.

Un’altra strada è stata scelta a Verona. Il ristorante Al Condominio aveva introdotto nel 2024 una formula che prevedeva la consegna volontaria del cellulare in una cassetta chiusa a chiave all’ingresso. Chi aderiva riceveva una bottiglia di vino da condividere con i commensali. L’iniziativa, raccontata dal Guardian, aveva registrato un’adesione elevata.

In Francia, il ristorante Petits Plats de Mamama, a Rothau, ha scelto invece di vietare l’uso degli smartphone ai tavoli. Secondo il Times, dopo un anno di applicazione i proprietari hanno riferito di avere registrato un aumento degli ordini di dessert e un riscontro favorevole da parte della maggioranza dei clienti.

In Umbria non abbiamo trovato, al momento, un’iniziativa che riunisca questi elementi. Per questo abbiamo distinto le esperienze che offrono giochi o occasioni di socializzazione da quelle che escludono esplicitamente l’uso degli schermi durante i pasti.

Fuori e dentro del capoluogo, il territorio presenta diverse realtà che potrebbero offrire un punto di partenza. Sono diversi anni che numerosi locali hanno sperimentato l’area giochi all’interno o anche all’esterno. Si va da veri parhi intrattenimento a sale con giochi da tavolo. Ma l’Umbria è anche terra di agriturismiu che offrono intrattenimenti con la natura e gli animali, di vario tipo e persino con laboratori e occasioni didattiche e di formazione. Sono proposte che permettono alle famiglie di condividere il tempo libero in un contesto nel quale i bambini hanno occasioni di gioco. Non risultano però associate a un patto per mettere da parte gli smartphone durante il pasto.

Mancherebbe quindi – almeno fino a quando i lettori di Umbria24 non ci segnaleranno generosamente esperienze in corso – il passaggio ulteriore: trasformare queste risorse in un progetto condiviso per ridurre l’uso degli schermi durante i pasti.

È una distinzione che conta anche sul piano educativo. Un’area giochi consente certamente alternative validissime agli smartphone ma, fatta eccezione per qualche rara e preziosissima occasione di intrattenimento di atletici genitori, solo in parte si trasforma in sporadica occasione di conversazione a tavola.

L’Umbria, con i suoi ristoranti per famiglie, gli agriturismi, le fattorie didattiche e i locali che propongono giochi, avrebbe quindi una base da cui partire. Un progetto regionale potrebbe coinvolgere i ristoratori disponibili, le associazioni di categoria e i pediatri, predisponendo un kit comune e un patto volontario da proporre alle famiglie. Non sarebbe necessario partire da zero, né trasformare i locali in spazi con divieti generalizzati. Si tratterebbe di offrire ai clienti un’alternativa concreta, riconoscibile e facile da adottare.

Per ora, però, questa resta una possibilità. La ricognizione di Umbria24 non ha individuato un’esperienza umbra equivalente a quelle avviate in Sardegna e in Toscana. Le realtà che già propongono gioco e intrattenimento mostrano che una parte dell’offerta commerciale è pronta a investire sulla socialità. La sfida sarebbe capire se questa disponibilità possa tradursi anche in un progetto che metta al centro il rapporto fra adulti e bambini, proprio nel momento in cui sono seduti allo stesso tavolo.

Giornalista dal duemila, ha lavorato per il Messaggero e Reuters. Ha fondato e diretto la rivista Artico, i quotidiani Giornale del Cilento e Umbria24. Ha svolto a lungo attività di freelance anche come videoreporter. Impegnato nel campo della formazione al giornalismo digitale e multimediale.