
di Maurizio Troccoli
E’ innegabile riconoscere al governo di avere compiuto una prova di coraggio nel mettere a punto, in una settimana, una manovra impopolare che prova ad aggiustare qualcosa. E’ innegabile pure che il coraggio impiegato non è sufficiente. Come dire: una volta che si sceglie di sfidare l’impopolarità tanto valeva provarci fino in fondo. E comunque Berlusconi ha dovuto buttare giù un boccone amaro e per la prima volta ha compiuto lo sforzo di parlare politicamente al paese, riconoscendo la crisi, riconoscendo di «mettere le mani nelle tasche degli italiani», riconoscendo che non si poteva fare altrimenti.
Sarà per equilibri politici, sarà per tenere buono Tremonti che altrimenti minacciava di mandare tutto per aria, piuttosto che per salvare la pelle al paese, tant’è però che quel documento l’ha sottoscritto, l’ha presentato ed oggi offre il petto ai siluri del centro destra, ancorché a quelli del paese, delle opposizioni e delle rappresentanze sociali. Il prezzo cioè delle scelte impopolari. Quello che la politica di tanto in tanto deve pur fare senza guardare al ritorno elettorale. Certo poteva scegliere un’altra strada. Fare passare il documento dal confronto con le opposizioni, chiedere un atto di responsabilità così da obbligare tutti a sottoporsi al giudizio dei cittadini una volta che si sarebbe presentato l’appuntamento elettorale. E invece è andata diversamente e il consiglio dei ministri ha varato la manovra, assumendosene la responsabilità.
C’è tuttavia un grande assente nella manovra del governo che rende la cifra del coraggio impiegato. Coraggio che ha obbedito più a logiche di equilibri politici che non alla capacità di prendere visione della reale condizione del paese. Il grande assente si chiama futuro. E si esprime con la totale assenza di misure che salvaguardino il lavoro del domani, lo sviluppo del domani, la sopravvivenza del domani.
Nulla dal punto di vista di iniziative legislative volte a frenare il ricorso a contratti atipici e precari per i giovani. Bastava fare una legge semplice semplice, nella quale si scriveva che il lavoro non a tempo indeterminato, in qualunque forma si esprima, costa molto di più di quello a tempo indeterminato. Niente di ciò. Quale momento migliore per dare una sterzata e offrire una opzione di futuro ai giovani che non hanno lavoro, non hanno diritti, non hanno tutele sindacali e non avranno una pensione? C’è la decisione di fare rientrare i co.co.co e anche le partite iva nella contrattazione aziendale, delegando quindi alla trattativa, mentre fino ad oggi sono stati tenuti fuori. Ma niente limite temporale, nessun disincentivo al ricorso al lavoro atipico, tantomeno incentivi a chi assume a tempo indeterminato. Si è preferito cioè galleggiare e guardare al mondo del lavoro alla vecchia maniera, mettendo a fuoco il lavoro di chi ce l’ha. Pubblico impiego, dipendenti a tempo indeterminato, articolo diciotto e contrattazione aziendale che sostituisca progressivamente quella nazionale. Insomma aspetti che riguardano i garantiti, a cui si prova a togliere garanzie.
Nessuna ipotesi di salario sociale di sopravvivenza. Un salario minimo da garantire a inoccupati e a chi non è in grado di produrre un reddito per la sopravvivenza. Bastava una legge semplice semplice: se per vivere al minimo della dignità occorrono 700 euro mensili a persona, allora fino a quella cifra non si tassa neppure di un euro e non si applica l’imposizione del pagamento dei contributi. Per chi non arriva a quella cifra lo stato se ne fa carico prevedendo un salario sociale compensativo. Neppure su questo c’è scritto una sola riga.
Certo bisognava trovare le risorse. E come? Semplicemente con un intervento serio verso chi evade: l’altro escluso dalla manovra. Con la manovra viene chiesto il contributo di solidarietà a chi correttamente dichiara quanto guadagna. Mentre a chi evade e poi compra una bellissima autovettura non viene chiesto un solo euro. Basterebbe monitorare e fare pagare le tasse in base al reale tenore di vita e non in base alla dichiarazione dei redditi. Per farlo però occorre un apparato di controllo e di monitoraggio sugli stili di vita della gente, che funzioni. Da questi prelievi straordinari progressivamente si sarebbe potuto ricavare quanto serve per il salario sociale e quanto occorre per aumentare i controlli contro l’evasione, unitamente al resto. Ma il gettito maggiore proverrebbe proprio dallo stimolo ai consumi e dall’andamento positivo sull’economia che simili provvedimenti sarebero in grado di determinare.
Perché quindi aiutare i giovani e chi non è in grado di produrre un reddito dignitoso? Semplicemente perché questo si chiama sviluppo. I giovani oggi sono l’unica leva che può essere attivata per stimolare i consumi interni e mettere in moto un sistema virtuoso di crescita della domanda di beni e servizi che poi significa aumento della produzione e dell’occupazione del paese. Frenare loro significa mettere qualche toppa, tenersi buono l’alleato di turno e aspettare che il paese collassi.
Ecco la misure prevista nella manovra
Titolo III Misure a sostegno dell’occupazione. Art. 8
Sostegno alla contrattazione collettiva di prossimità
1. I contratti collettivi di lavoro sottoscritti a livello aziendale o territoriale da associazioni dei lavoratori comparativamente più rappresentative sul piano nazionale ovvero dalle rappresentanze sindacali operanti in azienda possono realizzare specifiche intese finalizzate alla maggiore occupazione, alla qualità dei contratti di lavoro, alla emersione del lavoro irregolare, agli incrementi di competitività e di salario, alla gestione delle crisi aziendali e occupazionali, agli investimenti all’avvio di nuove attività.
2. Le specifiche intese di cui al comma 1 possono riguardare la regolazione delle materie inerenti l’organizzazione del lavoro e della produzione incluse quelle relative: a) agli impianti audiovisivi e alla introduzione di nuove tecnologie; b) alle mansioni del lavoratore, alla classificazione e inquadramento del personale; c) ai contratti a termine, ai contratti a orario ridotto, modulato o flessibile, al regime della solidarietà negli appalti e ai casi di ricorso alla somministrazione di lavoro; d) alla disciplina dell’orario di lavoro; e) alle modalità di assunzione e disciplina del rapporto di lavoro, comprese le collaborazioni coordinate e continuative a progetto e le partite IVA, alla trasformazione e conversione dei contratti di lavoro e alle conseguenze del recesso dal rapporto di lavoro, fatta eccezione per il licenziamento discriminatorio e il licenziamento della lavoratrice in concomitanza del matrimonio.
