Nonostante esponenti del governo in queste ore abbiano precisato che le norme varranno solo nel privato, c’è chi nel Pd invita ad applicare il Jobs Act anche ai dipendenti pubblici. E’ il caso della deputata umbra Anna Ascani
di Anna Ascani
Sono convinta che il Jobs Act sia una misura che garantisce più opportunità soprattutto alla mia generazione, quella che più di tutte ha pagato il venire meno progressivo delle “garanzie”. Per noi il contratto a tutele crescenti ha un significato fondamentale: finalmente tutele! Allora perché non estenderne i principi anche ai nuovi assunti del settore pubblico? Perché il settore pubblico e quello privato dovrebbero avere regole d’ingaggio e di uscita o tutele in itinere completamente differenti? Se vogliamo cambiare verso al paese dobbiamo dimostrare che non esistono due mondi del lavoro separati e che il diritto al lavoro e i doveri dei lavoratori hanno lo stesso valore e significato per tutti. Il nostro governo ha difeso l’idea di ammortizzatori sociali universali e il riconoscimento delle tutele ai liberi professionisti. Perché non riconoscere anche che non ha senso continuare a fare riforme con due pesi e due misure?”
Alcuni sostengono che applicando il Jobs Act al settore pubblico finiremmo per esportare la precarietà. Anzitutto vorrei che si sapesse che i lavoratori precari nella Pubblica Amministrazione esistono già da molto tempo e che questo tipo d’intervento è, casomai, nel loro interesse. Vorrei che la generazione che oggi governa il paese fosse coraggiosa anche rischiando l’impopolarità: bisogna includere nella riforma del lavoro anche il pubblico impiego, con una riflessione puntuale su diritti, doveri e forme contrattuali, anche per far sì che chi, lavorando nella Pubblica Amministrazione, garantisce efficienza e servizi non venga più considerato un privilegiato, come accade oggi e come rischia di accadere se limitiamo l’incidenza del Jobs Act al settore privato. Il contratto a tutele crescenti, con le dovute eccezioni, sarebbe un ottimo strumento d’inserimento nella macchina pubblica, che coniughi progressività delle tutele con il diritto degli enti a garantire efficienza.
Abbiamo bisogno di un paese più equo, giusto ed efficiente di quello che ci hanno lasciato le generazioni che l’hanno governato prima di noi. La riforma del mercato del lavoro che stiamo attuando è un passo nella giusta direzione, che non può però essere compiuto a metà. Abbiamo tutto il coraggio che serve per cambiare fino in fondo questo paese ed è questo il momento di dimostrarlo.

Spero che chi assume queste posizioni semplicemente non si renda conto di che danno rischia di fare, perché altrimenti sarebbe grave.
Esempio?
Nel privato l’obiettivo è chiaro: profitto. Se lavori, difficilmente ti cacciano. Il problema si crea se ti trovi un titolare cui non basta che lavori ma che pretende di sfruttarti. Oggi più di ieri chi è in questa situazione andrebbe tutelato e invece da anni si sta gettando sempre più in mezzo al mare (riducendogli le tutele e rendendolo più ricattabile).
Nel pubblico? Peggio che andar di notte: qual’è l’obiettivo del titolare (organo di governo)? Se l’obiettivo è il bene pubblico ok. Se invece, com’è troppo spesso, è puramente autoreferenziale (mantenersi in sella, costi quel che costi) cosa sarà chiesto ai dirigenti e lavoratori? Sarà chiesto di garantire servizi rapidi ed efficienti con imparzialità e trasparenza? O, piuttosto, di essere disponibili a forzare le regole dove serve per aver garantito il proprio bacino di voti? La risposta è sotto gli occhi di tutti…
E se si facilitano i licenziamenti?
Io, organo di governo, ti chiedo di garantire il mio bacino di voti.
Accetti? Ti metto a disposizione 50 lavoratori e individuo tempi dei procedimenti belli lunghi (perché ogni ente decide come vuole…) e per ogni eventuale intoppo ti tutelo.
Non accetti? Ti metto a disposizione 5 lavoratori, ti sovraccarico, individuo tempi dei procedimenti ridotti all’osso e appena cadi in errore (perché in queste condizioni, per quanto puoi essere calce prima i poi un errore lo fai) ti bastono.
Nel pubblico impiego, maggiore flessibilità (licenziamenti facili) significa maggiore corruzione ed illegalità e minore efficienza. È questo l’obiettivo che si pone la politica?