Renzi e Bersani

di Ivano Porfiri

Partito d’acciaio o partito di cachemire. La metafora perfetta (al segretario che le ama tanto) per il Partito democratico stavolta arriva dall’Umbria. La chiave di lettura della perenne dicotomia di cui i democratici italiani non possono proprio fare a meno viene dalle aziende scelte dai due candidati nelle loro visite per la campagna delle primarie. Il cachemire di Brunello Cucinelli per Matteo Renzi, l’acciaio della Tk-Ast per Pierluigi Bersani.

Qualcuno una volta avrebbe detto: partito leggero e partito pesante. A guardarli bene, i due candidati, l’immagine sembra calzare a pennello. L’idea che il sindaco di Firenze vuole restituire è quella dell’eleganza, dell’innovazione, con l’appoggio di imprenditori illuminati. Visto dall’occhio maligno di chi lo critica: la superficie senza profondità, la politica con molti slogan, con la battuta pronta e veloce proprio come le citazioni filosofiche del re di Solomeo.

Dall’altro lato sta la solidità di Bersani, l’appoggio alla classe operaia, il credo profondo che l’Italia debba ripartire da una solida politica industriale. La sua tappa a viale Brin (il ritorno in Umbria è stato a dir poco sollecitato dai bersaniani dopo la batosta al primo turno) è un segnale di attenzione a un’azienda che vive un momento difficile, che non vuole diventare l’Alcoa o l’Ilva del Centro Italia. Visto dai critici, il partito degli apparati, delle burocrazie, delle solite facce senza cui non si prendono i pacchetti di voti gestiti attraverso logiche clientelari.

Il Pd che esce dalle elezioni primarie è, dunque, un partito più forte o più debole? Senza alcun dubbio il passaggio attraverso milioni di voti ha dato ulteriore vigore a quella che sembra, sempre di più, anche senza sondaggi, la principale forza politica italiana, forse l’unica che può avanzare una (condivisibile o meno) seria candidatura a guidare il paese. Vedere i rimasugli di Pdl litigare a Porta a Porta subito dopo il confronto Renzi-Bersani, ha fatto di colpo sembrare questi ultimi De Gaulle e Mitterand, e non per loro meriti. Il centrodestra alle prese con i repentini e senili salti di umore dell’imperatore (che detiene cassa e potere del partito) si sta lentamente suicidando.

La forza popolare, però, rischia di pagare lo scotto dell’ennesima divisione. Anche perché questa è tutt’altro che una crepa superficiale, come i due contendenti hanno cercato di far apparire col fair play televisivo. Basta guardare nei territori: in Umbria, come in Italia, di colpo spariti dalemiani e veltroniani, piddini e margheriti (altro merito fondamentale che va ascritto soprattutto a Renzi), ci si ritrova con conservatori e rottamatori, mariniani-boccaliani e guasticchiani (oltre alla nouvelle vague dei vari Leonelli, Caruso o Pannacci). Il presidente della Provincia di Perugia si ritrova in mano un insperato e clamoroso successo. Frutto, crediamo, più del voto di opinione e dell’insofferenza per l’apparato dirigente locale che di suoi meriti. Ma tant’è. In politica, alla fine, contano i numeri. Sarà un osso duro per chiunque fin dalla prossima partita per il Comune di Perugia, dato che la Provincia va verso un futuro senza poltrone.

Dunque, il Pd – incontestato baricentro del centrosinistra – si trova con un grande potenziale ma le solite guerre intestine potrebbero farglielo sciupare, con un nuovo e fondamentale assist all’antipolitica. «Sto partito po’ esse acciaio o po’ esse cachemire», si potrebbe dire parafrasando Mario Brega. Il problema sarà capire se acciaio e cachemire potranno convivere nello stesso partito oppure no.

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One reply on “Primarie e futuro del Pd: una partita fra l’acciaio di Bersani e il cachemire di Renzi”

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