Umbria a basso indice di vulnerabilità turistica, tuttavia l’aumento delle temperature si stima possa far perdere 63mila presenze in estate. Emerge dal rapporto «L’impatto del clima sul turismo italiano. Presenze, spesa e stagionalità. Analisi 1990-2036» pubblicato nelle ultime ore dall’Istituto Demoskopika che prova a rispondere a una domanda che diversi operatori del comparto, dopo i mesi di luglio e agosto particolarmente bollenti, si stanno facendo: quanto può costare il cambiamento climatico all’economia del turismo?
In questo quadro, la ricerca propone un’indice di vulnerabilità per ciascuna regione elaborato «considerando la concentrazione delle presenze turistiche a luglio e agosto (2023-2024), le giornate di caldo eccessivo (temperatura percepita di almeno 33 gradi) e le notti tropicali (minima non inferiore a 20 gradi) del periodo 2017-2026 e il riscaldamento previsto al 2036». Sempre per fornire il perimetro dell’analisi, Demoskopika spiega anche che sono stati «incrociati oltre 30 anni di dati Istat sui flussi turistici con oltre 3 miliardi di rilevazioni climatiche Copernicus relative a 7.896 comuni italiani e a 103 località turistiche che, nell’arco temporale di luglio-agosto 2024, hanno concentrato oltre il 40 per cento delle presenze nazionali». Al 2036, invece, gli autori sono arrivati comparando «il clima del periodo tra il 1991 e il 2000 con quello tra il 2017 e il 2026», per poi proiettarlo alla fine del decennio successivo attraverso «tre modelli climatici».
Con queste coordinate, all’Umbria viene attribuito un indice di vulnerabilità basso, precisamente di 47,3 in una scala da zero a 100, che colloca la regione in bassa classifica, ossia in 15esima posizione. L’Umbria rientra nel gruppo di quei territori in cui minore è l’impatto dell’aumento delle temperature nei mesi a massima vocazione turistica, ossia luglio e agosto. Le più penalizzate sono le zone costiere, non sempre del Sud Italia: in top 5, infatti, ci sono Calabria con un indice di 79,8; Puglia 78,2; Emilia Romagna 77,7; Marche e Molise entrambe a 75,4; e Sardegna 71,6.
Stimato, poi, «il conto del clima», in questo caso annuale e inteso come l’impatto che il cambiamento climatico può avere sull’economia turistica regionale in termini di presenze e quindi di spesa sostenuta dai visitatori nei territori. Intanto, va detto che per tutte le regioni, ad eccezione di due, ossia Trentino Alto Adige e Valle d’Aosta, è prevista sia una flessione dei pernottamenti che quindi del fatturato. E questo nonostante l’analisi di Demoskopika segnali come «ogni grado in più di temperatura massima nei “mesi di spalla” genererebbe una crescita dell’1,1 per cento delle presenze dei turisti italiani: a beneficiare maggiormente sarebbero settembre (+248 mila pernottamenti aggiuntivi) e aprile (+210mila), seguiti da ottobre (+178mila) e novembre (+126mila), mentre più contenuti gli incrementi di marzo (+87mila) e maggio (+43mila)».
In base al rapporto, dunque, in Umbria col clima attuale nei mesi estivi si stima una perdita di 63mila presenze per un valore sempre stimato di 4,8 milioni di euro. La flessione verrebbe parzialmente compensata dai “mesi di spalla”, che potrebbero consegnare 27mila presenze in più, facendo recuperare 2,5 milioni di euro. La perdita netta annuale di presenze in Umbria è quindi stimata a 36mila per un valore di circa 2,3 milioni di euro. L’analisi ha dunque considerato in media circa 76 euro a presenza in estate e un valore superiore, ossia 92 euro circa, per le altre stagioni.
Sul punto Demoskopika a Umbria24 ha spiegato che «ciò non vuol dire che in Umbria l’estate costi meno, perché d’estate le 63mila presenze perse sono di due tipi di turisti: circa 53mila italiani, che spendono in media 62 euro a notte, e circa 11mila stranieri, che ne spendono 140»: da qui la previsione da 4,8 milioni di euro e la media di 76 euro a presenza. «In primavera e autunno, invece, contiamo solo i turisti italiani, perché per gli stranieri non abbiamo trovato un recupero sicuro», proseguono gli analisti, precisando anche che «un italiano spende di più in primavera o in autunno anziché d’estate, perché d’estate – è sempre la risposta di Demoskopika a Umbria24 – le vacanze sono lunghe e la spesa si divide su molte notti, mentre nel resto dell’anno si fanno viaggi brevi, come un weekend o un ponte, quindi il costo sale. Infine, questi valori sono medie italiane, uguali per tutte le regioni: le cifre dell’Umbria – concludono gli esperti – indicano quanto la regione è esposta al fenomeno, non i prezzi reali praticati sul posto».
