di Marta Rosati
«Sono stato assunto in acciaieria a Terni il 23 aprile del 1979». Una data che Sandro Maraga, amerino, 65enne, in pensione da undici anni, non dimenticherà mai perché nel corso di una vita talvolta anche piuttosto tormentata, il lavoro lo ha aiutato; e non solo per il salario a fine mese, ma anche come impegno quotidiano, come una missione.
Acciaieria di Terni All’ambiente siderurgico, seppure allora estremamente polveroso e rumoroso, Sandro si è appassionato da subito. La suggestione della conoscenza di una produzione tanto complessa lo sorprese: «Facevo praticamente il muratore, e chi se l’espettava che servissero anche queste professionalità? – rivela -. Mi occupavo del materiale refrattario all’interno delle siviere (indispensabile perché quei giganteschi contenitori possano accogliere acciaio fuso ad altissime temperature Ndr). Sandro di fronte alla imponente acciaieria sentiva forte l’obbligo di fare la sua parte perché quella fabbrica conoscesse un sempre crescente sviluppo: «Quando sentivo commenti tipo ‘Che mi importa? L’acciaieria non è mica la mia’, provavo un’irritazione non indifferente e quando oggi, vedo ancora fumare i camini del sito, nonostante le numerose produzioni perse nel tempo, sono orgoglioso di aver contribuito nel mio piccolo al mantenimento di quella grande fabbrica».

Il Magnetico A dimostrazione dell’affetto che il 65enne prova per Ast, la sua storia e la sua dimensione industriale, c’è l’interesse che ancora nutre per la fabbrica stessa: «Per quello che ho potuto leggere e che so, Arvedi è un imprenditore serio e di garanzia. Dubito che possa essere interessato a produrre lamierino magnetico a Terni ma se ne parla ed è più che auspicabile per la città». Sandro la vertenza per il mantenimento di quella produzione l’ha vissuta in prima persona e aldilà del rammarico per la sua dismissione, ricorda con un certo fastidio quello che ci permettiamo di definire ‘inganno’: «La chiusura non arrivò come un fulmine a ciel sereno – racconta -, perché se ne parlava da tempo, ma a quel tempo lavoravo lì e l’ufficialità dello stop arrivò a distanza di una settimana dal riconoscimento, da parte dei vertici aziendali, di un premio di produzione proprio per quel reparto per superamento degli obiettivi prefissati». Bella beffa. Come pure quella subita dall’allora governo italiano: «Per un anno dalle prime avvisaglie – racconta – la lotta sindacale col supporto delle istituzioni funzionò poi, dall’arrivo di Rademaker al vertice di viale Brin, non ci fu più nulla da fare».
Sandro Maraga Tra gli episodi che hanno caratterizato la permanenza di Maraga in Ast, senza dubbio il fatto che già a 36 anni avesse il VI livello, segno di altri tempi, nonché il riconoscimento di Maestro del lavoro e poi quel ritorno nel cuore pulsante della produzione siderurgica. Nel corso dei suoi ultimi tre anni di lavoro prima della pensione, quando lavorava nel Corpo di vigilanza come responsabile della portineria centrale, a fronte di alcuni pensionamenti e professionalità perse nei reparti dell’area a caldo, non si fece problemi a uscire dal completo con la cravatta per tornare nella tuta blu. Ed è forse questo suo senso del dovere ad averlo un po’ destabilizzato subito dopo il pensionamento. Oggi, Sandro è sereno, curioso come un bambino, felice di vivere la sua cittadina, Amelia, soprattutto in tempi di campagna elettorale, ha una compagna che lo ama e due figli che lo hanno riempito di soddisfazioni. E se si volta verso Ast è solo per guardare avanti: «L’avvento di Arvedi – dice – fa ben sperare». E lì è condensato l’augurio più sincero di un futuro di sviluppo per la città-fabbrica.
