San Valentino di protesta

di M. To.

Tre storie diverse, ma tenute insieme da un unico, lungo, filo rosso. Un filo che tiene insieme Terni, Narni e San Gemini. Uomini e donne che sono costretti a gridare, a scendere in strada e, anche, a fare scelte estreme, solo per rivendicare un diritto semplice: lavorare ed essere pagati.

La Sgl Carbon Il padrone – il termine sembra essere passato di moda, ma questo è – ha deciso che lo stabilimento narnese non serve più. Costa troppo, dicono i tedeschi che lo gestiscono, e quindi va chiuso. Loro, che lì dentro ci lavorano, non ci stanno. E venerdì hanno dato vita alla prima delle manifestazioni ‘a sorpresa’ che avevano preannunciato: si sono presentati nel centro di Terni, dove impazza la festa per San Valentino, e hanno piazzato in mezzo alla strada un modellino di uno degli elettrodi che producono.

La protesta «E questo – garantiscono i lavoratori della Sgl Carbon – è solo il primo episodio di una serie, che per i prossimi giorni metteremo in scena in posti e con modalità diversi, così da coinvolgere il maggior numero di persone e tenere alta l’attenzione e la tensione». Loro lo dicono con chiarezza: «Il nostro stabilimento non si tocca, perché non è in crisi e, anzi, ha ottime prospettive. I tedeschi se ne possono pure andare, ma la Sgl Carbon non si chiude».

La politica Nuove prese di posizione, intanto, si registrano sulla vicenda Sgl Carbon: «La decisione di chiudere lo stabilimento di Narni è un atto di inaudita gravità, che conferma in maniera definitiva l’arroganza e l’unilateralismo con cui l’azienda si è sempre mossa nel corso di questi mesi», attacca il capogruppo di Rifondazione comunista-Federazione della sinistra, Damiano Stufara, secondo il quale «i ritardi accumulati in questi anni dal nostro Paese nel contrastare le delocalizzazioni e le dismissioni produttive non possono più essere tollerati. Per questo – aggiunge – riteniamo doveroso che a livello governativo si assuma l’impegno, senza se e senza ma, del mantenimento delle produzioni dello stabilimento di Narni e della forza lavoro impiegata». Mentre secondo il consigliere regionale Alfredo De Sio (Fratelli d’Italia) «il governo evaporato e ciò che rimane di una maggioranza abile solo nei giochi di palazzo, trovino il modo di aprire un confronto con la Sgl Carbon per valutare sotto tutti gli aspetti le possibili azioni da intraprendere per salvare un sito di produzioni strategico non soltanto per l’economia umbra».

L’Aidas Hanno portato tutto l’occorrente, comprese le brandine e la caffettiera. Da venerdì mattina, tre socie-lavoratrici della cooperativa Aidas  – Serenella Arca, Rita Satolli e Petya Dimova – e il segretario della Uil ternana, Gino Venturi,  sono ‘accampati’ nella sede del sindacato, dove hanno iniziato uno sciopero della fame «a tempo indeterminato». Per i prossimi giorni non toccheranno cibo «fino a quando non avremo ottenuto quello che chiediamo».

Le risposte E quello che chiedono è sostanzialmente «sapere la verità, tutta la verità, su quello che sono stati gli avvenimenti che hanno portato la nostra cooperativa nella drammatica situazione attuale, a causa della quale non riceviamo gli stipendi da oltre un anno (una mensilità sarebbe stata pagata giovedì; ndr) e che ha determinato una dolorosa divisione tra di noi». Loro, dicono di non avere «tesi preconcette o colpevoli già individuati ed è per questo che mettiamo a repentaglio la nostra salute: vogliamo delle risposte chiare».

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La Sangemini Fruit E poi c’è la storia, triste perché di un altra ‘guerra tra poveri’ di tratta, della Sangemini Fruit, i cui 23 lavoratori – tutti in cassa integrazione – venerdì mattina si sono ritrovati davanti alla basica di San Valentino, in occasione della messa solenne per la festa del patrono, per far presente la loro situazione «che in questa fase, in cui la Sangemini sembra sul punto di passare di mano, rischia di passare, come la nostra, in secondo piano; mentre noi vorremmo che le fosse riservata la stessa attenzione giustamente dedicata a quella dei 102 colleghi di Sangemini».

La presidente Lo hanno spiegato anche alla presidente Catiuscia Marini, raccontano, «che è stata così cortese da ascoltare le nostre ragioni ed alla quale abbiamo ribadito che nessuno di noi ha intenzione di ‘scippare’ il posto di lavoro a nessuno. Noi chiediamo solo che la Sangemini Fruit non sia dimenticata, perché ne va del nostro futuro»

La polemica A stretto giro, però, arriva la presa di posizione dei 102 di Sangemini, a conferma che questa drammatica storia rischia di provocare danni incalcolabili sotto il profilo umano. Secondo loro ci sarebbe, da parte dei sindacati «la volontà di accomunare due vicende parallele, ma giuridicamente e sostanzialmente separate» e il tentativo di «strumentalmente la vicenda umana, prima che professionale, di 23 lavoratori per dividere». I lavoratori della Sangemini ribadiscono «di ritenere il sito Fruit strategico e supporteremo qualsiasi progetto di sviluppo dello stesso o qualsiasi altra soluzione che sia migliorativa rispetto all’attuale condizione dei lavoratori Fruit. Deve pero essere chiaro un punto su cui non arretreremo di un passo: non un solo lavoratore di una societa puo andare a sostituire un lavoratore di un’altra».

Guerra tra poveri Sarebbe, denunciano, «un venir meno delle prerogative del sindacato stesso che invece di difendere i lavoratori li mette uno contro l’altro per scatenare una guerra tra poveri. I confronti avuti in questi mesi ci hanno dimostrato che, se ci sono spinte in questo senso, sono posizioni esclusivamente personali». E ribadiscono quanto già scritto al prefetto: «I percorsi delle due società sono diversi e non e possibile incrociarne i destini, chi cerca di fare di tutta l’erba un fascio lo fa in modo strumentale con il solo scopo di dividere i lavoratori. Abbiamo le idee molto chiare e non consentiremo operazioni di questo tipo».

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