Una riforma che entra in vigore dal 2026 e una prima conseguenza già visibile sul territorio: iniziative che saltano, associazioni che frenano, un sistema diffuso che inizia a mostrare segnali di difficoltà. In Umbria il tema del Terzo settore si intreccia con una presa di posizione politica formale. Il capogruppo del Partito democratico in Assemblea legislativa, Cristian Betti, ha scritto al ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti chiedendo «un intervento urgente» sull’applicazione dell’articolo 79 del codice del Terzo settore.

La lettera arriva a pochi giorni dall’approvazione, il 15 aprile, di una mozione sostenuta dalla maggioranza dell’Aula e nasce da una constatazione che, secondo Betti, è già concreta: «Le modifiche normative introdotte – afferma – stanno mettendo in seria difficoltà il mondo dell’associazionismo. Sempre più realtà rinunciano a organizzare eventi e manifestazioni, mentre molte attività di volontariato vedono compromessa la propria sostenibilità economica».

Il punto di fondo è lo stesso che sta emergendo in queste settimane anche nel dibattito nazionale: la nuova disciplina fiscale ridisegna il confine tra attività sociale e attività economica. Con l’abbassamento della soglia economica e con criteri più stringenti sulla natura delle attività, una parte del ‘no profit’ rischia di essere riclassificata come commerciale, con perdita delle agevolazioni e passaggio al regime ordinario.

In Umbria questo passaggio ha un impatto potenzialmente più ampio rispetto ad altre regioni. I dati Istat più recenti indicano che il sistema ‘no profit’ italiano supera le 360 mila unità e che la presenza è particolarmente concentrata nei settori culturali, ricreativi e sportivi. È proprio questo il modello che caratterizza anche il tessuto umbro: una rete capillare di associazioni, circoli e organizzazioni di volontariato, spesso di piccole dimensioni ma con forte radicamento locale.

Le prime ricadute, secondo quanto evidenziato nella nota del capogruppo Pd, riguardano soprattutto le iniziative più diffuse. «Particolarmente a rischio risultano le sagre e le manifestazioni popolari – scrive Betti – che rappresentano non solo momenti ricreativi ma anche presìdi culturali, identitari ed economici fondamentali per le comunità locali». Il riferimento è a eventi che costituiscono una delle principali forme di autofinanziamento del volontariato e che, con le nuove regole, rischiano di rientrare nell’ambito delle attività commerciali.

Il passaggio più critico è quello operativo. Anche senza superare le nuove soglie economiche, attività come la somministrazione di cibo e bevande, se organizzate in modo continuativo e con apertura di fatto al pubblico, possono essere considerate commerciali. Un criterio che, applicato rigidamente, può cambiare la natura fiscale di molte iniziative locali.

Le conseguenze, sempre secondo Betti, potrebbero essere immediate: «Già a partire dalla prossima stagione estiva si rischia una drastica riduzione di queste iniziative, con ricadute dirette sulla vita sociale e sulle economie dei territori, soprattutto nelle aree interne e nei piccoli comuni».

Da qui la richiesta di intervento al Governo. Nella lettera al ministro, il capogruppo Pd sollecita l’attivazione di «un tavolo tecnico nazionale» sull’articolo 79, con il coinvolgimento di Regioni e rappresentanze del Terzo settore. L’obiettivo è duplice: da un lato introdurre correttivi normativi che evitino effetti penalizzanti, dall’altro garantire un quadro di regole più chiaro e stabile per gli operatori.

«Su questo tema – conclude Betti – si misura la capacità delle istituzioni di sostenere un patrimonio fondamentale fatto di volontariato, comunità e identità locali. Senza un intervento rapido, il rischio è una progressiva desertificazione sociale dei territori».

Il nodo resta aperto e si colloca su un piano che va oltre la fiscalità. In una regione come l’Umbria, dove il Terzo settore è parte integrante della vita quotidiana, il confine tra attività sociale e attività economica non è solo una questione normativa. È un equilibrio che riguarda il funzionamento stesso delle comunità locali. E che, con l’entrata in vigore della riforma, rischia ora di essere ridefinito in modo più rigido.

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