di Maurizio Troccoli

Il catrame nelle strade è, a parere di molti, il termometro di ogni buona amministrazione. Ma questa volta, buone o cattive amministrazioni, devono fare i conti con un problema comune: il costo del bitume. Tra le principali materie prime sottoposte a spaventosi rincari di prezzo. Particolarmente a seguito della crisi dello stretto di Hormuz.

«Lo sto dicendo da tempo – dice il presidente della Provincia di Perugia, Massimiliano Presciutti a Umbria 24 – una impennata così evidente della materia prima per asfaltare le strade, mette in crisi troppi cantieri pubblici. Qui occorrono provvedimenti del Governo urgenti se non si vogliono vedere bloccate opere fondamentali. Ma non come quelli relativi alle accise sui carburanti – aggiunge -, qui occorrono scelte coraggiose e forti». 

Negli ultimi mesi il costo della principale materia prima utilizzata per asfaltare le strade è cresciuto in modo improvviso, con rincari che stanno costringendo molte amministrazioni a ridurre gli interventi programmati o a spostare risorse da altri lavori pubblici.

Il bitume, materiale derivato dal petrolio utilizzato insieme a ghiaia e sabbia per produrre l’asfalto, a marzo ha superato i 200 euro a tonnellata. Secondo i dati dell’associazione delle imprese stradali Siteb, il prezzo è aumentato di quasi il 50 percento rispetto a febbraio, raggiungendo il livello più alto da quando viene monitorato.

L’effetto si sta facendo sentire anche in Umbria. Il presidente della Provincia di Perugia ha confermato le difficoltà legate all’aumento dei costi, spiegando che gli enti locali rischiano di asfaltare molti meno chilometri rispetto a quelli previsti nei programmi iniziali.

Il problema riguarda soprattutto gli appalti già assegnati nei mesi scorsi, quando il bitume costava molto meno. Le imprese che stanno eseguendo i lavori si trovano ora a sostenere costi molto più alti rispetto a quelli previsti nei contratti firmati con province e comuni.

L’origine dei rincari è strettamente collegata alla crisi internazionale e alle tensioni in Medio Oriente. Una parte importante del bitume utilizzato in Italia arriva infatti dal Mediterraneo orientale e dall’area del Golfo Persico. A pesare è soprattutto la situazione dello stretto di Hormuz, il passaggio marittimo tra Iran e Oman attraverso cui transita circa un quinto del petrolio mondiale.

Le tensioni nell’area hanno rallentato i traffici energetici e fatto aumentare il prezzo del petrolio e dei suoi derivati, compreso il bitume. Ma non è l’unica causa. Sono aumentati anche i costi del gas necessario per lavorare e scaldare il materiale, oltre ai prezzi di ghiaia, pietrisco e trasporti.

A complicare ulteriormente il quadro c’è poi l’impennata della domanda legata ai cantieri del Pnrr. Negli ultimi due anni molte opere pubbliche – ricorda oggi un articolo del Post – si sono concentrate nello stesso periodo, facendo crescere il fabbisogno di asfalto proprio mentre il mercato era già sotto pressione per la crisi energetica internazionale.

Le conseguenze per gli enti locali rischiano di essere pesanti. In alcune province italiane si stanno già riducendo i chilometri di strade da riasfaltare. In altri casi vengono rinviati interventi di manutenzione oppure spostate risorse da altri settori per coprire i rincari dei cantieri stradali.

Il problema riguarda anche i cosiddetti prezziari regionali, cioè gli elenchi ufficiali utilizzati dalle amministrazioni per stabilire i costi delle opere pubbliche. Quando il prezzo di una materia prima cresce così rapidamente, i prezziari rischiano di diventare vecchi nel giro di poche settimane, lasciando imprese e stazioni appaltanti senza strumenti adeguati per aggiornare i costi reali dei lavori.

Per questo Siteb ha chiesto al governo nuovi meccanismi di compensazione economica simili a quelli introdotti nel 2022 dopo l’aumento dei costi energetici seguito alla guerra in Ucraina. Secondo le imprese del settore, senza interventi straordinari il rischio è quello di rallentamenti nei cantieri, blocchi dei lavori e nuove difficoltà economiche per le aziende che operano nella manutenzione stradale.

Provando a ipotizzare una simulazione fatta sui costi medi dei lavori si immagini che per asfaltare un chilometro di strada provinciale servono in genere tra 80 e 120 tonnellate di bitume, a seconda della larghezza della carreggiata e dello spessore dell’asfalto. Se il prezzo passa, come avvenuto negli ultimi mesi, da circa 135 euro a oltre 200 euro a tonnellata, il solo costo del bitume aumenta di circa 5-6 mila euro per chilometro. A questo però si aggiungono gli aumenti di ghiaia, trasporti, carburanti e lavorazioni. Nel complesso, per un chilometro di strada il rincaro finale può arrivare facilmente tra 15 e 30 mila euro rispetto ai preventivi fatti prima della crisi del Medio Oriente e dell’impennata dei prezzi energetici.

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