Misurare, prima ancora che progettare. È su questo passaggio che si gioca una parte crescente delle politiche urbane, anche in territori come l’Umbria, dove la rigenerazione urbana è già avviata su più fronti ma spesso senza strumenti omogenei di valutazione degli impatti.

Il tema emerge dal lavoro del Sole 24 Ore dedicato al nuovo Sustainable urban regeneration atlas, sviluppato dal Sur Lab dell’Università Bocconi con Un-habitat. Si tratta di una piattaforma che raccoglie oltre 60 progetti in 29 Paesi e introduce un modello standardizzato per analizzare interventi di rigenerazione urbana secondo criteri comparabili, in chiave Esg, cioè ambientale, sociale e di governance.

I dati raccolti offrono un primo riferimento quantitativo: il 72% dei progetti riguarda il recupero di aree dismesse, il 61% integra soluzioni basate sulla natura, il 44% ottiene certificazioni ambientali. Gli effetti dichiarati sono ampi: benefici ambientali nel 90% dei casi, sociali nell’86% ed economici nell’83%. Tuttavia, la stessa ricerca evidenzia un limite strutturale: la difficoltà di misurare in modo completo e coerente questi impatti, soprattutto sul piano della governance.

È proprio su questo punto che si innesta il possibile impatto per l’Umbria. Nella regione, la rigenerazione urbana si sta sviluppando attraverso una pluralità di strumenti: programmi legati al Pnrr, fondi europei Fesr, interventi comunali su aree dismesse, riqualificazioni di centri storici e progetti di housing sociale. Si tratta però di un sistema frammentato, in cui spesso i progetti vengono valutati più per la capacità di attivare risorse che per gli effetti complessivi nel medio periodo.

L’introduzione di strumenti come il Sur Atlas e, soprattutto, dei modelli di valutazione integrata come l’Esg Urban Track, può incidere proprio su questo passaggio: spostare l’attenzione dalla progettazione alla misurazione degli impatti.

Per le progettualità già in corso, il cambiamento riguarda innanzitutto la rendicontazione. I progetti finanziati con fondi europei e Pnrr sono già sottoposti a vincoli di monitoraggio, ma spesso limitati a indicatori quantitativi (spesa, tempi, avanzamento lavori). L’applicazione di modelli Esg più strutturati introdurrebbe criteri aggiuntivi: qualità ambientale, inclusione sociale, effetti economici locali, capacità di governance e partecipazione.

In concreto, questo significa che interventi di recupero urbano – come la riqualificazione di aree industriali dismesse o di spazi pubblici nei centri storici umbri – potrebbero essere valutati non solo per il risultato fisico, ma anche per l’impatto su mobilità, servizi, coesione sociale e attrattività economica.

Per le progettualità future, l’effetto potrebbe essere ancora più rilevante. I nuovi strumenti di misurazione tendono infatti a orientare la selezione stessa dei progetti. La ricerca evidenzia, ad esempio, come a livello internazionale stiano crescendo interventi con forte integrazione tra ambiente e spazio urbano: soluzioni basate sulla natura, riduzione del traffico, recupero di suolo già urbanizzato.

Un orientamento che in Umbria potrebbe tradursi in una maggiore selettività nella programmazione: meno interventi isolati e più progetti integrati, capaci di tenere insieme rigenerazione fisica, servizi e sostenibilità.

C’è poi un aspetto legato al rapporto tra pubblico e privato. I modelli Esg, come evidenziato dal lavoro del Sur Lab, rispondono anche all’esigenza degli investitori di dimostrare il valore sociale ed economico degli interventi. Per una regione come l’Umbria, dove le risorse pubbliche restano limitate, questo può diventare un fattore decisivo per attrarre capitali privati su progetti di rigenerazione urbana.

Allo stesso tempo, per i Comuni – che in Umbria rappresentano il livello operativo principale – strumenti di questo tipo possono diventare una base per negoziare accordi più strutturati con operatori privati, definendo in modo più chiaro l’interesse pubblico degli interventi.

Resta però un limite, che la stessa ricerca evidenzia: la mancanza di indicatori pienamente condivisi, soprattutto sulla dimensione della governance. Un elemento non secondario in un contesto come quello umbro, caratterizzato da una forte frammentazione amministrativa e da una pluralità di piccoli enti.

In questo quadro, il rischio è duplice: da un lato una crescente complessità tecnica che potrebbe rallentare i processi, dall’altro una selezione più rigida che potrebbe penalizzare interventi di piccola scala ma ad alto valore locale.

La direzione, comunque, appare tracciata. Così come per altri ambiti del Pnrr, anche nella rigenerazione urbana il passaggio dalla spesa alla misurazione degli effetti è destinato a diventare centrale. E per l’Umbria, dove la trasformazione urbana è spesso diffusa e non concentrata in grandi progetti, la capacità di dimostrare l’impatto reale degli interventi potrebbe diventare il vero discrimine tra continuità e riduzione delle risorse nei prossimi cicli di programmazione.

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