di Ivano Porfiri
Una virgola. E’ bastata una virgola per mandare il tilt i lavori della Perugia-Ancona, bloccati ora in attesa dell’ennesimo ricorso al Consiglio di Stato. E addio cantieri per chissà quanto sul tratto della ss 318 tra Valfabbrica e Casacastalda. Una virgola nel riportare i prezzi che ha comportato, per il Tar del Lazio, un errore di calcolo «immediatamente riconoscibile», ma non riconosciuto con «un palese comportamento negligente della commissione di gara». Da cui l’annullamento dell’aggiudicazione alla Carena spa. E addio accelerazione dei lavori.
La sentenza Era arrivata seconda, ma per un errore di calcolo è apparsa prima, la Carena spa, balzando davanti alla Impresa Guerrino Privato, quella che ha presentato e vinto il ricorso al Tar del Lazio, che ha sancito l’annullamento con sentenza depositata giovedì 13 gennaio. Un errore, anzi due, che da pagliuzze si sono trasformate in travi nel calcolo finale dell’offerta economica per i lavori nel bando a procedura ristretta della stazione appaltante Anas.
Virgole spostate a sinistra Una trave da 531.877,10 euro in meno rispetto ai prezzi unitari proposti effettivamente da Carena. Così sono andate le cose dalla ricostruzione del Tribunale amministrativo regionale: Carena presenta una proposta economica in cui sono presenti palesi errori di calcolo tali da incidere nell’offerta economica finale. Ad esempio, dice il Tar, «alla voce PA.V.08 (Rivestimento in rete metallica e biostuoia) l’aggiudicataria ha indicato nell’offerta economica un prezzo unitario di € 17,19 che corrisponde nel complesso ad € 266.325,87». Ebbene, nel calcolo finale invece di € 17,85 come prezzo unitario è stato trascritto € 1,78, cioè una virgola spostata a sinistra e quindi il prezzo ridotto di 10 volte. «Un simile errore – continua il Tar – è stato commesso anche per quanto concerne la voce a.1.04 (manovale all’aperto)», dove come costo unitario è stato riportato € 1,61, anziché € 16,12. Cioè, ancora una volta, virgola spostata a sinistra e prezzo ridotto di 10 volte.
Il risultato: mezzo milione in meno I suddetti errori, riporta il collegio del Tar, «hanno poi determinato che il costo finale unitario, dato dalla sommatoria di tutti i costi delle lavorazioni e formalmente indicato in € 17,19, ammontava invece ad € 51,52, con la conseguenza che l’offerta esatta della Carena, scevra degli errori de quibus, risultava superiore di € 531,877,10 al prezzo indicato da quest’ultima, per cui la controinteressata si sarebbe posizionata al secondo posto della graduatoria finale dietro l’odierna ricorrente (la Impresa Guerrino Privato, ndr)».
La difesa Nella tesi con cui si è opposta al ricorso, la Carena ha ammesso che si è trattato di «un banalissimo errore di trascrizione riconoscibile ictu oculi e consistente nel fortuito spostamento della virgola all’interno del prodotto numerico risultante dalla moltiplicazione», evidenziando però che «correttamente la stazione appaltante (Anas, ndr) in sede di verifica di congruità, una volta acclarata la sussistenza dei citati errori materiali, ha proceduto a verificare che i maggiori oneri derivanti dalla menzionata sottostima erano assorbiti e compensati dalle ben maggiori economie accertate nella propria offerta». Ovvero, la commissione dell’Anas ha «riassorbito» di sua spontanea volontà l’errore che c’era nell’offerta facendolo “riassorbire” nelle economie proposte da Carena.
Una sorta di indagine sulla volontà Tutto, quindi, si è concentrato sulla possibilità da parte della commissione, una volta scoperto un «mero errore di calcolo» di – scrive il Tar – «procedere alla rettifica dell’offerta emendandola dagli errori materiali e, conseguentemente, ove necessario di riformulare la graduatoria finale». Ebbene, per il Tar questo non è possibile in quanto «il seggio di gara era tenuto a correggere tale errore quantificando il prezzo corretto offerto dalla aggiudicataria, non dando luogo tale forma di correzione ad una sorta di indagine sulla volontà della concorrente, in quanto essa era chiarissima ed emergeva prima facie da una lettura della documentazione dalla stessa presentata».
La conclusione Per il Tar, «alla luce di tali argomentazioni, pertanto, la doglianza in trattazione risulta fondata, con conseguente annullamento della gravata aggiudicazione definitiva intervenuta a favore della Carena spa e con assorbimento delle altre censure dedotte». Ovvero annullamento della gara.
Tanto di risarcimento Quanto al risarcimento richiesto dalla Impresa Guerrino Privato, il tribunale lo accoglie e quantifica il cinquemila euro che l’Anas dovrà versare all’impresa perché «la contestata aggiudicazione è stata disposta sulla base di un palese comportamento negligente della commissione di gara, la quale, una volta acclarata la sussistenza degli errori materiali e quantificato l’importo delle sottovalutazioni, invece di procedere ad una nuova riformulazione della graduatoria sulla base del valore reale appurato dell’offerta della Carena, si è limitata a verificare se il surplus accertato in ordine ai maggiori costi fosse compensato dalle economie riscontrate nell’offerta dell’aggiudicataria». «Qualora, invece – prosegue la sentenza – il ripetuto organo avesse correttamente operato riformulando una nuova graduatoria, è pacifico che l’offerta della società ricorrente si sarebbe collocata al primo posto di quest’ultima, e conseguentemente l’appalto de quo doveva esserle aggiudicato, subordinatamente all’esito positivo dell’eventuale verifica dell’anomalia della sua offerta».
La maledizione dell’incompetenza Resta da domandarsi: possibile che chi presenta un’offerta per una gara tanto importante commetta simili errori? Ed è possibile che sia chi appalta cioè l’Anas a rimediare a tali palesi sviste in modo irregolare aggiudicando la gara e, quindi, prestando il fianco a continui, ripetuti (e fondati) ricorsi? E, se l’impresa che ha ragione verrà risarcita, chi risarcisce i cittadini e le imprese, che dovranno attendere ancora chissà quanto per vedere quella strada finita? Quella strada su cui, come ha detto la capogruppo dell’Udc in consiglio regionale Sandra Monacelli sembra pesare una «maledizione burocratica». La maledizione tutta italiana, dando per scontata la buona fede, dell’incompetenza.

