E’ fruttata poco più di 23 milioni di euro cash per le fondazioni casse di risparmio umbre la liquidazione delle quote in Casse del Centro che erano rimaste nelle loro mani. Un risultato insperato, da qualunque punto di vista (soddisfatti o critici) si guardi la vicenda.

Invece Carifirenze ha voluto chiudere così, senza ulteriori maldipancia, monetizzando e pagando alle fondazioni 1,48 euro ad azione, ben oltre il valore iscritto a bilancio, la lunga operazione che l’ha portata a fondersi con la holding che racchiudeva le casse di risparmio umbre di Terni-Narni, Spoleto, Foligno e Città di Castello, e quelle di Ascoli Piceno, Rieti e Viterbo. Un passaggio di consegne che aveva visto il 1 dicembre 2008 l’acquisizione del 96,07% di Casse del Centro dalla capogruppo Intesa-S.Paolo e la chiusura del cerchio a metà marzo scorso, quando l’istituto fiorentino ha messo mano sul restante 3,93%, liquidandolo con circa 45 milioni di euro. Di questi poco più di 23 sono arrivati nelle casse delle 4 fondazioni umbre e, per buona parte, da queste già reinvestiti.

Alla fondazione CR Foligno, che deteneva lo 0,51% del capitale della holding sono andati 5,8 milioni. Alla fondazione CR Terni-Narni, che deteneva in Casse del Centro lo 0,68% per un valore iscritto a bilancio di 6,6 milioni di euro, sono andati 7,7 milioni, con una plusvalenza quindi superiore al milione. Per lo 0,40% in mano alla fondazione CR Città di Castello sono stati invece versati 4,6 milioni. Fondazione Carispo infine ha ottenuto per lo 0,43% un corrispettivo di 4,9 milioni di euro, reinvestiti immediatamente come le altre risorse liquide, ovvero in partecipazioni soprattutto obbligazionarie in vista di interventi sul territorio. Scelta analoga alle altre fondazioni ad eccezione di fondazione Caricast, che sta ancora valutando il da farsi.

Le fondazioni escono così dalla disciolta holding pur conservando inalterate le quote di minoranza all’interno del capitale delle rispettive casse di risparmio: 22% in Carifol, 25% in Carit, 27% in Carispo, 17,8% in Caricast.

«Non si è trattato di una vendita come sento dire in giro – spiega Alberto Cianetti, presidente fondazione Carifol –, ma di un’operazione che faceva parte degli accordi. Io mi sono battuto in prima persona perché non fossimo liquidati con azioni di concambio e devo riconoscere a Carifirenze non solo di aver accettato di monetizzare una partecipazione “illiquida”, ma anche di averci consentito di mettere a segno un’importante plusvalenza».

E’ tutt’altro che entusiasta dell’operazione, invece, il suo omologo spoletino Dario Pompili. «Va precisato innanzitutto – dice – che una volta messa in atto, purtroppo da altri, una ipotesi di fusione di Casse del Centro con il socio di maggioranza, vista la congruità del corrispettivo offerto, non rimaneva altra strada che accettare. Ma sia ben chiaro: questa soluzione l’abbiamo solo subita, perché ritenevamo e riteniamo che Casse del Centro fosse l’anello che consentiva alla rete delle casse umbre di realizzare effettivamente la banca locale con il coordinamento e controllo di un grande gruppo».

Diverse anche le valutazioni sulle conseguenze che avrà l’operazione per il futuro delle fondazioni. Se per il presidente della fondazione Carit Paolo Candelori «la cessione della quota di Casse del Centro, che ha peraltro comportato l’acquisizione di una apprezzabile plusvalenza, è da ritenere che non avrà rilevanti conseguenze», ancora più drastico è Cianetti: «Non cambia niente – taglia corto –  solo che prima l’interlocutore era Casse del Centro e ora è Carifirenze, che ha comunque assicurato le politiche territoriali». Cianetti  assicura anche che “non sono vere le voci di ulteriori passaggi o smembramenti in seno al sistema delle casse di risparmio umbre».

La fondazione Caricast, per voce del presidente Antonio Gasperini, auspica che «cassa di risparmio di Città di Castello mantenga il ruolo da sempre svolto di banca locale rivolta in modo particolare alle famiglie e alla piccola e media impresa e che l’appartenenza ad un grande gruppo bancario fornisca le opportunità per rafforzare questa sua funzione».

Riafferma la sua preoccupazione, invece, Pompili. «Il futuro delle fondazioni è proiettato verso il territorio e si esplica non solo attraverso le erogazioni. Le concentrazioni sono, ovviamente, per definizione contrarie alle politiche territoriali, che invece, specialmente in questi momenti, invocano una maggiore presenza delle banche locali».

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