Il «Piano del lavoro» della Cgil, diviso in dieci schede, si compone di due parti. La prima, di carattere più generale, prende il via da un’analisi approfondita della crisi che continua ad attanagliare il Paese e la regione ed in particolare il mondo del lavoro: l’Umbria nel periodo 2007-2011 ha perso in termini di produzione più di tutte le altre regioni del Centro-Italia con un calo del Pil, a valori costanti, del 7%, compiendo cioè un salto indietro di 10 anni. Mentre per quanto riguarda l’occupazione, dopo il periodo di grande sviluppo nell’intervallo di tempo tra il 2000 e il 2008 (che aveva portato l’Umbria al 6° posto nella classifica tra le regioni italiane per tasso di occupazione), a partire dalla seconda metà del 2011 e poi in maniera prepotente nel 2012 si è assistito al crollo dell’occupazione (tanto che la regione è ridiscesa in soli due anni all’11° posto in Italia), con la perdita secca di 8mila posti di lavoro. Un dato che, tra l’altro, non tiene conto del peso, assai consistente, della cassa integrazione.
Donne e precariato Poi ci sono i nodi del lavoro femminile, giovanile e del precariato (ben 116mila tra pubblico e privato i lavoratori non stabili in Umbria). E non a caso, al primo posto degli interventi necessari, secondo la Cgil, c’è proprio la stabilizzazione di tutti i lavoratori precari. Ma nel suo Piano, il primo sindacato umbro evidenzia anche i punti da cui ripartire per creare nuova occupazione. Ad esempio, intervenire sul patrimonio ambientale (riassetto idrogeologico, bonifica dei siti industriali inquinati, prevenzione antisismica, risparmio energetico, smart grid, sicurezza) e poi valorizzare i beni culturali (grande patrimonio dell’Umbria) per svilupparne le potenzialità, allentando il Patto di stabilità interno per gli investimenti “innovativi” nel tessuto produttivo e infrastrutturale locale. E naturalmente, difendendo e implementando il welfare, che non può essere considerato un costo da comprimere, perché è in realtà una grande opportunità di sviluppo. Ma è nella seconda parte del documento che la Cgil dell’Umbria entra maggiormente nel dettaglio, con 10 schede specifiche che, settore per settore (istruzione, cultura, edilizia, agroalimentare, industria, terziario e commercio, lavoro femminile, credito, infrastrutture e servizi, pubblica amministrazione e welfare), analizzano i problemi e avanzano proposte concrete.
Apparato produttivo gracile Proposte che puntano soprattutto a rafforzare un apparato produttivo la cui gracilità contribuisce ad aggravare gli effetti della crisi internazionale. In questa ottica vanno lette le azioni indicate come prioritarie nelle schede, come ad esempio: la difesa del sistema di istruzione (contrastando, ad esempio, il calo di iscrizioni all’Università), l’investimento in manifestazioni culturali (“se una manifestazione culturale porta alla città che la ospita una entrata di 7/8 milioni di euro in 10 giorni, perché non pensare ad una rete di manifestazioni culturali di qualità, ben organizzate e distribuite nel corso dell’intero anno), un piano di “edilizia di riqualificazione” per le città e il territorio (una edilizia meno espansiva e meno impattante e più orientata al recupero), l’istituzione di un osservatorio regionale per il settore alimentare (strategico per l’Umbria, ma privo di connessioni al suo interno) e poi la qualificazione delle produzioni industriali (ricerca e qualità dei materiali, marchi e brevetti, commercializzazione e marketing, etc.), lo sblocco dei crediti vantati dalle imprese nei confronti della pubblica amministrazione, la regolamentazione del commercio (valorizzando centri storici, produzioni tipiche e km zero), il sostegno alle imprese che assumono donne e quelle che riducono il precariato.
